
di Vincenzo Guzzo
Quanto segue è la sintesi del capitolo ottavo del mio libro “Aurora dal manto di croco”.
Lo spirito dell’uomo antico, come si è potuto constatare lungo il cammino sin qui percorso, possedette, come capacità esplorativa e conoscitiva, la riflessione simbolica e la mitopoiesi.
Mito, in origine, significò “parola” e il termine “tradizione” è connesso all’idea di trasmettere, di comunicare ma anche di tramandare testimonianza.
Testimone è colui che ha fa fatto personale esperienza ed è venuto direttamente a conoscenza di avvenimenti, di messaggi, di significati. (…)
A tramandare l’intima sostanza spirituale delle prime ed elevatissime forme di conoscenza fu (…) il Mito e su di esso si fondano anche i percorsi sapienziali e simbolici da cui nasce ciò che si è voluto definire con il termine: tradizione.
Con questa parola s’intende un immenso patrimonio simbolico, religioso, sapienziale, filosofico che, pur essendo potenzialmente fruibile da tutti, in realtà diviene patrimonio di pochi, per questo si parla di “tradizione esoterica”.
Si tratta di un percorso che evoca, di fatto, lo spessore mitico – religioso relativo alla figura di quel particolare tipo di eroe che impara a combattere e a superare tanto i mostri abissali, che scuotono l’anima, quanto le sciatte e perverse tentazioni del quotidiano.
La tradizione esoterica si trasmette attraverso l’esperienza iniziatica, consentendo, a coloro che conseguono davvero i frutti di quell’esperienza, di diventare latori di particolari e profonde testimonianze spirituali. Ciò non riguardò e non riguarda soltanto il mondo cosiddetto pagano (…) ma qualunque ordinazione sacerdotale.
“Esoterico” è un termine che deriva dalla lingua greca e significa innanzitutto: “interno”. Lo si adoperava, e se ne avvalse specialmente Pitagora, per indicare insegnamenti riservati ad un gruppo ristretto di discepoli e lo si contrapponeva ad “essoterico” che indicava gli insegnamenti rivolti a tutti gli altri.
Il termine “esoterismo” lo si è riferito, nel tempo, alle discipline e agli insegnamenti complessi o non convenzionali delle varie tradizioni spirituali e delle religioni, come i riti sciamanici, le iniziazioni misteriche del tempo antico, il pitagorismo, la teurgia, la gnosi, l’alchìmia, la qabbalah, l’ermetismo, per citarne solo alcuni, e, sul versante orientale, l’esicasmo della tradizione cristiano – ortodossa, la mistica dei Dervisci, il Tantrismo e lo Shivaismo in India, il Taoismo in Cina, lo Zen in Giappone e tutte le forme di spiritualità meditative e iniziatiche che si diffusero nelle aree in cui si affermò, sia pur variamente, il messaggio del Buddha.
Pur restando, in linea di massima, abbastanza riconoscibile il senso comune dei termini: “tradizione” ed “esoterismo”, il senso profondo di essi può configurarsi in modi diversi, a secondo di come li si interpreta.
La “Tradizione” venne concepita, ad esempio, da uno dei massimi pensatori esoterici, René Guenon, come una trasmissione unica, immutabile, ininterrotta e universale, di elementi che sono sostanzialmente identici in tutte le religioni e in tutte le filosofie antiche. Per questi motivi scrisse la parola Tradizione con la T maiuscola.
Questo punto di vista rimanda, sul piano mitologico, all’eroe “uni-versato”, ossia a colui che restando fedele all’archetipo di riferimento, è convinto di rappresentare la verità unica, quella di cui è portatore o difensore e non si accorge, però, che sta atrofizzando la sua stessa capacità di usare il ventaglio delle innumerevoli possibilità di conoscenza spirituale che gli si offrirebbero se coniugasse la pluralità dei contributi dei vari percorsi spirituali imparando a farne sintesi suprema. E pertanto la rigidità guenoniana, secondo Pierre Riffard, che è stato uno dei più noti studiosi di esoterismo del nostro tempo, contraddirebbe la natura stessa dell’esoterismo che è, sostanzialmente, duttile e dinamica e non rigida e statica.
Pierre Riffard nella sua monumentale opera sull’Esoterismo , e in altri saggi, sostiene che l’esoterismo non si può definire partendo dalla tradizione, come non si può definire la religione partendo dalla fede o la filosofia dalla razionalità o la scienza dall’obbiettività o l’arte dalla bellezza. Aggiunge inoltre che la tradizione (…) ha valore se viene rivitalizzata altrimenti si trasforma in superstizione.
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Se questo immenso patrimonio esoterico lo si acquisisce come tradizione simbolica delle religioni, delle filosofie e della cultura profonda di ogni popolo, in ogni tempo, allora il rapporto tra Tradizione ed Esoterismo si ricostituisce su basi non schematiche idonee a sviluppare semi di sapienza e di bellezza.
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Inoltre, sono le più ampie dinamiche immaginali quelle che consentono al Mito di recuperare quel ruolo guida che schiude il cammino.
Un esempio lampante lo rileviamo nel Libro Rosso di Carl Gustav Jung (…) in cui egli illustra in modo nuovo un percorso di ricerca e di crescita psicologica. Infatti, le dinamiche inconsce fondate su riferimenti essenziali, ineludibili, di natura archetipica, coesistono, come necessario elemento portante, con l’aspetto contemplativo e con la dimensione poliedrica dei significati simbolici che all’esoterico, agevolmente, conducono.
Nella sua concezione essenziale, “esoterico” è, dunque, un modo non ordinario di valutare ed interpretare l’uomo, il cosmo e il rapporto che li salda a tutto ciò che ci appare, o che sentiamo, come mistero.
Per “esoterico” non si deve intendere qualcosa di escludente a priori o di arbitrariamente riservato a pochi, ma ciò a cui solo pochi riescono ad accedere, verso cui solo pochi inclinano.
Purtroppo la propensione dominante è quella di autoescludersi dagli aspetti complessi e profondi di quei tipi di cammino che, in verità, sono immensa gioia solo per pochi e impegno eccessivo e addirittura insensato per molti.
Se osserviamo con lo sguardo interiore il nostro cammino e gli “oltre” che riusciamo ad osservare, ci accorgiamo che l’apertura d’anima consente una crescita spirituale direttamente proporzionale alla nostra flessibilità.
Ogni irrigidimento è un passo verso sacrifici narcisistici, come tanti miti ci narrano, e spesso anche verso una regressione individuale o collettiva che non comporta elevazione alcuna ma decadimento in termini personali o di civiltà. (…)
Occorre operare, infatti, con grande discrezione dato che i livelli di comprensione e di consapevolezza non sono mai omologabili, così come non sono omologabili le varie intelligenze.
Non a caso, secondo il graffiante Gurdjieff, l’esoterismo può essere paragonato ad una carota che attira molti asini ma la parte migliore resta loro nascosta.
Illuminante appare, invece, questa perfetta definizione di Elémire Zolla, che amo citare di frequente: “per esoterico s’intende il pensiero che ignori ogni barriera dell’interesse sociale o personale, che si estenda liberamente al di là di dove leggi o consuetudini, istinti conservatori o rivoluzionari sbarrino il cammino; si suole bisbigliarlo perciò all’orecchio” .
(…)
Appare sempre più necessaria una sintesi superiore tra le varie polarità.
Per orientare la propria ricerca verso questa sintesi è bene chiedersi: come procede la tradizione? Qual è la natura del suo percorso, di questo suo lungo e ampio viaggio nel tempo e in ogni latitudine? Si tratta solo di perpetuare trasmettendo o anche di ri-cercare?
Il mito del viaggio può esserne paradigma e coinvolge in pieno l’idea di tradizione. È noto che, nella sua vitale forma archetipica, l’idea del viaggio implichi sempre l’idea di un ritorno ma nello stesso tempo comporta una costante ricerca. Rivelatore è il rapporto etimologico tra “nous”, la mente e “nostos”, il ritorno che appare, dunque, come un evento connesso alla funzione conoscitiva. Destino della tradizione, che è fatta di mito, di simbolo, di sapienza e di virtù, è quello di custodire, trasmettere ed illuminare ogni profondo percorso di conoscenza.
Pertanto la tradizione, nel suo procedere, non possiamo concepirla come caratterizzata da un moto lineare perché ciò non coinciderebbe con il suo stesso archetipo che presuppone una circolarità, un continuo percorso onnicomprensivo e un “nostos” cioè un ritorno perenne alle radici fondanti della Conoscenza. Ed è qui che scopriamo un ulteriore innesto oggettivo con la mitologia più antica permeata di ciclicità, al tempo dei miti semplicemente narrati o, meglio, recitati quando ancora la scrittura non esisteva.
Alain Danielou ci racconta, nel suo “Shiva e Dioniso”, che dopo i remoti tempi della Grande Dea, giunse da lontano una divinità che nel corso del cammino aveva mutato il suo nome. Era Shiva alla partenza, in India, e, camminando verso Occidente, arrivò in Frigia e in Lidia col nome di Dioniso e poi attraversò il mare e giunse a Creta e poi nel resto della Grecia. Lì fu avvolto in un complesso di miti uno dei quali racconta che la dea Era gli assegnò un destino di eterna erranza. Ovunque egli passasse avveniva una trasformazione profonda. Al suo ruolo sconvolgente seguiva un ordine inatteso. Un ruolo fortemente shivaita quello del nostro Dioniso!
Apollo, invece, sembrava intervenire, quasi in una dimensione parallela, per contribuire a ricreare l’armonia. Proprio come Visnù che, nella tradizione indiana, si pose quale grande custode del macro – e del micro – cosmo.
Di questa vivace polarizzazione si fece valido paladino Nietzsche ma gli approfondimenti successivi ci hanno fatto rilevare, grazie anche a studiosi dello spessore di Giorgio Colli, che molti e significativi sono gli elementi di contatto tra queste due figure numeniche di prima grandezza.
Di grande interesse in ordine all’idea stessa di tradizione esoterica è la feconda scia di riflessioni che si è prodotta sul confronto tra due immensi archetipi della spiritualità dell’antica Grecia: Apollo e Dioniso! L’idea rigida di tradizione si infrange sempre di fronte all’incontro tra valenze diverse che si preferirebbe mantenere distinte e in opposizione tra loro; invece, occorre tenere conto soprattutto della realtà più complessa e pertanto più esoterica.
Saranno proprio i significati esoterici di enigma e di labirinto, a cui accenneremo tra poco, che contribuiranno a ridimensionare ogni rigidità tradizionale.
“La nascita della filosofia” di Giorgio Colli si apre con un riferimento a Platone che guarda con riverenza ai sapienti del passato. Il padre della Filosofia riconosce che la sapienza è qualcosa che ha riguardato “altri”, ormai passati!
Il riferimento ai cosiddetti “Presocratici” a noi pare più che condivisibile, ma, nel profondo, questa “sapienza” appartenne a Maestri tanto ma tanto antichi da identificarsi, miticamente, con gli archetipi maggiori.
Il primo magistero su cui Colli ci fa riflettere è quello relativo alla contrapposizione tra visione apollinea e visione dionisiaca. Qui non si tratta più di indagare sulle origini della tragedia, secondo gli schemi di Nietzsche ma addirittura di ribaltarli! Per Colli la preminenza andrebbe, invece, ad Apollo e non a Dioniso.
Egli afferma: “Sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto. […] Apollo simboleggia questo occhio penetrante, il suo culto è una celebrazione della sapienza”. E poi collega Dioniso ad Eleusi e gli riconosce il ruolo iniziatico che può essere considerato “presupposto di conoscenza” ma non come Conoscenza!
Questo esempio la dice lunga sulla difficoltà di porgere una tradizione esoterica unica e rigida, data la complessità ermeneutica delle questioni poste. Solo chi è abituato a non porsi dubbi applica uno schema rigido su cui muoversi per interpretare il mondo! (…)
Danielou, Colli, Kerényi, Eliade, Campbell, Untersteiner e molti altri studiosi del mito ci espongono punti di vista per molti aspetti fortemente connessi tra loro ma anche, per certi versi, tutt’altro che sovrapponibili.
La forza del mito e degli archetipi somiglia molto alla visione enigmatica del divino che coltivarono gli antichi greci! Colli, a riguardo, cita persino le Upanishad laddove si afferma che “gli dèi amano l’enigma, e a essi ripugna ciò che è manifesto”. Vi è pure una somiglianza con una visione presocratica, quella di Eraclito, di cui cita alcuni frammenti: “l’armonia nascosta è più forte di quella manifesta” e: “ogni coppia di contrari è un enigma.”
Giorgio Colli, come già anticipato, ritiene che l’enigma appartenga alla sfera apollinea, alla mantica, e, potremmo dire, all’uso delfico del logos! Mentre il labirinto, secondo il suo pensiero, si addice a Dioniso perché affine alla cruda animalità.
Colli, tuttavia non manca di sottolineare sia la crudeltà di Apollo che stride con i suoi noti attributi di misura ed armonia, sia il ruolo, particolarmente denso di significati, di Dioniso che salva Arianna. Quest’ultimo episodio, in effetti schiude ulteriori scenari in relazione alla tradizione esoterica della Grande Dea e al ruolo arcaico di Shiva-Dioniso nel rapporto con questo archetipo.
Pertanto, la complessità che appare dall’ordito mitico-simbolico non può che allontanarci da qualsiasi rigidità ermeneutica e ciò che affiora è la forza dell’esoterico che, nel mito, travolge sempre qualsiasi percorso rigido (…)
Bisogna, pertanto, distinguere tutto ciò che accadeva in tempi remoti quando i segni, i simboli, i suoni, le danze, i riti, i miti evocavano ed osavano esprimere l’inesprimibile, dai tempi successivi, in cui prevalsero la forza della scrittura e, sulle narrazioni “aperte” dei miti, la rigida coerenza del “logos”.
Col trascorrere del tempo, il percorso di quel fiume che scaturiva da antichissime sorgenti, divenne, sempre più frequentemente, carsico.
Le religioni antiche sbiadirono e si affermarono quelle monoteiste del “Libro” con il loro bagaglio devozionale e dogmatico e con il supporto, vincente all’inizio ma precario alla lunga, di una tradizione rigida da cui, per necessità apologetica, scaturiscono le teologie, come se il divino fosse riducibile ad un metodo conoscitivo ragionieristico o comunque razionalizzabile!
La capacità di produrre miti è una componente indelebile della psiche e anche la luce delle molteplici tradizioni simboliche che nel mito e nel rito ebbero fondamento, in realtà, non si estinse mai. Questa luce si riaffermò vigorosamente durante il Medioevo. I costruttori delle cattedrali romaniche e gotiche recuperarono il linguaggio ed il valore dei simboli assieme all’esigenza, meramente spirituale, della costruzione di un Tempio interiore.
Durante il Rinascimento, furono soprattutto l’esoterismo e l’ermetismo neoplatonico, oltre che l’alchìmia, a raccogliere ed elaborare quell’immensa eredità simbolica. Essa si sublimò poi nell’esperienza rosacrociana e quindi s’innestò nei percorsi della variegata tradizione massonica, in quella martinista e in altre associazioni iniziatiche minori.
La tradizione, dunque, muove dal mito e, senza alcuna rigidità, fa sintesi dei vari percorsi dello spirito. È dialettica positiva tra le polarità. È energia sacra che scaturisce dalla loro sintesi e dalla loro sublimazione.
Si pensi a yin e yang del Taoismo e alle due colonne del tempio di Salomone. Si consideri la necessità di armonizzare l’Essere di Parmenide e il Divenire di Eraclito, la funzione lucida e razionale dell’emisfero sinistro del nostro cervello e quella più profonda, intuitiva e mitopoietica dell’emisfero destro, la contemplazione di un’immagine ferma come un’icona, un quadro, una foto, e una successione di scene in movimento, come nei film.
E così, tutte le volte che, tornando al Nietzsche più noto, mettiamo insieme la forza del molteplice di Dioniso e la sintesi convenzionalmente armoniosa di Apollo (nome che deriva da “a – pollà” e cioè superamento del molteplice), ogni volta che siamo capaci di armonizzare queste e tutte le altre polarità, acquisiamo forse la più corretta architettura spirituale, la misura ed il senso vero dell’esistenza e riusciamo a compiere il viaggio iniziatico più straordinario che è, insieme, consapevole movimento e intima contemplazione, unione delle opposte polarità e anche reintegrazione.
L’immagine si riferisce a Hermes mistagogo. Simbolicae quaestiones di A. Bocci XVI sec





