
di Massimo Morigi
Appunti per una teoria fondativa del repubblicanesimo geopolitico e per il superamento/conservazione del marxismo
Polemos è di tutte le cose padre, di tutte re, e gli uni rivela dei e gli altri uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi.
Eraclito, Frammento 53
La ‘Teoria della Distruzione del Valore’, pur inserendosi direttamente e a pieno titolo nella tradizione della critica marxiana e marxista all’economia politica classica[1] e neoclassica e all’individualismo metodologico a queste inerente, intende rovesciare la teoria marxiana del plusvalore – viziata alla radice dall’economicismo dell’economia classica di Adam Smith e David Ricardo, economicismo che pur Marx intendeva respingere -, sostenendo, contrariamente alla teoria del plusvalore, che il modo di produzione capitalistico non si caratterizza per una sottrazione del plusvalore generato dal pluslavoro erogato dal lavoratore e di cui si appropria il capitale ma che, bensì, attraverso il nuovo rapporto sociale materializzatosi con l’avvento del capitalismo, si opera una distruzione reale e concreta del valore del lavoro richiesto al dipendente operaio dell’impresa capitalista.
Ma la ‘Teoria della Distruzione del Valore’ si colloca anche nell’ambito della dottrina filosofico-politica denominata Repubblicanesimo Geopolitico (o Lebensraum Repubblicanesimo) ed è complementare, specialmente per le epoche storiche ed i rapporti sociali precedenti o non riconducibili al primo capitalismo industriale e successive sue evoluzioni, ad una più generale ‘ Teoria della Predazione/Distruzione/Equilibrio/Incremento del Valore’, a sua volta afferente alla ‘Teoria Polemodinamica Evolutiva dei Cicli di Creazione/Conservazione/Trasformazione del Conflitto’, teorie anche quest’ultime due costitutive del ‘Repubblicanesimo Geopolitico’.
Fondamentale corollario. Alla luce della decisiva categoria di Gianfranco La Grassa degli ‘agenti strategici’, la distruzione del valore del lavoro[2] deve anche intendersi parallela, concomitante e complementare alla distruzione agente in quell’altro versante del potere: distruzione, cioè, della capacità di agire – seppur in senso lato – politicamente dei ‘non agenti strategici-operai/lavoratori di bassa fascia/non capitalisti’ (da adesso in poi definiti ‘decisori omega-strategici’ o ‘omega-strategic decisors’). In questo modo, la ‘Teoria della Distruzione del Valore’, affine per molti versi al concetto di Joseph Schumpeter di ‘distruzione creatrice’, è lo strumento fondamentale per completare la messa a fuoco e l’inquadramento teorico dell’operato degli ‘agenti strategici’ lagrassiani (da adesso in poi definiti ‘decisori alfa-strategici’ o ‘alpha-strategic decisors’), che agiscono (o, meglio, decidono) costantemente per accrescere il loro potere attraverso mosse strategiche indirizzate sia sul versante – apparentemente solo – economico e mosse – apparentemente solo – politiche, entrambi ambiti che però, se guardati attraverso l’univoca ed unica finalità di conquista della supremazia tipica dei ‘decisori alfa-strategici’, rivelano il loro consustanziale legame, cementato dalla loro comune politicità. Nella presente situazione postdemocratica che accomuna tutte le democrazie occidentali elettoralistico- rappresentative, siamo in presenza di una reale estensione formale dei diritti politici e civili a fronte di una reale distruzione sostanziale della loro efficacia e vigenza politica.[3]
Guardando le maggiori “democrazie” occidentali, questo significa, per i ‘decisori omega-strategici-lavoratori di bassa fascia/non capitalisti’, un’estensione formale dei diritti politici e, soprattutto, dei diritti civili: esemplare, a tal proposito, l’ideologia del “politicamente corretto” e dei “diritti alla diversità”, di genere o culturali che siano, che trovano la loro massima realizzazione e simbolo nel diritto al matrimonio fra omosessuali. Si tratta, quindi, di una estensione formale del loro ambito di decisione/azione a fronte, però, di una sostanziale distruzione del valore dei loro diritti e tutele lavorativi per opera dei ‘decisori alfa-strategici’. La conseguenza di questa distruzione del valore è un’ulteriore contrazione/distruzione dei già miseri ambiti di azione politica reale dei ‘decisori omega-strategici’.
La ‘Teoria della Distruzione del Valore’ consente altresì di ripercorrere il filo rosso continuo fra la nascita in Occidente delle prime società industriali/capitaliste con le originarie forme di dominio pre-industriali e come queste sono arrivate fino ai giorni nostri.
Tale distruzione del valore è del tutto simile a quella che avviene fra i combattenti nelle guerre assolute o totali moderne dove, per giungere al risultato strategico voluto, la vittoria, o la non sconfitta, si distrugge non solo la vita del nemico ma anche di quella carne da cannone che per convenzione si suole chiamare amico: non a caso l’economista austriaco Kurt. W. Rotschild ha affermato che se si vuole comprendere l’economia, piuttosto che studiare Adam Smith e tutti gli altri allegri studiosi della triste scienza, meglio è concentrarsi nella lettura del Vom Kriege di Carl von Clausewitz. Viene così facile notare la profonda analogia e legame fra la prima fase del capitalismo e la nascita della guerra assoluta analizzata da Clausewitz, dove in entrambe la distruttività veniva portata a livelli mai prima conosciuti dall’umanità. Ai giorni nostri, le possibilità di annientamento manu militari e manu scientifica è massima, grazie alla nuova generazione di armi sempre più basate sulla cibernetica. In una prospettiva non troppo lontana, il computer quantistico, con le sue numinose capacità computazionali, delinea addirittura una capacità di produzione/riproduzione/creazione di un potere un tempo solo riservato agli dei olimpici; le odierne forme sempre più evolute di intelligenza artificiale e la possibilità di manipolazioni della pubblica opinione e della natura fisica e biologica non ne sono che un timido preannuncio ma già operanti “un lavoro che, lungi dallo sfruttare la natura, è in grado di sgravarla dalle creature che dormono latenti nel suo grembo”. La guerra totale di settanta anni fa, compresa la stessa arma atomica, appare così un gioco da ragazzi al confronto delle potenzialità odierne e il capitalismo del XXI secolo non solo ha eliminato, almeno in tempi commensurabili con l’umana esistenza, ogni realistica possibilità di poter costruire un diverso rapporto sociale ma ha ormai addirittura annientato la stessa memoria storica dei tentativi portati avanti dai ‘decisori omega-strategici’ – o, meglio, dalle burocrazie socialistiche che sostenevano, in parte in buona e in parte in cattiva fede, di agire in nome e per conto del proletariato e per instaurarne l’ossimorica dittatura ma che, a tutti gli effetti, altro non erano che una diversa forma di ‘decisori alfa-strategici’ – per costruire un’alternativa al capitalismo. Le odierne società industriali/capitaliste sono caratterizzate – come le prime società industriali/capitaliste – da ‘decisori alfa-strategici’ che costantemente agiscono, nonostante tutta la dissimulativa retorica democratica, per ora con grande ed inarrestabile successo e senza alcun reale avversario verso una distruzione del valore del lavoro sull’apparentemente libero mercato e dei diritti dello stesso a livello giuridico. I ‘decisori alfastrategici’, oggi come sempre,[4] operano, in definitiva, per annichilire, sfrontatamente o più o meno nascostamente ma sempre con modalità distruttivamente del tutto analoghe a quella dei summenzionati conflitti armati, i già infimi ed unicamente consolatori spazi di decisione/azione dei ‘decisori omega-strategici ’.
Per tali ‘Decisori omega-strategici’, ne siano consapevoli o meno, vale sempre, indipendentemente dall’epoca storica e predazione o distruzione del valore che sia, la condizione vitale ed esistenziale – “dove anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.”- descritta dall’iperdecisionista Walter Benjamin – l’Angelus Novus per un rinnovamento ab imis della geopolitica e del repubblicanesimo, soteriologicamente ben più radicale e realista del “timido” e katechontico decisionista giuspubblicista nazifascista Carl Schmitt – alla ottava tesi di Tesi di filosofia della storia: la terribile e mortale condizione di ‘stato di eccezione permanente”.
Massimo Morigi – Ravenna, giugno 2015
[1] In particolare due sono le principali tesi espresse da Marx nel Capitale, che si sottoscrivono in pieno, a proposito del nuovo rapporto sociale generato dal capitalismo. A) La prima è che il capitalismo realizza la condizione dell’incontro sul mercato, su un piano di reciproca libertà formale, del datore di lavoro e del prestatore d’opera. Ovviamente questa reciproca libertà formale non significa indipendenza sostanziale del prestatore d’opera rispetto al datore di lavoro-capitalista ma anzi il suo contrario. Ma mentre per Marx il sigillo di questo dominio si concretizza con la sottrazione di plusvalore, per noi si realizza attraverso una distruzione del valore del lavoro del prestatore d’opera. B) Per Marx il suddetto rapporto sociale descritto al punto A non è un dato naturale come pensano gli economisti classici ma un dato culturale e storico. In questo siamo perfettamente d’accordo con Marx ma con un “piccola” precisazione che svilupperemo in un successivo momento: vale a dire che la classica suddivisione fra cultura e natura non sta letteralmente in piedi e che questa è una dicotomia che va totalmente spazzata via. Per essere ancora più chiari: questa non è assolutamente una critica a Marx che si muoveva, come del resto tutta la cultura del suo tempo ed anche quella del nostro tempo, lungo questa fallace dicotomia; è una critica radicale a tutta la cultura occidentale così come si è sviluppata a partire dalla rivoluzione scientifica galileana e che oggi, alla luce della rivoluzione informatica e cibernetica e della meccanica quantistica non può che prendere atto che il mondo naturale è intrinsecamente anche un mondo culturale e finalisticamente – il repubblicanesimo geopolitico dice: strategicamente – retto (insomma non si butti giù Galileo ma si riconsideri profondamente non solo Hegel ma anche Aristotele). Per quanto riguarda Marx, piuttosto, gli va riconosciuto l’immenso ed immortale merito di avere compreso che la società capitalista non risponde ad immutabili leggi di natura ma è frutto di una precisa evoluzione storica. Che poi abbia espresso questa fondamentale acquisizione nei termini della dicotomia natura/cultura è tutto un altro discorso, un discorso errato, del quale egli non porta nessuna colpa e al quale è deputato porre rimedio il repubblicanesimo geopolitico.
Distruzione consustanziale alla nascita dell’impresa capitalista che dà forma al nuovo rapporto sociale che vede l’incontro sul mercato, su un piano di formale libertà per entrambi, del lavoratore salariato e dell’agente capitalista, in realtà in un rapporto totalmente squilibrato a favore del secondo, il quale proprio per la disparità di forze a suo vantaggio acquista un lavoro ‘svalorizzato’.
[3] L’Italia – more solito – è un caso a parte: in questo paese, l’arretratezza politica è di un tale livello che anche dal punto di vista formale assistiamo ad una contrazione/distruzione non dissimulata, esplicita e smaccata, dello spazio politico di azione dei ‘decisori omega-strategici- lavoratori di bassa fascia/non capitalisti’.
[4] In particolare, per quanto riguarda l’epoca moderna, dall’inizio della rivoluzione industriale, attraverso una ‘distruzione de valore’ del lavoro; in altre epoche storiche possono essere state prevalenti modalità predatorie, e.g. la schiavitù antica e la servitù della gleba.





