
Fallita la guerra a Trump con il veto di Orban a trattare di Ucraina, l’Unione Europea esce ridotta a pezzi dal Consiglio convocato in fretta e furia in omaggio alla logica dell’emergenza.
L’Europa di Maastricht è fallita e anziché portare i libri in tribunale (all’Aja abbondano) viene smontata pezzo per pezzo, al fine di evitare una eclatante perdita della faccia, che comunque c’è e della quale è icona grottesca quella di Ursula von der Leyen.
Partita lancia in resta, in compagnia del prode Macron, con 800 miliardi di armamenti da dare, di fatto, all’Ucraina, per fare la guerra a Trump, il quale sino ad ora non l’ha mai chiamata nemmeno per dirle buongiorno, Ursula von der Leyen, al comando delle sturmtruppen, su ingaggio neocon, si è vista ridurre ai minimi termini il suo programma da Giorgia Meloni, che ha le idee chiare e le attua con sano pragmatismo.
L’esercito europeo è definitivamente accantonato perché c’è già la Nato, dove l’azionista di maggioranza è Trump.
Niente sturtruppen, ma rafforzamento della Nato, con il gioco contabile che accorpa gli investimenti per la difesa in quelli della Nato, consentendo di raggiungere gli standard richiesti da Trump. In buona sostanza il ReArmEurope alimenta i fondi Nato e dà spazio ad un rafforzamento dell’Alleanza atlantica. Amen.
La conseguenza è che il direttore dell’orchestra rimane Washington, con buona pace di Parigi, di Varsavia e dei Baltici.
I Fondi di Coesione non sono necessariamente da spendere in armi e ogni Paese è libero di farne quello che vuole. La Kallas potrà armare le renne contro Mosca e sarà soddisfatta. Altri potranno continuare a impiegare i fondi, coerentemente, per gli scopi per i quali sono stati creati.
La critica di Giorgia Meloni al nome stesso (ReArmEurope) del piano di aumento della deterrenza mette a nudo la mentalità guerrafondaia della von der Leyen e di chi ha predisposto il pacchetto degli 800 miliardi.
Dare maggiore deterrenza all’Europa non significa necessariamente produrre carri armati, missili e artiglierie, ma costruire infrastrutture e proteggerle, secondo una logica dual use che, mentre aumenta la deterrenza militare, fa crescere anche il potenziale civile.
La dichiarazione di morte di ogni velleità di costruzione di un esercito europeo è nella creazione del gruppo del “volontari”: un giocattolo per Macron e la Kallas, i quali vogliono continuare a fare i generali di sturmtruppen.
Il superamento delle forche caudine del Patto di stabilità per le spese della deterrenza apre un varco nel quale si è infilata Giorgia Meloni, chiedendo, a ragione, la revisione del Patto stesso.
I giochi veri si svolgono a Riad e il rinvio a fine mese del nuovo incontro del Consiglio potrebbe anche vedere i convenuti di fronte a novità consistenti riguardanti la pace in Ucraina.
Infine, non ha alcun senso l’idea di Giorgia Meloni di estendere l’articolo 5 della Nato all’Ucraina senza che la stessa entri nella Nato, sempre che non sia una trovata che lascia il tempo che trova, anche perché l’America ha già fatto sapere che di articolo 5 non se ne parla.
L’Unione Europea è morta.
Rimane il problema di cosa fare del cadavere, di come seppellirlo senza fare ulteriori danni.





