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RIMBAUD L’AFRICANO

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di Carlo Di Stanislao

“Il mondo è vasto, pieno di magnifiche contrade”
Arthur Rimbaud
 
La vita di Arthur Rimbaud è come un cono, una spirale, un irradiamento in fuga. Prima di lui, è scappato di casa il padre, poi il fratello. Entrambi si chiamavano Frédéric. C’era anche la storia dello zio paterno, Jean Charles Félix Cuif, che agiva nel sangue di Arthur. Una storia oscura, taciuta. Lo zio era scappato dalla provincia francese per l’Africa. Vi era stato, lì, senza dare notizie di sé, per quattordici anni. Poi era tornato in Francia, senza dire nulla a nessuno. Si era installato nella fattoria di famiglia. Dove morì, un anno dopo, nel 1856. Dicono rischiasse la galera, avesse compiuto qualche efferatezza, per questo aveva scelto l’Africa. Anche lui, lo zio, era scappato di casa a 17 anni. Ogni pena ha il suo ritorno, il perdono è piombo, la poesia, infine, è una fuga sfrenata, una mappa, una città celeste.
 
Tutti i ragazzi, in fondo, hanno un Rimbaud nel cuore – Rimbaud, da par suo, ha sigillato la poesia occidentale con potenza impari (cito, per equanime tensione e diseguale tessitura, altri tre poeti rivoluzionari: Dickinson; Whitman; Hölderlin). 
Di Rimbaud, eterno bambino ormai centenario, tutto sappiamo, o quasi. 
 
Nato a Charleville il 20 ottobre di 170 anni fa è il “poeta selvaggio” per antonomasia. Ha scritto tutto tra i sedici e i vent’anni, poi, come un autentico poeta oracolare, ha abiurato la poesia, si è messo in basso vagabondaggio, ha scelto, come definitiva meta, l’Africa.
 
Ha azzardato la vita violenta – armi in cargo, Corano in pugno, un Iddio leone a crocefiggerlo –, perdendo, forse (a leggere le anodine lettere inviate ai famigliari), reo di una insindacabile insoddisfazione.
Di Rimbaud hanno scritto tutti – il più affine a mio giudizio René Char, poeta-colosso – e tra i tanti fan  soprattutto  Patty Smith, che annota come egli abbia riportato  la poesia alle origini. Poesia-mania; poesia-profezia; poesia-magia.
 
Poesia che smaga e fa paura; poesia che incede incendiando convenzioni sociali e convivenze grammaticali (il potere passa sempre per il linguaggio!). Dunque, l’incenerimento quando credi che la parola divenga davvero “atto”. Sapeva che poesia è parola che sana, che salva, che reca il caos nel mondo. Parola che protegge e che disarma. Quando vide scemare la candela – quando si scocciò perché, una volta scoccata, la chiamata si era esaurita – Rimbaud, semplicemente, sparì.
 
Ma che faceva il ragazzaccio poeta in Africa? 
L’ipotesi più suggestiva è quella riferita da Ugo Ferrandi a Ezio Maria Gray, in una lettera spedita da Aden nell’ottobre del 1913. Secondo l’esploratore italiano, Rimbaud, “arabista e poliglotta dottissimo… spiegava e commentava il Corano agli indigeni”. I due, si erano conosciuti ad Aden nel 1885; tre anni dopo si ritrovarono all’Harar, “passavamo le giornate assieme, le serate poi quasi tutte”. Secondo una testimonianza tarda, probabilmente apocrifa (Henri d’Acremont, En Abyssinie sur le traces de Rimbaud, in: “Revue Hebdomandaire”, 27 agosto 1932), “un gruppo di fanatici” avrebbe “assalito il poeta con i bastoni”, ritenendo sacrilego che un europeo osasse inoltrarsi nelle segrete del Corano. 
 
A dispetto di Isabelle, che tentò di fare del “glorioso fratello” un chierichetto, passato, all’ultimo istante, tra i falangisti del Padre, alcuni hanno suggerito che Rimbaud si fosse convertito all’islam.
Vero è che Rimbaud si fa spedire dalla libreria Hachette di Parigi un Corano tradotto in francese, con testo a fronte, e che il suo interesse per la cultura islamica non è occasionale né mirato, biecamente, a interessi commerciali.
 
Dopo vari vagabondaggi, Rimbaud approda ad Aden, nello Yemen, nell’agosto del 1880, assunto dalla ditta Mazeren, Viannay, Bardey & Co. Qualche mese dopo, in dicembre, è destinato nella sede di Harar, in Etiopia, dove, di fatto, vive gli ultimi anni della sua vita. Ci piacerebbe immaginare Rimbaud nelle vesti di un capo spirituale, a ordire ribellioni nei luoghi oscuri del mondo, un po’ Lawrence d’Arabia, un po’ “Mistah” Kurtz, il cupo eroe, scuoiatore di anime, che campeggia in Cuore di tenebra, il capolavoro di Joseph Conrad.
 
In realtà, dalle lettere inviate alla famiglia traluce la vita di un uomo solo, inaridito dalla noia (“Mi annoio molto, sempre. Non ho mai conosciuto uno che si annoi quanto me”), trafitto dall’ansia di fare denaro; eppure, intimamente indomito, fiero della propria libertà: “Non pensate che il mio umore sia meno propenso al vagabondaggio, al contrario: se potessi viaggiare lavorando per guadagnare il giusto, non starei fermo due mesi nello stesso luogo.
 
Fu in contatto con i massimi esploratori italiani dell’epoca, anche se la testimonianza più compiuta intorno agli anni africani del folgorante poeta ci viene, per mediazione della nipote, da Giovanni Battista Olivoni, operaio toscano che ha vissuto in Harar nel 1890: “Era spaventosamente magro, abbronzato. I suoi abiti erano mal fatti, enormi per lui. Portava in testa una papalina simile a quelle usate anni addietro dalle nostre signore. Parlava perfettamente le lingue e i dialetti del paese… Si aveva l’impressione di un uomo molto intelligente. A tale constatazione si arrivava piuttosto attraverso i suoi silenzi che attraverso le sue parole… Era scontroso e misantropo, a detta di tutti… con tutti, e cordiale; intimo, pare, con nessuno”.
 
Dicono fosse capace nel commercio, inabile a trattare coi “politici”; giocava, nervosamente, a carte; beveva caffè a vasti sorsi.
Nel 1883 scrisse un lungo reportage dall’Ogaden, da luoghi impervi agli occidentali, pericolosi; già ricoverato a Marsiglia, per l’insostenibile male al ginocchio destro, si rivolse al Ras Maconnèn, avvisandolo che presto sarebbe tornato in Harar “per esercitare il commercio”. Ricevette, dal sovrano, un telegramma beneaugurale. Al ragazzo selvaggio, tuttavia, fu amputata la gamba – nell’ultima lettera, pur “completamente paralizzato”, chiede di essere imbarcato verso Suez e Aphinar, destinazione ignota, che forse significa Paradiso in rimbaudese. Era il novembre del 1891.
 
L’Africa è l’ultima opera di Rimbaud – un’opera aperta, perché pretende che sia il lettore a compierla. Dobbiamo sognarlo Rimbaud l’africano, dobbiamo pensarlo mentre s’inoltra nelle grandi piogge, ausculta l’urlo delle iene, impreca sul muso di Madama Noia, insegue i leoni. 
 
Nel 1885 tentò la più ardita delle imprese commerciali: vendere un carico di vecchi fucili Remington a Menelik II, re dello Scioa. L’impresa – in numeri: duemila fucili, 75mila cartucce, 30 cammelli, altrettanti cammellieri e uomini in arme – recò fin dal principio lo stigma del disastro. L’8 febbraio del 1887, ad Ancober, una delle capitali dell’antico regno dello Scioa, Rimbaud incontra Jules Borelli, compatriota, quasi coetaneo (è più grande di due anni), esploratore di rara intelligenza. I due legano immediatamente: Rimbaud si fida di Borelli, insieme compiono il viaggio verso Entoto, dove si è ritirato re Menelik II, per svendere le armi; segue una lunga spedizione di ritorno verso Harar. Borelli e Rimbaud viaggiano insieme per quattro mesi; in settembre l’esploratore francese si trasferisce per qualche giorno a casa di Rimbaud, che gli offre cordialità e cammelli per il proseguimento della marcia. Jules Borelli pubblicherà il diario di viaggio dalle più remote lande etiopi nel 1890, per l’Ancienne Maison Quantin di Parigi; nel libro (Éthiopie méridionale. Journal de mon voyage aux pays Amhara, Oromo et Sidama, septembre 1885 à novembre 1888), finora inedito in Italia, viene citato più volte Rimbaud (quel testo è ora tradotto, nella parte che riguarda specificamente Rimbaud, in: Scioa. L’Africa di Arthur Rimbaud, Magog, 2024).
 
“La paura del leone spesso ci inebria, ci tiene svegli, ad alimentare fuochi sempre più ampi”, scrive Borelli – non so se Rimbaud, carattere da volpe, viva nel corpo del leone, di certo è nel fuoco, nella sua aura sempre più ampia. Aveva scelto di dimenticare Una stagione all’inferno presso i magazzini della tipografia Poot, Bruxelles – aveva perso ogni contatto con i suoi libri. Forse è appropriato al poeta disinteressarsi della propria opera, smarrirla, lasciare che altri la ritrovano. Già troppi scrittori, d’altronde, si affannano a ‘promuovere’ la propria merce. Per questo, dopo il primo lume di simpatia, un certo disgusto ci assale quando un uomo che si professa ‘poeta’ ci spiega le sue ‘poesie’. Restino nude le poesie, nel loro Eden, resista a svelarsi, il poeta, nascosto dio. Si faccia lascito, resti sul lastrico, pavimenti il proprio andare di reticenze e di falsi tracciati.
 
Disinteressarsi dell’opera, non saperne riconoscere il genio – un libro come tutto e nulla. Il mondo è saturo di ‘esperti’, il poeta sperimenti lo smarrimento – ciò non garantirà alcun ‘valore’ ai propri scritti, finalmente liberi di correre, senza guinzaglio, come sciacalli – avidità è il loro privilegio.
 
 

Autore

  • Redazione

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