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MEGLIO LA PRIMA REPUBBLICA DELLA SECONDA

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di Raffaele Romano

Un’affermazione grave e bugiarda me l’ha fatta un amico d’infanzia che dimostra come le false narrazioni hanno soppiantato la Storia che si basa sui documenti. La tesi del citato amico era che “sostanzialmente la prima repubblica è stata uguale alla seconda”. Cercherò di concentrare sinteticamente fatti e documenti che avrebbero bisogno di un intero libro ma, per lui e tanti altri ci provo.

La prima repubblica nel 1946 si ritrovò con un’inflazione nel 1943 al 67,76%, nel 1944 al 344,47% e nel 1945 al 96,95% per cui il reddito pro capite arretrò ai livelli del 1905, un balzo all’inferno. A quel punto si iniziò a ricostruire tutto attraverso un’infinità di incisive azioni fra cui: nel 1947 fu fondata la Cassa del Mezzogiorno, nel 1948 fu approvato il Piano Marshall e si aderì al Fondo Monetario Internazionale, nel 1951 l’Italia fu uno dei paesi fondatori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, rilanciò l’IRI che arrivò ad avere fino a 1.000 aziende e più di 500.000 dipendenti. Nel 1957 aderì al MEC e, nel frattempo, la spinta di queste iniziative procacciò lo sviluppo edilizio con l’INA CASA, il contestuale abbandono delle campagne, il consumismo, la totale trasformazione dei costumi e il boom economico.

Questa rivoluzionaria opera di carattere economico come mai era avvenuta in tutta la storia italiana fu realizzata, con qualche errore ovviamente, dalla DC, dal Psdi, dal Pri e dal Pli con buona pace del massimalismo di Togliatti e Nenni. A quel punto la spinta delle classi lavoratrici fu interpretata dal Psi che con Moro entrarono alla guida del vero ed unico governo di centro sinistra in Italia. Per aderirvi il partito socialista ottenne in quegli anni che fosse data attuazione alla Costituzione con l’istituzione delle regioni, una riforma agraria per la soppressione della mezzadria e l’eliminazione dei latifondi espropriando 700.000 ettari di cui il 70% nel meridione. L’estensione della scuola dell’obbligo ai 14 anni e la nazionalizzazione della produzione dell’energia elettrica con l’ENEL. Come pure ampliare la rete autostradale per collegare nord e sud, lo statuto dei lavoratori per uscire dalla barbarie sui posti di lavoro, l’obbligo del vaccino Sabin per la poliomielite, il totale potenziamento di molte aziende a partecipazione statale con capitale privato fra cui:  Finsider, STET, Autostrade, Eni, RAI, Montecatini, SIR, Liquichimica, Alitalia, Montedison, poi Enimont, Finmeccanica, Banchi di Napoli e Sicilia, Monte Paschi, l’Istituto Bancario San Paolo, Ansaldo, Terni, Ilva, SIP, SME, Alfa Romeo, Navigazione Generale Italiana, Lloyd Triestino, Cantieri Adriatico solo per citarne alcuni.

Nel 1978 di riformato il Sistema Sanitario nazionale con la 833, nel 1979 l’Italia aderì al Sistema monetario europeo, 1970 fu emanata la legge sul divorzio e nel 1978 sull’aborto ecc. ecc.

Fu di quegli anni il tentativo da parte di altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, che guardarono alla “formula IRI” come ad un esempio positivo di intervento dello Stato nell’economia, migliore della semplice “nazionalizzazione” perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

A migliorare con una spinta propulsiva mai più registrata nella storia italica contribuirono il governo di Giovanni Spadolini nel 1981 ma, soprattutto, quello di Bettino Craxi nel 1983 che raccolse un Paese in coma economico-finanziario con cedole di interessi da pagare sui Bot al 20%, i Cct al 21,90%, il tasso di sconto al 18% e l’interbancario al 20,28% e, dulcis in fundo, uno spread a 1.175 punti base senza dimenticare un tasso di inflazione pari al 16,5%.

In questo quadro alcuni membri della Direzione nazionale socialista, come all’epoca riportarono alcuni organi di stampa, sospettarono che con questi dati a dir poco raccapriccianti potesse essere una trappola per bruciarlo, ma la maggioranza del partito seguì Craxi che ottenne l’ok finale dal suo partito. Nel 1987, dopo 4 anni di governo, Craxi lasciò Palazzo Chigi con un’inflazione ridotta ad appena il 4,7%, lo spread a 262 punti base e gli interessi sui titoli di Stato riportati ad una sola cifra.

A conferma di tutto gli anni ’80 sancirono la crescita esponenziale del Pil e del reddito pro-capite scavalcando la Gran Bretagna con l’ingresso di Roma nel G7 insieme al Canada. Ma l’evento, mai più accaduto alle finanze italiane, riguardò il rating sul debito pubblico e, a conferma dei dati positivi prima riportati, fu certificato da Moody’s il riconoscimento della tripla AAA mai più nemmeno lontanamente avvicinato da tutti i governi fino ad oggi. Di questa positiva ripresa economica, finanziaria e sociale se ne avvidero gli italiani ma anche e, soprattutto, all’estero dove la rivista americana “Newsweek” nel 1987 dedicò a Craxi la propria copertina dal titolo evocativo e significativo “Nuovo miracolo economico italiano”. Dal 1981 il tasso di crescita aumentò e rimase sostenuto fino al 1992 poi arrivarono i…………

La seconda repubblica per anni si è impegnata, a declamazioni quali l’abbattimento delle tasse, milioni posti di lavoro e tant’altro. I maligni risultati realizzati da tutti i leader qualunquisti, populisti e giustizialisti di questa seconda repubblica arrivando a far impazzire il debito pubblico con provvedimenti folli e costosissimi come il reddito di cittadinanza per circa 34 miliardi e 600 milioni di euro, il superbonus al 110% per 160 miliardi, decine di bonus fiscali pari ad altre decine di miliardi di euro, la totale eliminazione della scala mobile, una massa enorme di precari nel mondo del lavoro, l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, il Jobs Act, una totale assenza di una equilibrata politica dei redditi da lavoro dipendente, la totale assenza di un piano industriale nazionale, la svendita di tutte le aziende pubbliche e, dulcis n fundo, la totale inconsistenza in politica estera in cui siamo divenuti dal 1994 ad oggi sostanzialmente irrilevanti. Senza dimenticare il capitolo pensioni con un’anomalia di fondo di cui nessuno parla: l’incidenza della semplice assistenza che pesa sui conti dei pensionati.

L’assistenza un Paese civile la deve fare, sempre che vada a legittimi soggetti, ma non metterla in conto alle pensioni che su una spesa complessiva di 347 miliardi di euro ne spende ben 144 miliardi per l’assistenza. All’estero leggono il complessivo di 344 miliardi sotto la voce unica di pensioni e, giustamente, dicono che spendiamo troppo in pensioni. A questo punto ai sostenitori ancora convinti delle grandi doti politiche di tutti i sedicenti leaders della seconda repubblica da Meloni alla Schlein, da Salvini a Conte cosa dicono? Nulla, come sempre!

   

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  • Redazione

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