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SENZA LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI E DEI LAVORATORI NON C’E’ UNA VERA DEMOCRAZIA

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di Antonio Foccillo

Da molti anni, con libri, editoriali e articoli ho approfondito l’analisi sulla crisi della democrazia. Un tema che la generalità delle persone non vive con la necessaria attenzione, perché non vi è la consapevolezza che esista un rischio reale, che farebbe tornare indietro a un passato nefasto, anche e non solo il nostro Paese e, di conseguenza, ridurrebbe gli spazi di libertà e di partecipazione, che sono l’essenza di un sistema democratico.

I sentori di questo ridimensionamento sono tanti e più volte li ho affrontati anche su questo nostro giornale e sono certamente: il cambio del paradigma economico, la crisi dei valori e la mancanza di ideali. C’è ne uno, però, più subdolo, di cui nessuno parla ed è la tecnologia. Essa è sempre più veloce e in continua trasformazione e i cittadini fanno fatica a stare dietro a tutte le innovazioni e, quindi, diventano sempre più “ignoranti” e tagliati fuori da tante cose. Inoltre, se si ha un qualsiasi problema da affrontare non si sa come fare, al massimo si può parlare con una macchina e dopo che hai fatto quello che ti chiede, fa cadere la linea. Anche questo è un fattore che ti fa sentire solo suddito di un potere più grande, che ti rende impotente e abbandonato a te stesso.

È necessario continuare a ribadire la necessità di combattere questo degrado civico e avvertire continuamente i cittadini dei rischi dell’assuefazione e del agnosticismo a questi eventi. 

Vediamo in breve un tempistica del ridimensionamento della democrazia.

Nel ventesimo secolo la maggior critica alla democrazia arrivò dal fascismo che riteneva la moderna democrazia una plutocrazia di origine illuministica e subdola dittatura massonica.

In seguito alla vittoria sul nazifascismo le democrazie occidentali si sono fronteggiate con le cosiddette democrazie popolari di stampo comunista e la concorrenza fra i due sistemi è stata estesa in campo ideologico, militare, tecnologico, politico, economico e culturale.

Dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti in Europa orientale, le democrazie liberali si sono cullate per un breve periodo nell’illusione di una vittoria definitiva sui sistemi totalitari, teorizzata in particolare nel saggio La fine della storia e l’ultimo uomo del politologo americano Francis Fukuyama.

Al contrario regimi autoritari permangono tuttora in Stati anche grandi e vi sono anche processi degenerativi in alcuni stati democratici, per i quali è stato introdotto il termine post democrazia, con cui il politologo inglese Colin Crouch ha descritto un sistema formalmente ancora democratico, nel quale però i processi comunicativi e decisionali vengono soppiantati da nuove forme oligarchiche e autoritarie.

Il comunismo sovietico, come l’attuale liberismo, sosteneva il superamento dello Stato di diritto, democratico o il mito di una legge imparziale tramite la vera democrazia sociale (o socialista). Il vero diritto – diceva Marx – dev’essere “disuguale”, perché deve tener conto di bisogni diversi, è impossibile che la legge promuova la democrazia, poiché chi la elabora non sarà mai la stessa persona che la deve applicare; oppure, se si tratta della stessa persona, quella più forte (economicamente) cercherà d’imporre delle leggi la cui applicazione sarà a proprio vantaggio.

Dopo il 68/69, nel nostro Paese le Istituzioni erano percorse da un degrado che si accentuava sempre più e che generava una sfiducia e una volontà di modificare gli assetti di potere, nello stesso tempo si andava marcando la disgregazione del tessuto sociale ed economico e tutto ciò influiva negativamente sui precari e instabili equilibri politici.

Mi riferisco alla contrapposizione fra destra e sinistra, alle divisioni fra Psi e Pci con un Psi che voleva affermare la sua autonomia, agli estremismi dei vari movimenti extra parlamentari e alla voglia di cambiamento nei confronti della gestione del governo del Paese.

Cogliendo anche gli umori nel Paese, si doveva proporre un cambiamento della politica attraverso un’alternativa ai governi di allora, che doveva realizzarsi nella costruzione del blocco sociale, più ampio, sia dalle forze moralmente e socialmente sane sia della forza produttiva e sia della capacità imprenditoriale e di tutti coloro che rifiutavano le logiche parassitarie e burocratiche.

Questo non avvenne! 

Poi l’operazione “mani pulite”, che portò alla fine della prima repubblica, ha spazzato via gran parte della classe politica di allora, ma contemporaneamente ha consegnato il Popolo italiano nelle mani di alcuni, già mezze figure di quella classe politica di allora.

Siccome, nonostante i successivi riciclaggi di uomini e partiti, questi personaggi imitatori dei loro maestri ma incapaci di aggiungere alcuna originalità, hanno riprodotto e amplificato lo stesso sistema – tra l’altro in modo più personale col fenomeno del leaderismo. Alla fine quella classe dirigente è stata sostituita da una senza spessore, cultura, valori e affaristica che si è dimostrata incapace e di aver accettato i dettami della finanza internazionale e del neo liberismo

Edgar Morin, tra i più grandi intellettuali europei, esaltava come uno dei meriti più grandi dell’Europa l’aver creato e diffuso la democrazia, nello stesso tempo metteva bene in evidenza come la democrazia non sia un valore autonomo in sé e per sé. La democrazia non è autosufficiente, in quanto non possiede una verità che trascenda il suo esercizio, e pertanto suppone alla base valori morali che, in quanto tali, la trascendono.

Morin scriveva: “La democrazia non è il riflesso di un ordine divino o cosmico. Non possiede in sé alcuna verità trascendente il suo esercizio; la sua verità fondamentale è di non avere verità per permettere alle diverse verità politiche di esprimersi, confrontarsi, affrontarsi rispettandosi, cioè rispettando la regola democratica. […] La democrazia non è altro che la costituzionalizzazione di una regola del gioco pluralistico”.

Certamente di fronte alle problematiche politiche poste dalla globalizzazione, dalla crisi economica, dalla finanziarizzazione dell’economia, dalla pandemia e, infine, dalla guerra non era facile e non è facile scegliere la tutela del bene comune, ma nascono molti dubbi sulla volontà politica di cercare, di conseguire seppure non completamente, questo obiettivo primario per il bene di tutti.

George Orwell, profeticamente, nel libro “1984” scriveva: “Raccontare deliberatamente menzogne e allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile”. 

Per far sì che questo venga sconfitto si deve affrontare subito un veloce cambiamento, per ripristinare speranze e valori solidali, con politiche che abbiano l’obiettivo di una società diversa e che dia pari opportunità a tutti. 

Ora, se la politica è luogo e tessuto di relazioni interconnesse in cui la società, la sua organizzazione e le stesse crisi non dovrebbero essere più affare di soliti pochi privilegiati, né tanto meno fondarsi sull’individualismo e la concorrenza individuale e sociale, solo la forza dei valori di solidarietà può rappresentare l’alternativa di oggi, non più rimandabile per ripristinare il concetto di democrazia.

Oggi, l’attuale situazione politica ed economica sta trasformando le garanzie — conquistate dalla società in decenni di lotte e di sofferenze — in profitto finanziario a favore dei soliti abbienti. Ciò avviene socializzando le perdite, aumentando le disuguaglianze e la povertà, criminalizzando qualsiasi opposizione e manovrando la ristrutturazione capitalistica in atto come una vera e propria guerra di sovranità nell’assetto della nuova geografia planetaria.

Se le crisi dei sistemi sociali non sono cosa nuova e inaspettata, come è possibile che il quadro attuale, così chiaro nel suo funzionamento, così feroce e deleterio, non suggerisca il cambio radicale del modello individualistico e del profitto privato?

Certo, combattere contro il potere della finanza e dei fondi di investimento non può prescindere dalla consapevolezza che questi hanno a loro disposizione armi efficaci e pervasive, per esercitare il loro dominio.

Solo se la politica sarà capace di riproporsi come il luogo in cui la società si auto rappresenta in un progetto alternativo, elaborato collettivamente e l’organizzazione sociale si struttura solidaristicamente, la politica, cessando di essere l’affare dei pochi, può diventare pratica comune a ogni livello.

Nell’attuale contesto socio politico sorgono una serie di interrogativi. Innanzitutto ci dobbiamo chiedere quanto, di ciò che critichiamo e stigmatizziamo nei sistemi totalitari è anche riscontrabile, se pur in forme più moderne e completamente diverse, nelle democrazie occidentali?

Inoltre, la democrazia è essenzialmente forma, cioè un insieme di procedure e non sostanza? Certamente non è possibile darle un contenuto unico, infatti molte libertà e diritti in alcuni sistemi lo sono in altri no, oppure lo sono di fatto solo sulla carta.

Quello che è chiaro che lo strumento dell’esercizio della democrazia debba essere funzionale al rinnovamento della politica, quindi che la parte sana della società, che crede ancora nei valori e negli ideali, che pure esiste ma fa fatica a farsi avanti, deve assumersi il compito di cambiare le cose impegnandosi nella politica e assumendo pienamente le proprie responsabilità pubbliche, partecipando attivamente, per divenire protagonista della trasformazione del Paese.

Questa nostra idea di partecipazione discende da un’analisi della storia repubblicana, che ci fa ritenere che la crisi della democrazia rappresentativa affondi le sue radici nell’incapacità manifestata dal regime democristiano (che ha dominato nella prima Repubblica) di realizzare pienamente il dettato costituzionale e nella cura dell’opposizione comunista a gestire principalmente il proprio potere, trascurando di portare i lavoratori alla partecipazione dei processi decisionali.

Bisogna ribellarsi a tutte le situazioni di degrado valoriale, istituzionale, economico, politico, anche se nessuno ha ricette pronte e tutti navigano a vista. Non è possibile cambiare velocemente le cose ma un tentativo va fatto. Come? Insegnando e formando i giovani agli ideali e alla Politica, perché solo così si trasmettono di nuovo alla future generazioni i valori della libertà, della democrazia e della partecipazione. Tutto questo diventa l’essenza del convivere unitario della comunità. Per questo va fatto! 

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  • Redazione

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