Home Opinioni UNA NUOVA VISIONE, IL VERO DONO DEL SOLE CHE RINASCE

UNA NUOVA VISIONE, IL VERO DONO DEL SOLE CHE RINASCE

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di Giorgio Cattaneo
 
Smise di splendere, il sole di Alessandria, nello sguardo luminoso di Ipazia: era ancora viva, si racconta, quando i bulbi oculari le furono estirpati. Le vennero espiantati con ferocia: estratti dal suo cranio venerabile di insigne matematica e filosofa. La grande Ipazia: imperdonabilmente donna, incompatibile con la brutale fede dei misogini barbuti, gli agitatori della croce. Eppure, cent’anni prima di mutarsi in persecutori atroci, i medesimi cristiani avevano subito le angherie di Diocleziano. Una di loro, la giovane Lucia da Siracusa, secondo l’agiografia tradizionale avrebbe offerto su un vassoio i suoi occhioni al ruvido soldato che la molestava, corteggiandola: come a dire che non è certo dalla vista che dipende la piena comprensione di noi stessi e della dimensione (sfocata e buia, così spesso) della quale siamo come prigionieri.
Quando anche il sole abbassa gli occhi, sprofondando dentro il sonno del solstizio, ci si domanda se non sia davvero il caso di imparare da Lucia, la luce madre che fa a meno della vista. L’insegnamento: sbarazzarsi di tutto quello che non serve più. E concentrarsi su come ci vorremmo, nell’anno solare che rinasce il 25, immergendoci nell’energia notturna del solstizio di dicembre. Pensieri modellati sulla base delle Notti Sante, secondo un testo eterodosso, “Sefer Ha-Gabriel”, portato dai rabbini nella Provenza catara, dove nel medioevo nacque l’espressione “cabala”. A ripescare quelle pagine – le prime 12 ore di Adamo nel giardino di Eden – è Vittoria Molinari Fornari, sempre estasiata dalla grazia dell’ispirazione che utilizza simboli sottili.
Racconto spurio, quello del Libro dell’Arcangelo sull’origine di Adamo. L’omino cresce in poche righe: da Golem di fango, si trasforma in amante di Eva (in sintesi epigrafica, l’intera esperienza dell’esistere: “Salirono sul letto in due e ne scesero in quattro”). E infatti: da quante sensibilità siamo abitati? Chi le possiede, le chiavi del sentire? Certo non bastano, gli occhi, nemmeno nei Vangeli non autorizzati. Secondo la Leggenda Aurea, la Maddalena avrebbe predicato proprio lì, dove i rabbini – un migliaio d’anni dopo – avrebbero donato il racconto talmudico di Adamo secondo Gabriele. In quelle terre gnostiche, dove fioriva il Catarismo, si era custodito qualcosa di antichissimo: la grave convinzione che la suprema Luce, Ahura Mazdā, nulla potesse contro la creazione dell’oscuro mondo materiale, fabbricato con odio e per dispetto da quelle che Montale battezzò “le buie forze di Arimane”.
Non poteva che nascere il 25 dicembre, nell’emisfero nord, il Figlio della Luce: il parto simbolico del sole. L’antico Gesù gnostico ci avverte: la verità non è di questo mondo. Gli fanno eco i Sufi: “Nel mondo, ma non del mondo”. E così anche il Pater cataro rinvenuto a Montaillou, villaggio martoriato dall’Inquisizione: “Perché il mondo non è nostro”, recita la preghiera, “e noi non siamo del mondo”. Qualcosa, di noi, abita altrove? Cosa sappiamo, esattamente, di questo scorrere del tempo? E poi: che effetto fa dare un’occhiata allo stato delle cose, nel più meraviglioso e disastrato dei pianeti, alla vigilia del 2025? L’immensa Ipazia avrebbe interrogato il cielo, perdendo gli occhi e rimettendoci la vita. Santa Lucia li avrebbe addirittura chiusi, gli occhi: ma solo per vederci meglio, ben oltre il grande buio.
 

 

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  • Redazione

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