di Giuseppe Augieri
In margine all’approvazione della finanziaria, ancora una volta avvenuta con il disgustoso rito del voto di fiducia, si è ripetuto l’altro ormai perenne rito: quello della polemica su questioni che meriterebbero ben altro trattamento.
E voglio essere il più chiaro possibile.
E’ inaccettabile che la più impostante legge che interessa l’intera popolazione – perché fissando i paletti di spesa corrente e di investimenti, fissa, in corrispondenza di essi, anche il livello di welfare – questa legge venga decisa dal Governo. Non è solo problema di dare spazio alla opposizione ed all’illustrazione delle sue controproposte, con una discussione che vada ben oltre la presentazione di emendamenti (alzi la mano chi sa di cosa parlano e perché sono stati presentati); ma anche di consentire in Parlamento il dibattito sul perché di alcune scelte specifiche da parte del Governo. Governo che è cosa diversa dalla maggioranza: tanto è vero che il Governo verifica che la maggioranza lo appoggi proprio attraverso il voto di fiducia, verificando dunque se si sono determinate delle incrinature nel rapporto con la maggioranza o con singoli partiti componenti della stessa o anche con personalità politiche di peso della maggioranza.
Il paradosso dunque è che lo strumento per una verifica di rapporti interni viene utilizzata per emanare provvedimenti che riguardano un campo ben più ampio della sola maggioranza.
Mentre dunque in una democrazia parlamentare la dinamica dello scontro politico dovrebbe coinvolgere la maggioranza e l’opposizione, nella sostanza si assiste ad uno scontro politico, e soprattutto mediatico, tra gruppi parlamentari ovvero partiti politici e Governo, in modo simile a quanto accade nelle democrazie presidenziali. Il corollario è che la maggior parte della gente è convinta, che il Governo, una volta ottenuta la fiducia, possa decidere in autonomia e, volendo banalizzare, che il potere dello Stato risieda esclusivamente nel Governo e si contrapponga alla volontà del popolo sovrano rappresentata dal Parlamento.
Questa la vera questione da affrontare. Inutile nascondersi dietro il dito: qualcosa di essenziale per la difesa della stessa democrazia parlamentare come disegnata dalla Costituzione.
La prassi della finanziaria approvata con voto di fiducia data come quasi costante dal 2018. Questa volta il relatore – dunque persona che deve illustrare il parere della maggioranza – si è dimesso perché considera inaccettabile continuare a svuotare il Parlamento del suo potere, quello normativo, attribuendo al Governo, ed al suo potere esecutivo, anche il compito di legiferare con la formula del “prendere o lasciare”. O, anche a voler essere particolarmente buoni, a limitare un minimo di discussione ad un solo ramo del Parlamento, abolendo de facto il Senato.
Credo, data la forza e la rilevanza dell’atto compiuto, certo sopra le righe, che potesse essere l’occasione per affrontare la questione per intero: per esempio proponendo di stabilire una data massima di presentazione della legge di bilancio tale che non diventi “necessario” contingentare i tempi di intervento e fornire alibi per la richiesta del voto di fiducia. Oppure, come in realtà ha accennato Renzi, per riproporre una discussione sul superamento del bicameralismo perfetto.
Nulla di tutto questo: litigi banali, su questioni banali, con toni ed argomenti banali. Dove “banale” può tranquillamente leggersi come “strumentalmente demagogico”.
A me, non so perché, ha ricordato – fatte le debite differenze – la reazione del Parlamento al discorso di Craxi 29 Aprile 1993 sul finanziamento irregolare ai partiti.
Un’occasione mancata.




