
di Carlo Di Stanislao
“Con le parole ci compri i biglietti ma il viaggio inizia quando si fanno i gesti”
Italo Nostromo
“Le parole che non dimentico sono gesti”
Ginevra Cardinal
Appena mezz’ora di discussione, poi i lavori si fermano: la manovra va in aula al Senato senza il mandato al relatore. Succede tutto in commissione Bilancio, dove l’esame della terza Finanziaria del governo Meloni si riduce a una formalità.
Ci si dimette di solito in polemica con chi non ci ha permesso di svolgere il nostro ruolo. Ora ci chiediamo,: il nostro concittadino Liris, con chi ce l’ha?
Si dimette contro il governo Meloni? Si dimette in polemica con il suo partito che ha sottomesso i gruppi di maggioranza alla volontà ottusa del governo? Forse più semplicemente la maggioranza in Senato ha preso atto che questo livello di umiliazione non è mai stato raggiunto e provano a salvare la coscienza inscenando dimissioni a dir poco risibili. Se fanno sul serio cancellino le mance indecorose approvate a Montecitorio e approvino il nostro emendamento che destina gli oltre 100 milioni dalla destra stanziati per mance varie al fondo per la non autosufficienza per ‘Vita Indipendente’.
Lamentarsi ora a fine corse di una pessima legge di Bilancio non solo non è credibile ma suona ancora di più come un ulteriore dileggio del ruolo del Parlamento.
A dire il vero il senatore Liris visti i tempi ristretti per l’analisi della manovra, aveva già dichiarato nel corso della mattinata di essere “pronto a chiedere di procedere senza il mandato al relatore”, cioè di far giungere in Aula il testo senza il via libera in commissione.
L’esame della manovra finanziaria è iniziato nella commissione Bilancio al Senato, come previsto dal programma del governo. I tempi per l’analisi degli 800 emendamenti presentati dalle opposizioni sono piuttosto limitati per cui il relatore e capogruppo di FdI in commissione, l’aquilano Guido Liris, ha dichiarato di essere “pronto a chiedere di procedere senza il mandato al relatore“, cioè di far giungere in Aula il testo senza il via libera in commissione. Come annunciato, quindi, il senatore ha presentato le sue dimissioni dal ruolo, spiegando di aver “chiesto al presidente della commissione di farsi mediatore perché non ci sia più la singola lettura parlamentare e perché si torni alla doppia lettura, che dal 2018 non è stata più fatta“.
Questa, come sottolineato dal capogruppo di FdI in commissione Bilancio, è la volontà della maggioranza. Lo stesso Liris, infatti, già nel corso della mattinata aveva auspicato che questa “fosse l’ultima volta che accada una cosa del genere“, ovvero di dover mandare in Aula il provvedimento senza il via libera della commissione.
A poche ore dall’approvazione del testo resta l’amarezza delle opposizioni, consapevoli di non aver potuto lottare fino in fondo per modificare una riforma che di fatto non approvano.
Tra poco più di un giorno, l’iter per la manovra finanziaria del 2025 potrebbe concludersi definitivamente, nel rispetto delle tempistiche imposte al governo Meloni. Eppure, anche quest’anno si è riaperto il delicato dibattito riguardante i voti di fiducia e il criticatissimo monocameralismo del Parlamento, non compreso nella Costituzione, ma sempre più invocato a causa delle consuetudini ormai adottate quando si tratta di analizzare e votare le Leggi di bilancio.
Pur di rispettare i tempi previsti, e per evitare di dover analizzare le centinaia, a volte migliaia, di emendamenti presentati dalle opposizioni, l’esecutivo sceglie di chiedere il voto di fiducia, costringendo così il Parlamento ad ingoiare le sue proposte di modifica, onde evitare la caduta del governo in corso. Il voto di fiducia, infatti, lega inesorabilmente il destino della Legge a quello dell’esecutivo, di fatto costringendo i parlamentari di maggioranza a votare a favore per evitare la caduta del governo di cui fanno parte.
E allora il gesto di Liris è un segno di appartenenza o qualcosa di diverso da inviare ad un governo che fa le cose troppo in fretta e spesso molto male?





