
di Giuseppe Augieri
Lo dico a chi, non coloro che sanno solo nominarlo e talvolta a sproposito, il manifesto di Ventotene lo ha letto davvero e lo ha letto tutto: vorrei capire dove questa Europa – quella che c’è e quella che si prospetta – si può riconoscere in quello scritto. Il Manifesto è un afflato di valori posti a base di una speranza di concordia, di pace, di progresso, di un nuovo patto sociale, di innalzamento dell’uomo e della collettività senza che l’uno contraddica l’altro. Tanta sostanza, non solo ideologie e non solo un insieme di parole.
Di quelle premesse di valori vi sono solo tenue tracce nell’Europa di oggi. Non disconosco qualche merito che si è acquisito con l’avvento dell’UE. Ma la base del raccordo tra gli attuali 27 resta soprattutto di natura commerciale. La logica che portò il piano Marshall a far creare l’OECE subito abortito, e molti anni dopo la Francia del piano Schuman a spingere per la prima aggregazione CECA, ed inoltre la “Commissione Fouchet” a sanare i dissidi sull’agricoltura, sembra essere rimasta la logica principale.
Di ideali propugnati: tanti. Effettivamente perseguiti: quasi nessuno. La storia della nascitura Europa è costellata da “intoppi” proprio in momenti essenziali: dalla stroncatura dell’OECE a firma inglese, alla “sedia vuota” francese che bloccò il voto a maggioranza, e tanto altro ancora. E sul piano militare la costituzione di una difesa comune durò lo spazio di un amen: la Comunità Europea per la Difesa bloccata dai veri incrociati di Francia e Germania e superata da una “l’imposizione” di Eisenhower tuttavia non ha mai visto la luce; aborto che è stato il motivo per il fallimento della CPE, primo abbozzo di Unione Europea. E, sui valori, la pretesa della “laicizzazione” dello Statuto Europeo, e del rifiuto delle “radici giudaico-cristiane”, per il tipo ed il tono del dibattito sviluppatosi, dice molte cose. Messe a tacere.
Ricordo queste vicende perché, pur comprendendo entusiasmi e nuove speranze, sostengo che siamo ora di nuovo ad un punto di svolta. Ancora una volta la scelta è tra azioni con una sostanza solo commerciale/economica/finanziaria oppure scelte di strategie supportate da valori. E, come Spinelli prevedeva, questi ultimi sono spesso portati ad essere parole che coprono tutt’altro.
Quella della difesa comune, per l’impatto che avrà su una economia traballante, vedova della globalizzazione; ma anzitutto per la prova di cooperazione che dovrebbe potersi sviluppare, se si è Europa, sia tra le economie dei Paesi e sia nei rapporti con la grande finanza, è occasione immensamente più grande ed importante di quel che si vorrebbe far credere.
Perché potrebbe – se solo volesse – fondarsi sui principi di Ventotene. Ed invece in questa Italia politicamente provinciale tiene più banco l’interesse per cosa succederà nella maggioranza, nel PD e nell’opposizione. Ed una discussione seria è bloccata dalle solite etichettature di revisionismo, fascismo, putinismo, trumpismo, nazionalismo, sovranismo. Tutti gli “…ismo” che hanno segnato la storia di cocenti sconfitte. E che sono all’opposto di Ventotene.
Per me va affrontata una riflessione su quale Europa vogliamo. Se dobbiamo limitarci ad un accordo con “radici e ragioni” commerciali, mi sentirei moralmente sconfitto ma apprezzerei almeno la chiarezza. E, in questa chiarezza, spererei nella possibilità di sviluppare normative che – almeno sul piano della cooperazione e concorrenza economica – diano risposte migliori di quelle attuali. Senza pulirsi la bocca con richiami “morali” o “etici” che sinceramente mi intristiscono.
Dovessimo invece scegliere la strada tracciata a Ventotene, ma davvero volessimo, mi permetterei di ricordare il giudizio che fu espresso nel qualificare le forze conservatrici e quale azione dovrebbero compiere le forze progressiste. O meglio socialiste.
Ed allora ci sarebbe da gettare via trequarti della attuale Europa; e qualcosa in più delle istanze, delle rappresentanze, delle politiche, delle convinzioni di quella che si definisce sinistra. E negli atteggiamenti, iniziando dal non accettare l’urgenza come motivo per dover accettare poi mancanza di dialogo, di confronto, di approfondimento. E nel non ragionare, quando finalmente si discutesse, secondo lo schema delle “appartenenze”. Se il principio è “libertà” – quello è il cardine di Ventotene – esso va coniugato in tutte le forme.





