
di Giuseppe Augieri
Chiedo scusa se mi soffermerò aridamente su argomenti “freddi”. Ho l’idiosincrasia per le balle, specie quando servono per fare propaganda: una malattia che diventa grave quando la balla è l’alibi per non dire niente facendo finta di dire tanto e dunque autoassolvendosi dalla colpa di essere bravissimi sulle critiche ma insignificanti sulle proposte. Mi riferisco alla legge di bilancio ed alla sua proiezione sul quinquennio: una sua discussione seria, che non si fermasse al “Meloni sulle accise aveva detto..e invece”, “i soldi che speso in Albania…”, e cose del genere, mi farebbe capire di più cosa vogliamo fare. Una strategia di opposizione. Ho visto invece il vuoto.
Ho già detto dei segnali che vengono dalla politica di Trump e dei “rimedi” immaginati dalla BCE. Aspettiamoci qualche punto in più di inflazione. Lo sapevamo da mesi e mi colpisce lo stupore che invece si vive questi giorni: “l’aveva detto e l’ha fatto”. Si vede che è questo il parametro, la “coerenza”, che è stato scelto per il dibattito politico. Ci meravigliamo che sia asfittico?
Dunque parliamo di inflazione. Seriamente. Noi che abbiamo un debito pubblico alto sappiamo che l’inflazione, “gonfiando” sia il PIL che il debito, può considerarsi positivamente: ed infatti il rapporto Debito/Pil, nominalmente cresciuto negli ultimi 5 anni, in realtà è rimasto – in termini reali – immutato se si considera il 17% di inflazione nel periodo. E dunque siamo l’unica grande economia mondiale ad avere registrato un rapporto stabile negli ultimi cinque anni, cioè quelli che abbracciano il Covid e scontano le sue crisi indotte. Non è merito solo di Meloni: almeno questo riconosciamocelo.
Inflazione è dunque sempre positiva per il debito? In apparenza sembra così. I governi di tutto il mondo guardano positivamente ad un po’ di crescita dei prezzi al consumo per gonfiare le entrate fiscali e le dimensioni del Pil nominale: fa scendere il grado di indebitamento pubblico. Esiste, però, l’altra faccia della medaglia. Intanto il tipo di inflazione. Quello che ci sarà negli USA è da crescita della domanda; da noi è da stretta sulla produzione ed in gran parte importata: dunque tendente alla stagflazione. Inoltre, se il mercato incorpora aspettative d’inflazione più alte, reclamerà rendimenti maggiori per i titoli di stato. E’ quello che è avvenuto già in questi anni: basta vedere il rendimento dei BTP a 10 anni rispetto all’inflazione. La spesa per interessi lievita in termini reali e ciò innalza tendenzialmente il rapporto debito/Pil. Ora, con la Trump-economy, tutto sarà più accelerato e di dimensioni maggiori.
Una possibile soluzione sta nell’aumentare l’avanzo primario. Questo è stato programmato in Italia. Non potendolo fare sul lato delle entrate, lo si fa sul lato della spesa.
Diciamolo chiaro. Questa logica è quella più classica di una visione economica di stampo conservatore. La contrazione della spesa pubblica prevista è sostanziosa, il più grande calo dal 2011. L’avanzo primario (il risultato di attivo del bilancio senza considerare gli interessi da pagare) aumenta e dunque la manovra proposta è restrittiva: ma la vera accusa non può essere questa perché l’effetto sullo spread rende questa restrittività trascurabile. Il quadro di finanza pubblica disegnato sembra comunque prudente, rassicura i sottoscrittori del debito e gli effetti sono visibili e concreti. (spread a meno 21,6% da inizio anno). Gli effetti sull’azionariato sono ampi: la borsa cresce da circa 18.000 a oltre 36.000 punti in 5 anni. Linfa vitale per le imprese e la produzione.
Allora, si può ancora sostenere che non c’è una politica economica di questo Governo? Accidenti se c’è. E’ una politica – una strategia non un errore tattico – di destra. Forse neanche tanto di destra se la Confrontiamo con Argentina e Milei. Noi cosa proponiamo?
I problemi del debito e della sua affidabilità sono veri. La crisi del commercio internazionale esiste ed è gravissima e si aggraverà ancora, anche se non si sa di quanto. I consumi interni si possono aumentare, ma bisognerà mantenere parametri di spesa pubblica entro quelli “obbligati” dall’accordo con l’Europa. Gli effetti delle guerre sul nostro commercio ci sono: l’Ucraina costa finora 200 miliardi.
Tenendo presente questi vincoli, e tutto ciò che ne deriva, e tutto quello che si prospetta, bisogna domandarsi se soluzione trovata è l’unica possibile. E’ proponibile un progetto, fattibile e non da sogno (e cioè facendo finta che gli ostacoli citati non vi siano), che possa evitare che le condizioni di welfare siano quelle disegnate dal Governo e migliorarle? E le piccole ”attenzioni” di questa destra – che alla fine si prospetta come destra-sociale – verso i redditi più bassi possono assumere aspetto e dimensioni migliori? Quale ruolo assegnare al mondo industriale? Qual è una strategia alternativa?
Se ci si limita al mugugno, poco o molto accentuato, l’unica sensazione che si ricava è che si parla per parlare: se si fosse chiamati a decidere, ci si discosterebbe di molto da quello che si contesta? Il dubbio resta forte. Non è un buon viatico per opposizione e alternativa.





