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UE TRA DELIRI MILITARI E LOBBY: IL GRANDE INGANNO EUROPEO

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di Adolfo Tasinato

L’Unione Europea, da anni prigioniera di una visione burocratica e soffocante, si distingue sempre più per decisioni che oscillano tra il ridicolo e l’irrilevante. Dopo aver investito risorse ed energie nella regolamentazione del diametro delle cozze e nella criminalizzazione del lardo di Colonnata, Bruxelles ha recentemente trovato un’altra priorità tecnologica fondamentale: il tappo di plastica che non si stacca dalla bottiglia. Una scelta che, pur con intenti ecologisti, appare l’ennesima dimostrazione di un’istituzione incapace di affrontare le reali sfide globali.

Eppure, questa stessa UE, che fatica a garantire un’efficace politica industriale e di difesa dei propri interessi economici, ora sogna di ergersi a potenza militare. La prospettiva di una forza armata europea, ipotizzata da alcuni leader, sembra più una trovata propagandistica che una strategia credibile o probabilmente il disperato tentativo di ribadire il loro predominio come nel caso di Francia e Germania.

La verità è che l’Europa non ha la coesione necessaria per un progetto di tale portata e la sua storia recente dimostra come qualsiasi tentativo di azione autonoma si sia arenato nelle sabbie mobili della discordia politica.

A capo di questa Unione abbiamo la signora Ursula von der Leyen, che si è dimostrata totalmente inadeguata al ruolo. Capace solo di fare annunci privi di un vero piano e di una programmazione concreta, ha ridotto la leadership europea a una serie di proclami inconsistenti e reazioni scomposte di fronte agli eventi. Il suo operato conferma quanto l’UE sia governata da una classe dirigente priva di visione strategica, più incline alla gestione emergenziale che alla costruzione di un futuro solido per i cittadini europei.

Ma il delirio più grande si manifesta quando alcuni leader europei iniziano a fantasticare di un’Europa capace di contrastare militarmente gli Stati Uniti e la Russia. Una follia pura o un nuovo genere di satira geopolitica? Forse qualcuno ha dimenticato che l’Europa, tra tagli alla difesa e utopie burocratiche, fatica persino a garantire la propria sicurezza interna, figurarsi a sfidare superpotenze nucleari con eserciti veri, economie di guerra e un apparato industriale bellico funzionante.

Senza una vera unione politica e una politica estera condivisa a che serve avere più armamenti? Si chiama Unione Europea e poi, tanto per fare un esempio, la Francia fa da sempre la guerra all’Italia per gli interessi in Libia e nel Mediterraneo, ricordate la fine fatta fare a Gheddafi?

Siamo di fronte a un nuovo livello di delirio politico o è solo un tentativo disperato di distogliere l’attenzione dal tracollo economico e industriale dell’UE e dal fallimento delle politiche ideologiche portate avanti sino a questo momento? Viene seriamente il dubbio che queste persone abbiano un concetto molto creativo della realtà. O magari confidano che la guerra possa essere vinta a colpi di regolamenti, multe sulle emissioni di CO2 e sanzioni commerciali tra un summit e un aperitivo a Bruxelles.

Potenziare il fianco europeo della NATO è un altro discorso, e su questo si può e si deve anche ragionare, seppure sempre in una posizione subalterna agli Stati Uniti, gli unici ad avere le carte buone in mano. Non è un caso che Washington decida, Bruxelles esegua e i vari leader europei si affannino a trovare una narrazione che li renda protagonisti.

In definitiva si andrà forse verso una NATO europea, ma sempre nell’ambito della NATO tradizionale, ovvero a guida statunitense. Che piaccia o meno, gli Stati Uniti sono e rimarranno i veri arbitri della geopolitica mondiale anche se con un peso minore a quello che avevano anni fa. Pensare di far loro la guerra, come certe frange della politica italiana sembrano suggerire, significa non comprendere le dinamiche globali oppure fingere di non vederle.

Macron, Starmer e altri leader di turno cercano disperatamente visibilità e soluzioni per i loro problemi interni, piuttosto che avanzare proposte concrete per il futuro dell’Unione. Un’Unione che, per altro, i cittadini hanno già dimostrato di non gradire più nella sua forma attuale. Le elezioni e il crescente euroscetticismo lo confermano chiaramente.

Nel frattempo, in Italia, c’è chi continua a sventolare la bandiera europea per cercare di compattare una sinistra confusa, più impegnata a trovare un segretario che una visione politica chiara. Ma questa sinistra non è più quella che si proclamava difensore del popolo: dopo la caduta del comunismo sovietico, si è riciclata sottomettendosi alle lobby finanziarie che hanno preso il controllo dell’economia, della società e in parte anche della politica delle Nazioni.

Oggi la sinistra italiana e mondiale appare priva di un’identità chiara, impegnata a difendere interessi che poco hanno a che fare con quelli dei lavoratori e dei ceti medi. Le manifestazioni pro-UE a cui assistiamo non sono altro che tentativi disperati di mantenere in vita una narrazione che non convince più nessuno.

Infine, tra i ferventi sostenitori di un esercito europeo nessuno si è preoccupato di citare i valori espressi dai padri fondatori del pensiero europeo, che parlavano di un’Europa di idee e di cultura, non di eserciti e armamenti. Forse prima di proporre alleanze militari improbabili, qualcuno potrebbe rileggersi le parole dei Padri fondatori del pensiero europeista e riflettere su come quei principi si rapportino al contesto attuale.

In questo scenario di confusione e velleità irrealistiche, l’unico leader europeo che sembra mantenere un approccio pragmatico e realistico è il Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. A differenza di chi insegue fantasie di superpotenze europee, Meloni riconosce l’importanza di una capacità di deterrenza militare, ma sempre nel contesto dell’alleanza con gli Stati Uniti. Inoltre, sottolinea come un riarmo non pianificato, finanziato a discapito dei servizi essenziali ai cittadini, sarebbe solo un ulteriore elemento di disgregazione dell’idea europea.

Dopo anni di gestione subordinata agli interessi delle lobby finanziarie, prima con il miraggio del green a tutti i costi e ora con la prospettiva di meno sanità e più bombe, l’Europa ha già perso gran parte della fiducia dei suoi cittadini. Un nuovo spreco di risorse in una corsa agli armamenti senza una vera strategia condivisa non farebbe che accelerarne il declino.

Ma la domanda più grave di tutte resta una sola: chi sarebbe disposto ad andare a combattere e morire per salvare questa Europa? Una costruzione burocratica ormai lontana dai reali bisogni dei suoi cittadini, che ha sostituito i valori della cooperazione e della crescita con regolamenti, ideologie e velleità prive di senso. Se questa è l’Unione Europea che ci aspetta, il suo futuro appare sempre più incerto e sempre meno attraente per i suoi stessi cittadini.

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  • Redazione

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