
di Antonello Tomanelli
Regime in terapia intensiva dopo gli ultimi sviluppi in Siria, l’Iran si gioca la carta dell’ostaggio. Cecilia Sala, redattrice del Foglio, testata che con l’Iran non è mai andata di fioretto, da una settimana si trova in una cella di isolamento della prigione di Evin, fatta apposta per i dissidenti del regime.
Una sorta di penitenziario punitivo. Cinque minuti di aria ogni tre giorni. Si dorme per terra. Non di rado il pasto può consistere in cibo per cani. Le frustate, le finte esecuzioni, la sospensione per gli arti, la violenza sessuale, l’ingerimento forzato di sostanze chimiche e il diniego delle cure mediche, avvengono con una tale sistematicità da considerarsi accessori della pena. Un richiamo al «Reparto 17», in cui è ambientato il celebre film «Fuga di Mezzanotte», renderebbe perfettamente l’idea.
Probabilmente Cecilia non subirà alcunché di tutto ciò (ma che può saperne lei?). Comprensibilmente, sarà terrorizzata. E’ entrata in Iran addirittura con un visto giornalistico. Quindi le autorità sanno bene chi è, e soprattutto cosa scrive sul loro paese.
Articoli accurati, ben documentati, anche sul programma nucleare di Teheran. Podcast sulle proteste delle donne iraniane contro il patriarcato, quello vero naturalmente. Si ha l’impressione che Cecilia abbia appreso e trattato dati e fatti la cui divulgazione non sarebbe piaciuta al regime degli Ayatollah.
Come la dichiarazione disfattista del generale Hossein Salami, il venerato capo dei Pasdaran iraniani e nominato da Khamenei in persona, il quale avrebbe riferito in privato che per l’Iran la caduta di Assad rappresenta ciò che la caduta del Muro di Berlino rappresentò per l’URSS.
E non si può certo scherzare con gente che arriva a condannarti a 80 frustate se ti sorprende a bere alcolici, e che alla terza occasione ti commina la pena di morte. La stessa che applica con disinvoltura ad omosessuali, prostitute, adultere, blasfemi e pornografi. Insomma, Cecilia Sala è prigioniera di un regime che fa pagare al massimo prezzo ciò che per noi è impensabile sanzionare.
Come ogni regime autoritario, il suo codice penale contiene norme così generiche da poter farvi rientrare una miriade di fatti, anche insignificanti. «Diffusione di bugie», «propaganda contro il sistema», «procurato disagio nella mente dei cittadini» sono solo alcuni degli slogan codicistici la cui violazione, che il più delle volte consiste nel solo parlare, scrivere o passeggiare ai margini di un corteo, porta a trascorrere lunghi anni nei gironi infernali di Evin.
Questo quando il giudice non ritiene meritevole la pena di morte, come è accaduto a centinaia tra chi, minori compresi, aveva partecipato alle proteste dell’autunno 2022. Per costoro è risultata fatale l’accusa di «moharebeh», che riassume il concetto di «guerra contro Dio» anche attraverso la «corruzione», termine che in Iran assume un significato ben più vago di quello inteso nelle aule di giustizia occidentali.
Proprio in quel periodo la travel blogger Alessia Picerno fu rinchiusa per 45 giorni nel carcere di Evan senza sapere il perché. Lo intuì durante gli interrogatori, quando le chiedevano insistentemente delle foto che aveva scattato con il cellulare nel corso di una di quelle manifestazioni.
A confronto della Picerno, la posizione di Cecilia Sala appare ben più seria, visto il mestiere che fa. E la posizione che Reporter Sans Frontieres è solita assegnare all’Iran nella classifica della libertà di stampa (sempre oscillante tra il 174° e il 176° posto su 180 paesi costantemente monitorati) rende il fermo di Cecilia una prassi del tutto consueta. Sembrerebbe un bocconcino prelibato per il giudice Abolqasem Salavati, capo della XV sezione del Tribunale della Rivoluzione Islamica di Teheran, uno che si fida soltanto del materiale probatorio proveniente dai servizi segreti. Sanzionato da USA e UE per violazione dei diritti umani, si fregia del record di condanne a morte comminate a giornalisti e attivisti politici, uomini e donne, per i moti dell’autunno 2022.
Se si tratta soltanto di un vile ricatto, che per modalità e scelta della vittima si avvicina all’attività terroristica, Cecilia sarà liberata in tempi relativamente brevi. Ma una nota di colore va citata. Proprio mentre lei veniva rinchiusa nel carcere di Evin, Ilaria Salis confezionava un video sulle inaccettabili condizioni carcerarie italiane. Vediamo se avrà un sussulto di dignità denunciando le condizioni in cui versa oggi Cecilia Sala. Personalmente ne dubito.





