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COME SALVARE IL CAPITALISMO

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di Massimo Coccia

Vorrei esprimere alcune articolate considerazioni su quello che rappresenta oggi il capitalismo nella nostra società contemporanea, questo sistema che nel tempo ha garantito un aumento del benessere di molte popolazioni mondiali e quali strategie potrebbero salvarlo dal germe dell’autodistruzione.  

Alcune tesi diffuse sulla crisi economica del 2008-2009-2010-2011 cercano di spiegare gli eccessi del sistema capitalistico e credo che la cosa più importante ora sia capire quali siano questi eccessi e non le distorsioni del sistema stesso.

Tutti cercano di focalizzare l’attenzione sugli eccessi prodotti dalle persone, banche, politica ma ci chiediamo, perché ora non proviamo a mettere in discussione il sistema, come abbiamo fatto con il Comunismo durante il suo crollo negli anni 90?   

Se dopo tutte queste analisi risultasse che a tendere anche il capitalismo si rivelasse un fallimento con quale sistema migliore si potrebbe sostituire? In fondo è più facile togliere gli eccessi sperando che poi il capitalismo funzioni e che tutto migliorerà in futuro.

Si potrebbe tentare di dimostrare come in realtà il problema non sono gli eccessi, ma è insito nel sistema e quindi anche togliendo gli eccessi che in parte dipendono dalla variabile umana, il problema rimarrebbe.

I sistemi economici non sono frutto di meri calcoli matematici ma sono il risultato di precisi interessi di forze dominanti, dalla necessità di risolvere problematiche sociali senza pensare a complessità future ma solo a quelle di breve periodo.

Sappiamo che purtroppo gli interessi delle generazioni della società contemporanea potrebbero non essere coincidenti con quelli delle generazioni future.

Passiamo ora ad analizzare la teoria in base alla quale la capacità del capitalismo di distribuire ricchezza è inversamente proporzionale allo sviluppo tecnologico e alla diversità dei mercati (diversità della ricchezza dei popoli e dei diritti dei lavoratori).

Si valuteranno le situazioni più positive possibili senza considerare le variabili e gli eccessi che incidono negativamente sul capitalismo quali la speculazione finanziaria, corruzione, riduzione delle risorse energetiche e delle materie prime, costi e inquinamento. Se il capitalismo non funziona così senza queste variabili negative, significa che è un sistema che non funziona bene.

Nel libero mercato ci sono tre attori, i proprietari delle attività produttive, i consumatori e i dipendenti che vi lavorano.

Il mercato funziona quando un’impresa produce una merce che è acquistata da un consumatore, il proprietario dell’azienda paga i suoi dipendenti e ha un personale guadagno, quindi, il dipendente ed imprenditore si trasformano in consumatori. In una condizione ottimale tutte le figure si devono bilanciare, in effetti, se l’imprenditore non paga i suoi dipendenti, questi non possono acquistare i prodotti e consumare e l’impresa, non potendo vendere le merci prodotte, fallisce.

Il capitalismo inteso come libero mercato mette il consumo, alla base della sua crescita. Uno dei principi cardine del capitalismo prevede che se si lavora non si può consumare; da ciò deriva che affinché il sistema produca ricchezza generalizzata, occorre una larga base di consumatori e lavoratori. Il fatto che il lavoratore e il consumatore coincidono e si possono muovere in libertà è la forza del capitalismo e in pratica questo ha generato una grande ricchezza ed ha contribuito a un benessere diffuso.

Ora cerchiamo di analizzare come la tecnologia contribuisce nel lungo termine a indebolire il capitalismo.

Tutte le imprese cercano di utilizzare le nuove tecnologie per essere più competitive e la tecnologia come la robotica aumenta la quantità dei beni prodotti a parità di lavoratori.

Ora abbiamo due scelte:

1) Si riducono i dipendenti. Soluzione non opportuna, perché i dipendenti sono anche consumatori; se questi lavoratori consumatori non potranno più acquistare, si dovrà ridurre la produzione con la conseguente riduzione dei dipendenti, causando una spirale negativa.

2) Si aumenta la produzione. Questa è una possibilità concreta perché si aumentano i beni prodotti e consente un aumento degli stipendi per acquistare una quantità maggiore di prodotti disponibili.

Con questi due esempi abbiamo visto come il capitalismo genera ricchezza.  

Ora vediamo cosa accade se la tecnologia, aumentando la capacità produttiva satura il mercato facendo diventare costante la capacità dei consumatori / lavoratori di consumare (un lavoratore in pratica passa la metà del suo tempo a consumare e l’altra metà a produrre).

Mentre la produzione aumenta si può scegliere se:

Ridurre la produzione. Questo però avrebbe un effetto negativo perché si riducono i dipendenti – consumatori, innescando un trend negativo.

Si mette in atto un’obsolescenza programmata facendo così durare meno le merci; ad esempio, nella moda si possono utilizzare materiali di bassa qualità riducendo i costi e facendo durare meno i prodotti. Comunque si può guadagnare tempo ma il mercato comunque arriva alla saturazione senza parlare dell’inquinamento che ne deriva facendo lavorare le persone non per produrre beni ma solo scarti e rifiuti considerando pure che molti prodotti si comprano ma non si usano creando inefficienza nel sistema.

Si cerca di spostare i lavoratori dalla produzione di beni al settore delle attività legate ai servizi per creare nuovi consumatori. Anche in questo caso non risolviamo il problema perché anche questi consumatori producono un bene immateriale che deve essere consumato, altrimenti questi ultimi non possono acquistare i beni da loro prodotti  

Ora immaginiamo di adottare una soluzione che prevede di spostare i lavoratori dalla produzione di beni ai servizi gestiti dagli enti pubblici e dallo Stato con assunzioni pubbliche. Con questa soluzione si riducono i lavoratori che producono beni e aumentano i lavoratori che forniscono servizi pubblici. Questa situazione crea ricchezza nel breve ma alla lunga si crea un’inefficienza nel sistema economico che porta lo stato a indebitarsi.

A questo punto si favorisce l’immigrazione per creare nuovi consumatori. L’immigrazione da paesi più poveri crea una domanda di beni e posti di lavoro, ma considerando che questi lavoratori spediscono i loro guadagni nelle Nazioni da cui provengono, si può considerare questa soluzione irrilevante da un punto di vista di creazione del benessere. Inoltre, questo fenomeno favorisce la creazione di lavoro nero pagato poco che porta ad abbassare gli stipendi dei lavoratori nazionali, riducendo la capacità di spesa delle persone.

Si cercano altri consumatori in altre Nazioni in via di sviluppo (fenomeno della globalizzazione). Questo non avrà effetto se nello scambio di merci ci si rivolge a paesi con mercati saturi e quindi si tenta di rivolgersi a paesi con mercati non saturi dove vivono milioni di persone in stato di difficoltà e povertà; con poco denaro queste ultime non possono consumare beni quindi se si desidera trasformare queste persone in lavoratori per dar loro potere di acquisto affinché possano acquistare le merci che l’impresa produce occorre aprire le fabbriche nei paesi dove i mercati non sono saturi. Il costo della manodopera in questi paesi è più basso che nei paesi da cui provengono queste multinazionali e quindi il costo dei beni prodotti è molto più basso. Inizialmente le imprese non possono vendere i prodotti più evoluti nei paesi poveri costruiti nelle nazioni sviluppate e quindi sono costrette a rivendergli in loco a basso costo questi prodotti. Il problema di sovrapproduzione nei paesi sviluppati ancora persiste mentre cominciano i processi di sviluppo nei paesi poveri.

Ora passiamo a vedere come la globalizzazione influisce in modo negativo sui paesi sviluppati.

In un libero mercato non si può impedire che l’impresa (multinazionale) persegua il massimo profitto; quindi, la stessa riporta i prodotti che produce a bassi costi nei paesi poveri e li rivende nei mercati sviluppati a costi simili a quelli presenti in quel determinato mercato.  Questa pratica permette alle multinazionali di guadagnare molto denaro perché producono a costi bassi vendendo nei paesi sviluppati a costi molto alti. Inizia una fase d’importazione nei paesi ricchi di prodotti costruiti nelle nazioni meno sviluppate, mentre le esportazioni dai paesi ricchi rimangono le stesse (perché nei paesi poveri non si sono creati ancora consumatori con un potere di acquisto che gli consenta di acquistare prodotti ad alto costo).

Vediamo ora cosa accade nei paesi avanzati:

Subentra una forte concorrenza di merci prodotte a basso costo importate dalle multinazionali che procura danni in primis alle aziende che producono in loco che fabbricano il tipo di prodotti importati e queste ultime per non soccombere iniziano a importare semilavorati o prodotti finiti che rivendono come se fossero prodotti propri. La conseguenza è che nei paesi sviluppati si riduce la forza lavoro nel settore della produzione, un problema creato dalla globalizzazione che si va ad aggiungere al problema creato dalla tecnologia. A questo punto per limitare la diminuzione dei lavoratori consumatori si possono trovare due possibili soluzioni:

Si può sfruttare il vantaggio dei paesi sviluppati che consiste nel produrre merci più competitive ed evolute.  In questo modo i paesi con la tecnologia più avanzata tendono a migrare la produzione su questi tipi di prodotti rallentando il processo di deindustrializzazione che comunque non si arresta poiché molti prodotti semilavorati vengono fatti nei paesi a bassi costi di manodopera.

La seconda soluzione prevede di spostare le persone dalla produzione di beni ai servizi e nella pubblica amministrazione. Si pensi che questa soluzione è stata adottata da molti paesi prima della globalizzazione, per risolvere il problema degli esuberi prodotti dall’introduzione delle nuove tecnologie e, come si è detto, alla lunga questa prassi crea inefficienza perché costringe gli Stati ad indebitarsi. Come abbiamo visto le macchine che occupano il posto dell’uomo, riducono il numero di lavoratori e la globalizzazione con il lavoro a basso costo riduce la produzione e i lavoratori nei paesi sviluppati. La riduzione dei lavoratori nei paesi sviluppati riduce i consumi e questo significa fasce di popolazione che finiscono in povertà per la perdita di lavoro e di conseguenza l’accesso ai beni di consumo.

Conclusione:

Si comprende che quanto finora analizzato con la globalizzazione si producono uno spostamento dei prodotti di consumo dai paesi poveri e uno spostamento di denaro inverso.

Calcolando l’obsolescenza rapida delle merci di consumo, questo processo si ripete senza sosta, fino ad arrivare a un punto in cui nei paesi sviluppati a parità di consumi, le ricchezze accumulate negli anni dello sviluppo economico tendono a finire e la conseguenza non potrà che essere un aumento di ricorso al debito pubblico e/o privato. Anche il debito pubblico comunque si può definire un debito privato dei singoli cittadini. Nel tempo questo trasferimento di ricchezza tende a equilibrarsi e questo significa che i paesi ricchi cederanno prima la ricchezza in cambi di beni di consumo e poi dovranno entrare in competizione con quelle economie che hanno condizioni salariali molto più basse. Se nei paesi in via di sviluppo, le conquiste sociali saranno simili a quelle dei paesi sviluppati, la migliore condizione che si potrà avere è che nei paesi sviluppati i lavoratori vedranno ridotta della metà la loro capacità di acquisto e i loro diritti, che saranno in aumento nei paesi in via di sviluppo.

In definitiva questo significa che le economie occidentali devono prepararsi a diventare molto più povere di quanto sono adesso.    

Dopo questo livellamento di ricchezza il sistema potrà ricominciare a crescere com’è accaduto inizialmente nei paesi sviluppati, con un momento di massima produzione di beni diffusa a livello planetario; questo potrebbe sembrare un’ottima cosa ma purtroppo viviamo in un mondo in cui le risorse non sono infinite e l’utilizzo delle tecnologie procura inquinamento.

Riepilogo:

Abbiamo visto nell’analisi sopra evidenziata che il capitalismo depurato dai suoi eccessi contiene un limite e potenzialità negative.

Il limite è costituito dalla capacità di distribuire ricchezza perché ha come propulsore principale il profitto personale e non vi pone limiti.

La potenzialità negativa risiede nel fatto che l’eccesso di produzione di beni, non rispetta la limitata capacità del pianeta di rigenerarsi dall’eccessivo sfruttamento delle risorse e dall’ inquinamento che questi produce e questo problema non è risolvibile visto che il fine ultimo è il profitto personale e non il bene comune.

Questa analisi è stata fatta depurata da qualsiasi pregiudizio e distorsione e si direbbe che il capitalismo sia un sistema sbagliato perché se in una prima fase è vero che crea ricchezza a lungo termine è autodistruttivo perché non ha le basi per auto correggersi. È come se per far correre di più un treno si evitasse di inserire i sistemi di controllo dei freni per essere più leggeri sperando che non si abbia mai bisogno di utilizzarli.

Vediamo come si è sviluppata la situazione in Italia alla luce di quanto sopra esposto come in altri paesi occidentali dopo la fine della Seconda guerra mondiale:

1950: Inizio sviluppo economico

1970: l’industrializzazione fa perdere lavori nella produzione e si spostano i lavoratori nella pubblica amministrazione ed enti locali.

1973: Inizia l’inefficienza nel sistema ed inizia ad aumentare il debito pubblico.

1990: Inizia la globalizzazione

1997: Inizia il controllo della spesa pubblica per rientrare nei parametri europei.

1998: Inizia ad aumentare il debito privato.

2000: Aumenta la globalizzazione.

2001: Il debito pubblico è legato al PIL e ai parametri Europei, in seguito comincia ad aumentare il debito privato.

2002: Si riduce il potere di acquisto.

2003: Inizia la bolla immobiliare.

2007: Inizia la crisi della borsa.

2008: Inizia la crisi economica con primi lavoratori licenziati o in cassa integrazione, aumenta il debito pubblico e privato.

2008-2009: Cala la produzione industriale.

2009: Aumento dei cassa integrati e licenziati.

2009: Aumenta il debito pubblico con calo del PIL e delle entrate fiscali.

2010: Scoppio della bolla immobiliare in Italia con continuo aumento dei disoccupati.

2011: Salita dello Spread e riduzione degli stipendi e pensioni.

2012: Si riduce lo stato sociale.

2013: Aumentano le proteste nelle piazze e aumento immigrazione.

2014: Povertà diffusa con aumento immigrazione di massa dall’ Africa.

2015: Ristrutturazione sociale.

2016: Stabilizzazione sociale.

2017: Lenta ripresa industriale.

2018: Inizio ripresa economica.

2019: Livellamento dell’economia mondiale.

2020: Mondo altamente competitivo governato dalla finanza

2021-2030: Distribuzione della ricchezza iniqua con molti poveri, pandemie, nuovi conflitti armati che bloccano il commercio internazionale, cambio di paradigma economico più sostenibile e rispettoso dell’ambiente, sviluppo dell’intelligenza artificiale e sostituzione del lavoro umano con le macchine.

Il trend è questo e le politiche monetarie possono rallentare alcuni processi o accelerarli.

Per evitare questo inesorabile destino occorrerebbe ridistribuire meglio la ricchezza ma oggi ancora prevale una certa avidità.

Cosa si potrebbe attuare per migliorare la situazione nei paesi sviluppati?

Limitare l’import di merci (max 20% dai paesi low cost) per rallentare il deflusso di ricchezza e rilanciare la produzione interna.

Licenziare lavoratori improduttivi e non quelli produttivi in modo che si possano abbassare le tasse a imprese e lavoratori.

Rendere la popolazione consapevole di quello che sta accadendo.

Abolire parte del debito pubblico costituito dagli interessi sull’emissione del denaro.

Fornire giuste informazioni e creare consumatori consapevoli ed intelligenti.

Ridistribuire ricchezza.

Ridurre gli sprechi con l’economia circolare e utilizzare sempre più tecnologie green in modo graduale.

Evitare opere pubbliche faraoniche che non servono a nulla.

Emettere moneta non gravata da interesse

Avviare la costruzione di città intelligenti (smart city) e piccoli villaggi.

Rendere il sistema più efficiente possibile è l’unica strada perché non si può impedire che le ricchezze a nostra disposizione si riducano, nel frattempo occorre creare sistemi intelligenti che costino di meno.

Siamo un paese senza risorse energetiche fossili, uranio e materie prime e questo costituiscono un elemento di debolezza per la nostra competitività a livello globale, ma abbiamo, il sole, un paesaggio e bellezze architettoniche e storiche incredibili, un buon clima, campagne fertili e un bellissimo mare con molta inventiva e iniziativa privata.

Dobbiamo vincere la sfida dell’autosufficienza ora che le attività produttive si sono spostate in altri paesi e fare dell’Italia un museo a cielo aperto e il paese delle scienze ecologiche. Dobbiamo specializzarci nelle attività nelle quali possiamo avere materie prime e scambiare i nostri servizi e prodotti con altri paesi.

Il mondo è circolare, è come il gioco dell’oca quando si arriva alla casella n°58, si parte per un percorso ma poi si accorge che si ritorna al punto di partenza. In tutto questo processo a soffrire di più saranno le persone più svantaggiate economicamente che non hanno accesso alle informazioni e alle risorse essenziali per superare questi eventi traumatici.

Autore

  • Redazione

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