
di Vito Schepisi
Il 10 gennaio è il giorno del ricordo.
Si richiama alla memoria una realtà incontrovertibile che per troppo tempo si è voluta ignorare: la violenza dei regimi autoritari e totalitari è sempre la stessa.
E’ senza senso distinguere i due mali, perché comunismo e fascismo, in sostanza, sono mali assoluti nella stessa maniera, e non ci sono “si” e “ma” che tengano!
Sono come se ci fossero due fascismi, ovvero due comunismi, che facciano il macabro gioco delle parti.
Sia per il fascismo che per il comunismo, all’origine del concepimento, s’è sviluppata sempre una fronda intollerante e massimalista.
Nell’evoluzione nel tessuto sociale delle comunità si è realizzato sempre l’identico sistema autoritario, illiberale e violento.
La sinistra massimalista è tuttora autoritaria e violenta per principio, per costituzione, per tradizione, per formazione e per ideologia.
Porre (fascismo e comunismo) a destra o a sinistra non cambia affatto la sostanza delle cose.
Non è che, cambiando le parole d’ordine ed il colore delle bandiere, cambia anche lo spessore dell’orrore.
E’ come parlare di fenomeni uguali che si manifestino in realtà diverse.
Sia l’uno che l’altro, infatti, si portano dietro un ben paragonabile bagaglio di orrori e di crudeltà.
Sono accomunati dal fardello della stessa conformazione autoritaria, originato dalla stessa arrogante intolleranza e dallo stesso spessore dell’odio.
Se il 27 gennaio s’è celebrata la Giornata della Memoria delle violenze del nazifascismo e della pulizia etnica nazista contro la popolazione ebraica, il 10 febbraio si celebra Il Giorno del Ricordo della pulizia etnica titina, che ha marcato lo spessore dell’ignavia del PCI e del compagno Togliatti, contro gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
La ragione di partito che sotterra civiltà, pietà e dolore!
E non è cambiato niente!
“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo – scriveva l’Unità contro i profughi istriani che scappavano dalle violenze di Tito – coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”.
L’insulto ideologico è durato per anni e l’ostracismo, le minimizzazioni, la negazione, come tutti gli atti vili che provano a delegittimare il Giorno del Ricordo, confermano che c’è chi prova ancora a nascondere la natura e la viltà del comunismo.
Quest’ultimo, benché rifiuti di cedere alla realtà, fa parte a pieno titolo degli orrori dell’umanità.
Il comunismo, al contrario del fascismo, però, è ancora presente, ed in Italia non mostra affatto di volersi lasciare dalle spalle quei sentimenti ostili al pluralismo ed alla democrazia liberale.
E’ manifesta, infatti, la persistenza dello stesso odio e degli stessi orrori occorsi nella tragica competizione tra i pensieri violenti del secolo scorso.
A nulla vale che i fascismi siano rossi o neri, se seminano lo stesso odio e la stessa violenza.
A nulla vale, ancora, che la sinistra antisemita si definisca democratica e di sinistra, se poi esprime gli stessi sentimenti del nazismo.
Le foibe sono quelle cavità naturali molto diffuse nelle zone carsiche dell’Istria.
A fine guerra, e fino al 1947, i miliziani di Tito, per procedere alla pulizia etnica contro la popolazione italiana, trasformarono queste cavità naturali come inghiottitoi di esseri umani per procedere alla pulizia etnica degli italiani.
Il metodo di sterminio fu atroce:
gli italiani rastrellati venivano legati l’un l’altro con del filo di ferro e posti ai bordi delle cavità;
un miliziano comunista sparava alla testa del primo della fila che, precipitando esanime nella cavità, si trascinava tutti gli altri.
In molti restavano vivi e, sbattuti da una parte all’altra delle pareti rocciose delle cavità, tra atroci dolori, morivano per le ferite e per le fratture.





