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ERDOGAN NEL GRAN BAZAR DELLA GEOPOLITICA

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Aleppo è nelle mani dei ribelli sostenuti dalla Turchia. La Siria è nel caos e Recep Erdogan gioca con disinvoltura levantina nel gran bazar della geopolitica, mettendo a dura prova i suoi rapporti con Mosca e puntando a indebolire l’Iran, non solo per l’area in questione, ma anche guardando ai difficili rapporti con Teheran nell’area del Mar Caspio

Ieri un tentativo di colpo di Stato sarebbe stato attuato nella capitale della Siria, Damasco.

A riportare la notizia è la maggior parte dei media turchi, che pubblicano anche video di esplosioni e scontri nella capitale siriana che, affermano, sarebbero riconducibili all’ammutinamento di una parte dell’esercito.

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Il presidente siriano, Bashar al-Assad, ha fatto sapere che il suo Paese è in grado di “sconfiggere i terroristi”, dopo l’offensiva lanciata dai ribelli nel nordovest della Siria.

“La Siria – ha affermato Assad – continua a difendere la sua stabilità e integrità territoriale di fronte a tutti i terroristi e ai loro sostenitori, ed è in grado, con l’aiuto dei suoi alleati e amici, di sconfiggerli ed eliminarli, indipendentemente dall’intensità dei loro attacchi”.

I suoi amici sono principalmente i russi, che in Siria hanno la base navale di Tartus,  fondamentale per garantire la presenza della flotta russa nel Mediterraneo.

E gli amici di Assad hanno già, in qualche modo, risposto, uccidendo, durante un raid aereo, Abu Muhammad al Jolani, capo di Hayat Tahrir al Sham, raggruppamento di ribelli sunniti che hanno attaccato in Siria. Il fatto sarebbe accaduto a Idlib, secondo quanto riferisce il governo libanese su X.

L’avanzata delle milizie ribelli è il risultato di una strategia mirata a sfruttare le debolezze degli alleati di Assad, con la Russia impegnata in Ucraina e l’Iran sotto tiro da parte di Israele.

La Turchia, che da anni appoggia alcune fazioni ribelli, vuole eliminare la minaccia curda e, soprattutto, vuole porsi come soggetto insostituibile nella possibile nuova stagione medio orientale, quando ripartiranno i negoziati tra Israele e l’Arabia Saudita, con la ripresa della logica degli Accordi di Abramo.

La mossa di Erdogan su Aleppo fa capire due cose.

La prima, che il presidente turco, da autentico levantino, nel bazar della politica mediorientale sa trattare con abilità commerciale, introducendosi in un gioco complesso, al fine di porsi come interlocutore essenziale, senza minimamente pensare a logiche di coerenza nei rapporti di alleanza o di buon vicinato.

Amico dei russi, che lo hanno salvato quando gli Usa gli confezionarono, al tempo di Obama, un colpo di stato, Erdogan guida un Paese Nato. In questi mesi il sultano, che si pone come erede della Sublime Porta, ossia dell’Impero Ottomano, ha tentato di ergersi a difensore di Hamas, nella logica (risultata fallimentare)  di essere il riferimento del mondo arabo e di giocare una partita da leader islamico.

La seconda, che è la premessa della prima, è che il gioco ormai è complesso, mondiale e conduce inevitabilmente al nodo dei nodi: un nuovo equilibrio mondiale basato sul multilateralismo.

Erdogan, nella nuova logica di possibile trattativa multipolare che si profila con la presidenza di Trump, vuole avere un ruolo, pensandosi non come un commerciante del suk, ma come statista dell’impero mai abbandonato nei sogni di chi fu sconfitto dopo la prima guerra mondiale.

Vale la pena di ricordare, anche riguardo all’attuale questione della cessione di terre da parte degli sconfitti (il prossimo futuro dell’Ucraina e il passato dell’Italia) che la conferenza di Pace che concluse la prima guerra mondiale, inaugurata nel castello di Versailles il 19 gennaio 1919, condusse, il 10 agosto dell’anno successivo, alla firma del trattato tra i vincitori e la Turchia.

Esso stabilì l’internazionalizzazione degli Stretti, la cessione alla Grecia di Tracia orientale, delle isole egee e di Smirne e l’accettazione dei “mandati” di governo conferiti dalla neonata Società delle Nazioni alla Francia per Siria e Cilicia e all’Inghilterra per Mesopotamia, Cisgiordania, Transgiordania e Arabia.

Si creò un’Armenia indipendente, mentre Rodi e il Dodecaneso passarono all’Italia, Cipro e l’Egitto all’Inghilterra.

Contro le trattative di pace sorse un “movimento nazionale” guidato dal generale Mustafa Kemal Atatürk, il quale propugnò la creazione di un nuovo Stato nazionale turco entro i “naturali confini” dell’Anatolia e respinse l’ipotesi di un “mandato” americano su quel che rimaneva.

La conferenza di Londra del febbraio del 1921 legittimò i kemalisti, riconoscendo il governo provvisorio di Ankara come l’unico interlocutore credibile.

Il 1° novembre 1922, dopo l’armistizio con la Grecia, il sultanato fu soppresso e, subito dopo, proclamata la Repubblica. Nel 1923, Mustafà Kemal divenne presidente della nuova repubblica con capitale Ankara, con un programma che prevedeva la laicizzazione, l’eliminazione del diritto religioso islamico dalla vita amministrativa e dal sistema scolastico, un sistema economico fondato sulle partecipazioni statali. Nel 1928 si adottò per la lingua turca scritta l’alfabeto latino, sostituendolo a quello arabo.

Ora Erdogan si pone al contempo come erede dell’Impero Ottomano, come difensore della Patria turca, in imitazione di Kemal Atatürk e come difensore dell’islamismo. E’ la stessa logica con la quale è amico dei russi e membro della Nato.

Nel caos siriano, tutto è possibile, anche giocare a fare il padrone del suk, ma quando si arriverà ad un vero confronto tra protagonisti mondiali, quello che sarà necessario metter in campo si chiama affidabilità.

I patti si fanno e reggono se a stipularli sono soggetti leali ed affidabili.

E’ stato così con la Conferenza di Yalta, che ha retto anche durante la Guerra Fredda, mentre dopo la fine dell’Unione Sovietica, l’affidabilità è scaduta a livelli di suk, grazie soprattutto alla politica dei neoconservatori, dei Dem Usa e dei sogni neo imperialistici di un’Inghilterra fabiana che non si rassegna ad essere quella che è, ossia una nazione tra le tante.

Della Francia inutile persino parlare, con la grandeur umiliata giusto ieri dalla cacciata anche dal Senegal (dopo Niger, Mali e Burkina Faso).

Se ci sarà un tavolo negoziale al quale si siederanno Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping e Bin Salman, con qualche altro soggetto come, ad esempio, l’indiano Modi, che se ne faranno del commerciante del suk, del conduttore di affari da bazar della geopolitica?

Che se ne faranno di chi progetta, sulle rive del Tamigi, l’ultima idiozia bellica dell’Ucraina, ossia l’invasione dell’oblast di Kursk o di chi abilita l’uso dei propri missili per colpire il territorio russo, innescando un’escalation, mentre c’è chi vorrebbe avviare trattative per concludere il conflitto?

La questione che si pone, oggi e domani, si chiama affidabilità e chi gioca su più tavoli, chi si è rimangiato la parola data, chi ha fatto della furbizia la propria linea di condotta sarà difficilmente protagonista (forse nemmeno invitato) alla definizione dei prossimi assetti del mondo.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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