
L’Europa ha condotto, nello scorso secolo, due guerre intestine trasformate in guerre mondiali.
In questa prima parte del nuovo secolo del terzo millennio è la guerra mondiale che ha investito l’Europa, da decenni illusa di essere una sorta di giardino dell’Eden.
La terza guerra mondiale, che si svolge in vari quadranti a macchie di leopardo, sta, a quanto pare, approdando, con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, ad una nuova Yalta, che definisca le aree di influenza delle grandi potenze e il rispetto dei giardini di casa.
In questa prospettiva, la logica dei neo-con (in fase di trasferimento dalla lingua inglese a quella francese), il globalismo e tutte le politiche collaterali, a cominciare dalla follia del Green Deal, sono destinati a finire, perché falliti.
Tuttavia, l’Unione Europea e, segnatamente la Commissione a trazione socialista, in questo contesto si presentano come il fortino del globalismo finanziario, in parte già abbandonato anche da pezzi importanti della finanza.
La cocciutaggine con la quale la Commissione si mantiene sulle linee di un passato che non tornerà più sta disastrando l’economia e rendendo l’Unione Europea davvero una scatola inutile.
Ne è prova quanto ogni giorno ci arriva da oltre oceano.
“I colloqui con Russia e Ucraina stanno andando molto bene”, ha detto il presidente americano Donald Trump, che in campagna elettorale ha promesso di mettere fine al conflitto tra i due paesi in tempi brevi.
“Parliamo” con Kiev e Mosca, ha affermato Trump, il quale ha aggiunto: “Abbiamo in programma incontri e colloqui con varie parti: penso che queste discussioni stiano effettivamente andando piuttosto bene”.
Il dialogo in corso non coinvolge minimamente l’Unione Europea e preoccupa anche il leader ucraino Volodymyr Zelensky, che ha avvertito che sarebbe “molto pericoloso” proseguire i colloqui senza il coinvolgimento di Kiev. “Possono avere le loro relazioni, ma parlare dell’Ucraina senza di noi è pericoloso per tutti”, ha sottolineato il presidente ucraino in una lunga intervista concessa all’americana Associated Press.
Zelensky, dopo l’invito Usa a tenere elezioni, pare stia capendo che, probabilmente, il suo tempo è finito.
L’Unione Europea comincia a preoccuparsi anche di quanto potrà accadere con l’arrivo dei dazi Usa, anche se con tutta probabilità trovare un accordo non sarà facile.
Ci hanno provato ieri i 27 capi di governo dell’Ue, nel “ritiro informale” che si è tenuto al Palais d’Egmont a Bruxelles.
Al centro del summit c’era la politica di difesa dell’Ue, ma il pericolo di una guerra commerciale era al centro dell’attenzione.
Domenica sera il primo ministro canadese Justin Trudeau ha chiamato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per informarlo della reazione canadese alla decisione del presidente americano Donald Trump di imporre dazi del 25% su Canada e Messico. Entrambi, spiegano fonti europee, hanno “sottolineato l’importanza delle relazioni bilaterali Ue-Canada e hanno confermato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme in tutti gli aspetti della cooperazione”.
“Ci stiamo preparando” a rispondere a eventuali dazi, assicura Kaja Kallas, Alta rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza che però avverte: “Non ci sono vincitori con i dazi: abbiamo bisogno dell’America e l’America ha bisogno di noi”.
Il presidente francese Emmanuel Macron è molto netto: “Se siamo attaccati sul piano commerciale l’Europa dovrà farsi rispettare e reagire”. Anche la premier danese Mette Frederiksen auspica, in caso di dazi, “una risposta collettiva e robusta”.
“Possiamo reagire alle politiche doganali con politiche doganali. Dobbiamo farlo e lo faremo”, garantisce Olaf Scholz, il cancelliere della Germania che sarebbe uno dei Paesi più colpiti dalle misure protezionistiche Usa.
Giorgia Meloni lunedì scorso ad Al-Ula in Arabia Saudita aveva sottolineato che “uno scontro non conviene a nessuno: Stati Uniti e Europa sono economie complementari”, auspicando un “dialogo” per arrivare a “una soluzione equilibrata e bilanciata”.
Il pressing Usa, peraltro, continua.
Il presidente americano Donald Trump ieri ha detto alla stampa che i prodotti europei saranno “molto presto” colpiti dai dazi doganali americani, dopo quelli imposti sui prodotti provenienti da Canada, Messico e Cina. “Si stanno davvero approfittando di noi – ha detto Trump – , abbiamo un deficit di 300 miliardi di dollari. Non ci prendono le nostre auto o i nostri prodotti agricoli, quasi nulla e noi tutti prendiamo milioni di automobili, quantità enormi di prodotti agricoli”.
Sul timing dei dazi, Trump ha spiegato: “Non ho un calendario ma arriverà molto presto”.
Rimane il fatto che più che mai vincoli e sparpagliati, gli Stati membri dell’Unione Europea sono travolti da una vicenda che non può che mettere alle corde la cocciutaggine della Commissione nel perseguire politiche economiche disastrose ed esiziali per le economie e le società dei Paesi membri.
Non va sottovalutato il fatto che tentare di stabilire assi trasversali con il Canada potrebbe mettere in discussione anche gli equilibri nella Nato.
L’Unione Europea, in definitiva, è una moneta, un mercato, un mostro burocratico e un altrettanto mostro giuridico, non è uno Stato e la sua difesa dipende dalla Nato che, senza se e senza ma, dipende dagli Stati Uniti. Punto e a capo.
Che Sholz e Macron, che non hanno più nemmeno gli occhi per piangere, alzino la voce, è penoso, per non dire ridicolo.
Sul fortino globalista, green e wokista di Bruxelles è entrato, in questi giorni, a gamba tesa Elon Musk, con il lancio del motto: MEGA (Make Europ Great Again), che fa eco a MAGA (Make America Great Again), slogan del presidente Usa Donald Trump dai tempi della sua prima campagna elettorale.
Elon Musk ha annunciato di voler rendere l’Europa grande ancora, con un lancio su X del suo movimento. Lancio nel quale si è rivolto direttamente alla gente.
“Gente d’Europa: unitevi al movimento Mega”, ha scritto senza però fornire dettagli.
Cosa intenda concretamente fare Elon Musk non è chiaro. Qual che è chiaro è che il messaggio che arriva dagli Usa scavalca la Commissione, il burosauro di Bruxelles e si rivolge direttamente ai popoli.
Il possibile nuovo progetto politico di Elon Musk potrebbe diventare pertanto la base per dare forma alle sue idee e mettere piede sempre più nelle dinamiche del Vecchio Continente.
Già Elon Mausk è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale tedesca, ma ha anche preso a schiaffi l’Inghilterra fabiana, con il primo ministro Keir Starmer bollato come un “essere spregevole”. Poi ancora la proposta di rinominare la Manica “Canale George Washington”, come dire: cari inglesi, nella seconda guerra mondiale vi abbiamo salvato la sopravvivenza e ora la colonia siete voi.
Messaggi durissimi, che evidentemente non sono battute di un pazzo, ma pezzi di una propaganda mirata.
Il post di Musk sul MEGA è diventato immediatamente virale con una sessantina di milioni di visualizzazioni in poche opre.
Sull’uscita di Musk si fanno varie ipotesi. Secondo alcuni, potrebbe trattarsi di un nuovo movimento per unire i partiti conservatori d’Europa, mentre per altri una semplice provocazione per aprire un dibattito.
Vedremo il seguito.
Per ora si capisce bene che, sia per l’Ucraina, sia in base alle esternazioni di Musk, la Commissione dell’Unione Europea non è un interlocutore tenuto in considerazione.
Nel frattempo i “Patrioti per l’Europa” di Viktor Orbán, Marine Le Pen e Matteo Salvini si incontreranno in Spagna, a Madrid, per una un Summit della destra radicale del continente venerdì 7 e sabato 8 febbraio. A presiedere la riunione, che avrà lo scopo di delineare strategia per i prossimi mesi, sarà il padrone di casa: il leader di Vox Santiago Abascal. Ci saranno anche il Partito per la Libertà dell’olandese Geert Wilders, il Partito della Libertà austriaco e i portoghesi di Chega.
Se diamo uno sguardo alla composizione dei governi dei 27 Paesi europei attualmente facenti parte dell’Unione Europea si vede il chiaro prevalere delle forze di centro destra.
I 27 Paesi dell’Unione Europea sono:
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PAESI |
CENTRO DESTRA |
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Sono 17 ascrivibili all’area di centro destra e 10 ascrivibili all’area di centro sinistra.
In queste condizioni è assai difficile che la Commissione a trazione socialista, cocciutamente intenta a proseguire con le politiche green, globaliste, di distruzione della struttura industriale e dell’agricoltura, possa prescindere dal progressivo spostamento a destra dei Paesi dell’Unione.
Paesi i cui leader compongono il Consiglio, che definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione Europea.
Non solo. Quando la guerra è mondiale, la Commissione europea deve stabilire da che parte stare.
Questa volta il tema non è se stare con la Triplice intesa o con la Triplice alleanza, ma con il futuro o con la coltivazione green del giardinetto di guerra, ossia di un’Europa di erbivori a questo punto si davvero schiavi di tutti, perché impotenti.
Se andiamo avanti con la Ribera al comando dell’Unione Europea il prossimo inno sarà l’orticello di guerra.
[…]
Anch’io combatto,
anch’io fò la mia guerra.
Con fede, con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra.
E curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra.





