
di Lucio Leante
Nella giornata del ricordo delle foibe titine non si puó non ricordare un significativo episodio avvenuto il 18 febbraio 1947 alla Stazione ferroviaria di Bologna. Quel giorno i ferrovieri comunisti bolognesi della CGIL, su indicazione del PCI centrale e del giornale l’Unità, si rifiutarono di dare cibo, acqua e assistenza a circa 300 profughi istriani giunti da Ancona a Bologna di passaggio verso La Spezia, affamati, disidratati e ammassati su un treno merci. Alcuni ferrovieri comunisti giunsero persino a rovesciare sui binari i bidoni di latte caldo destinato ai bambini.
I comunisti italiani compirono quel gesto vergognoso perché definivano quegli italiani “fascisti” solo perché erano naturalmente e ovviamente contrari alle mire territoriali titine sull’Istria e sulla Venezia Giulia a spese dell’Italia e degli italiani colà residenti da secoli; mire che venivano sostenute invece dal PCI per obbedienza internazionalista, sovietica e staliniana. Quei profughi erano colpevoli anche – a giudizio dei comunisti- di aver rifiutato di restare nel “paradiso comunista” jugoslavo e titino.
Non contava nulla per loro il fatto che fossero compatrioti espropriati e perseguitati dai titini sloveni non in quanto fascisti (non lo erano affatto), ma in quanto italiani (e in quanto tali considerati “nemici del popolo”). Essi erano stati costretti a lasciare le proprie case e i loro beni per sfuggire alle violenze, alle persecuzioni ed alle foibe titine che furono anche una vendetta per le precedenti violenze e prepotenze fasciste e naziste commesse durante la folle guerra voluta da Hitler e Mussolini. Quel treno fu poi chiamato il “treno della vergogna”.
Vergogna in particolare dei comunisti italiani, allora capeggiati da Palmiro Togliatti, che conoscevano benissimo la tragedia di quegli italiani e l’orrore delle foibe e tuttavia parteggiavano per Tito ed i comunisti contro i compatrioti e contro la Patria comune. La vergogna dei comunisti italiani continuó per decenni col silenzio e l’oblio da essi imposto sulle foibe (come sugli altri orrori del comunismo e dell’imperialismo sovietico del quale furono sempre i proconsoli in Italia). Non bisogna peró tacere che la vergogna dell’oblio sulle foibe trovó complici anche nei governi italiani specie dopo la rottura del 1948 tra Tito e Stalin. Allora l’intera classe dirigente italiana fu indotta (per calcoli da guerra fredda) a chiudere gli occhi sugli orrori commessi dai comunisti di Tito, diventato improvvisamente la pecora nera della famiglia comunista e quindi un utile “quasi-alleato” dell’Occidente.
Quelle vergogne devono essere invece tutte ricordate in particolare ai giovani insieme alla vergogna della guerra fascista e in particolare di Benito Mussolini che volle portare l’Italia in una sciagurata alleanza con Hitler e in una guerra (del tutto immotivata e folle per l’Italia e gli italiani). Quella guerra ha portato al disastro nazionale e alla catastrofe dell’Italia, ma quelle vergogne hanno contribuito tutte, nessuna esclusa, alla cosiddetta “morte della Patria” e della stessa parola “Patria”, tanto da essere diventata quasi impronunciabile.
Ai giovani bisogna ricordare che la parola ed il concetto di Patria non hanno nulla a che vedere con il nazionalismo e tanto meno col fascismo. Patria significa solo e semplicemente la terra dove riposano le ossa dei nostri padri e delle nostre madri, in breve dei nostri antenati. Essa contiene in sé non solo i confini, il territorio ed i beni materiali, ma anche i loro valori, le loro speranze e i loro sentimenti che ci hanno lasciato in eredità. Essa è anche la catena morale tra le generazioni passate, presenti e future, che non abbiamo alcun diritto né interesse a interrompere, dissipare e gettare alle ortiche come si trattasse di un nonnulla, inseguendo sogni e deliri glibalisti. Senza quella catena non c’è per nessuno alcuna vita morale. C’è solo il nulla nascosto dietro i consumi, i gadget tecnologici ed i rapper queer di Sanremo.





