
di Giuseppe Augieri
Ho ascoltato Kamala Harris dopo la sconfitta. Ho misurato la distanza tra le sue parole e quelle che capita a noi di dire dopo una tornata elettorale. Ho capito che noi siamo lontani mille miglia dal senso dello Stato che quelle parole richiamano. E che saranno ascoltate perché, per gli americani, la cosa più importante è l’America. Tutto il resto viene dopo. Dunque si va allo lo scontro, anche aspro, fino ad oltre le nostre recenti espressioni di violenze verbali, per vincere una competizione: che è stata fatta non solo sul potere (che c’è) ma sul confronto di espliciti programmi di politica – politica a tutto tondo – profondamente diversi. Una volta avuto il risultato c’è, da parte di chi ha perso, la promessa di continuare la lotta ma nel rispetto del risultato elettorale. La promessa di non mantenere spaccata la società civile, pur non arrendendosi.
Harris ha parlato della sua telefonata di congratulazioni a Trump. «Gli ho detto che lo aiuteremo nella transizione [da un’amministrazione alla successiva] e che ci impegneremo per una transizione del potere pacifica. […] Quando perdiamo un’elezione, accettiamo i risultati. Questo principio distingue la democrazia dalla monarchia o dalla tirannia» Tutto questo detto alla platea dei suo più stretti aficionados. Da noi sarebbe stata considerata una bestemmia. Chapeau.
Senso dello Stato: qualcosa che abbiamo dimenticato. Non soccorre neanche – ed anzi aggrava il tutto – che si dovrebbe ragionare in termini di Europa per rispondere alla sfida che con Trump ci arriverà fra capo e collo. Una sfida complessa: i dazi, la politica commerciale americana protezionista, la NATO, il riarmo. Con un “corollario”: che Musk abbia vinto su Soros significa che la grande finanza regolerà i suoi conti. Che questo sia e sarà indolore è molto improbabile.
La strada da percorrere è complessa e richiederebbe una cooperazione senza precedenti tra i vari Stati membri. Cercare nuovi accordi commerciali con altri Paesi può essere una strada se la competizione sarà di tutta Europa con l’America. Lo scrivo e so che è un sogno. La prima reazione registrata è stata quelle di un incontro tra Macron e Scholz. “Lavoreremo per un’Europa più unita, forte e sovrana nel nuovo contesto internazionale, collaborando con gli Stati Uniti ma difendendo i nostri interessi e i nostri valori”. Europa più unita: infatti ……l’incontro è stato a due. Altri non pervenuti. Ed ovviamente non invitati.
Lo stridore tra questi atteggiamenti e quelli degli americani è un frastuono. Si può essere sicuri che di fronte alle nuove sfide – giuste o sbagliate che siano – lanciate da Trump, gli americani litigheranno all’interno ma risponderanno, questo significa ciò che è stato detto da Harris, tutti insieme. Loro hanno gli Stati Uniti e noi non abbiamo niente. Peggio: abbiamo pronta l’accusa di “sovranismo” se qualcuno, che non siano le intoccabili Francia e Germania, si permetterà di muoversi, visto l’andazzo e le premesse, per pararsi le…spalle. Accetto scommesse.
Ed è così. Noi non siamo americani. Il nostro senso dello Stato non c’è, quello di “Stati di Europa” ancor meno. Annaspiamo tra pulsioni diverse, senza decidere. Dio salvi gli americani.





