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LO SPETTACOLO NON VA IN ONDA E BIDEN ABBANDONA IL COLOSSEO. AVE GIORGIA

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Con un colpo d’ala da aquila imperiale, Giorgia Meloni ha cestinato il copione trappolone predisposto per metterla nella fossa dei leoni al Colosseo, in gramaglie per non essere stata capace di portare a casa (nonostante le sollecitazioni di Matteo Renzi in versione snowman in discesa libera e dei vari cespugli Soros dipendenti) Cecilia Sala, giornalista di sinistra, figlia di un importante uomo della finanza e collaboratrice del Foglio, fondato da Giuliano Ferrara, uomo Cia in versione Dem.

Il copione era perfetto. Nella fossa dei leoni al Colosseo doveva entrare Giorgia Meloni, rea di insipienza, incapace di difendere l’italica fanciulla rapita e carcerata dall’Iran.

Nella tribuna d’onore si sarebbe seduto Joe Biden, noto attivista dei rapporti di entente cordiale (eufemismo) con l’Iran, il quale, da novello imperatore della Quarta Roma, ossia Washington (la terza è rivendicata da Mosca, in quanto erede della seconda: Bisanzio) avrebbe asseverato l’impotenza della Giorgia, da mandare pertanto, ad bestias.

In compenso, lui, e i suoi locali pilati (Ponzio pilato finì in esilio in Gallia perché aveva ecceduto nel potere di riempirsi le tasche) avrebbero determinato la liberazione della Cecilia nazionale, con sommo gaudio della congrega Dem che, a quel punto, poteva ergersi a contraltare del trumpismo imperante nella marca d’Occidente, ossia gli Usa, disubbidiente ai fabiani inglesi, alle logiche di Sua Maestà britannica e di molte corti europee e alle velleità paranoiche del pupillo dei Rothschild, veri sconfitti nel Sahel e nel tentativo di comandare in Europa.

Non è andata così. Lei, Giorgia Meloni, è “garbatella”, ossia garbata, ma quando sfodera il gladio (altro nome di Stay behind di cossighiana memoria), ossia la corta spada romana che fu il simbolo dell’impero dell’Urbe, colpisce al cuore e il cuore, nella fattispecie, era il copione predisposto dei geni Dem dell’amministrazione di Joe Biden per mostrare la debolezza della Giorgia mandata ad bestias e consolidare, in quel dell’Urbe, il contratto di opposizione al trumpismo che associa gli amichetti di Soros: Joe Biden (il medagliere), Jorge Mario Bergoglio (pro tempore regnante nello Stato del Vaticano e un tempo amico della Guardia de Hierro nazista), aspiranti alla Legion d’Onore distribuita ai servi dell’Eliseo, diretti scherani del finanziare speculatore ebreo, che spogliò i suoi simili a vantaggio dei nazisti, senza essersene mai pentito.

La presenza di Joe Biden in Italia doveva servire a seppellire il maggiore e più autorevole referente degli Usa di Trump in Europa e a consolidare la filiera dell’opposizione che ha, in prima fila, tutti gli esponenti della sinistra democristiana, la Cei di Matteo Zuppi, il Pd wokista alla Schlein (che in Europa è la rappresentanza più numerosa nei Socialisti & Democratici) e, soprattutto, il Vaticano di Jorge Mario Bergoglio, pro tempore occupante il Soglio di Pietro.

Tempismo, determinazione, arguzia, hanno fatto della sacrificanda ad bestias un’aquila imperiale, simbolo di Roma, volata alta, lasciando il pollame starnazzante a bocca asciutta, per incontrare l’aquila di mare testabianca (Haliaeetus leucocephalus), simbolo di una talassocrazia che tale vuole rimanere.

Il copione, con la visita di Giorgia Meloni a Donald Trump e con la liberazione di Cecilia Sala è radicalmente cambiato.

Il rischio per il vecchio Joe era di accompagnare la Giorgia uscita illesa dal Colosseo a passare sotto l’Arco di Trionfo, mandando a carte quaranta la cucitura della rete delle opposizioni al trumpismo.

Meglio stare a casa a fare il volontario della Protezione civile per spegnere l’incendio che sta devastando Hollywood.

Gli incendi sono come le polmoniti, ottimi alibi per evitare il palcoscenico quando sono arrivo fischi dal Loggione.

Ovviamente la canea dei soliti idioti ha inventato amicizie della Meloni con Elon Musk, il quale avrebbe fatto da mediatore con Trump in cambio di un appalto miliardario.

Il fatto è molto, ma molto, più serio.

Dobbiamo stabilire se il Piano Mattei lo vogliamo realizzare. Dobbiamo stabilire se siamo o non siamo in sintonia con gli Usa nel difendere il lato sud della Nato. Dobbiamo stabilire se siamo o non siamo alleati degli Usa.

O se continuiamo a giocare con quattro barboni impotenti che litigano tra di loro come i polli di Renzo, in nome di un’Europa che non c’è e che quando c’è distrugge le potenzialità del Vecchio Continente in omaggio alle follie di Davos, di Soros e del manicomio woke.

Dobbiamo stabilire quanto ancora dobbiamo essere prigionieri di trentamila burocrati ideologizzati e proni al globalismo finanziario, ormai chiaramente sconfitto alla realtà

Se si vuole fare in modo che l’Europa torni con i piedi per terra e sia guidata da sani di mente, è di gran lunga meglio avere a che fare con i sani di mente Usa che, finalmente, stanno per mandare a casa il manicomio tecno finanziario neocon, impersonato dai Dem, piuttosto che con i paranoici dell’ex asse franco tedesco.

Nella fattispecie, meglio avere la copertura satellitare di Space X dell’alleato Usa che il dieci volte costoso ombrello dei satelliti europei, che sarà in disuso prima ancora di essere decollato.

Che dobbiamo fare? Aspettare di realizzare la copertura satellitare con quattro barboni impazziti dietro a ideologie distopiche e capaci solo di vessare i popoli europei?

Ci sono, inoltre, altre due considerazioni da fare sul Joe Biden che abbandona la scena, in quanto gli è stato sottratto il copione, malamente disposto, evidentemente, da menti italo-americane ormai prossime alla fusione neuronale.

La prima riguarda Soros. Joe Biden è talmente in stretti rapporti con Soros da averlo insignito della più alta onorificenza civile degli Usa. Papa Francesco è il propugnatore dell’agenda Soros, che in Italia si avvale delle truppe della Cei, ormai parrocchia del Pd, in un mix che mette insieme wokismo, gender fluid, green, guerra al climate change e via discorrendo. In Italia ci sono partiti e uomini e donne direttamente finanziati dalle fondazioni di Soros. Il tutto fa del Bel Paese un punto fondamentale sorosiano dell’opposizione a Trump.

La canea sorosiana va tolta di mezzo.

La seconda questione non è di minor importanza. La sinistra italiana, al di là dei finti pronunciamenti, è cinese, così come lo è il Vaticano di Bergoglio.

Cinese, a dire il vero, è  anche Joe Biden, così come lo sono stati i Clinton. Consolidare l’asse cinese in Italia, mentre Giorgia era ad bestias, con il capo chino e mentre i giornali di Elkann (nel frattempo in ginocchio alla corte di Trump) strombazzavano l’incapacità della popolana della Garbatella, sarebbe stato un delirio degno di un’abbuffata di cocaina.

E invece no.

Il copione è cambiato radicalmente. Da Roma si è alzata in volo un’aquila e il pollaio è rimasto esterrefatto e impotente.

Da normanno, non solo per cognome, ma per accertate ascendenze, non posso che dire: “Ave Giorgia”.

                                                                    

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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