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LA COESIONE SOCIALE SI BASA SULLA RAPPRESENTANZE E SUL RIFORMISMO

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di Antonio Foccillo

 

Queste considerazioni sono frutto delle scelte economiche, sociali e politiche che da tempo stanno influenzando la vita dei cittadini, non ultima anche la prossima Legge di Bilancio 2024.
Gli slogan proposti sono sempre retorici ed enfatici. Presuppongono benessere, sviluppo e migliori condizioni di vita, ma alla fine si rivelano quali risanamento, sacrifici e tagli lineari di beni e servizi ai cittadini con la conseguente cancellazione dei diritti di cittadinanza, come sanità, pensioni e assistenza agli anziani o  come quello del taglio del cuneo fiscale che dovrebbe riguardare finalmente i lavoratori, ma che in realtà poi non avviene.    
In un Paese in cui “le disuguaglianze sono divenute ormai insopportabili” e dunque vige la legge del più forte o, a seconda, del più preminente, del più affluente, del più ammanicato, vi è ancora la possibilità di garantire a tutti gli stessi diritti?
In questi anni abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte in materia di diritti, con la conseguente distanza grandissima tra ceto politico e società.
Negli Anni Settanta ci fu una grande affermazione dei diritti civili, oggi siamo in un’altra dimensione Allora la legislazione italiana su alcuni punti era la più avanzata d’Europa. Ora siamo non solo fanalino di coda, ma lontani culturalmente.
La fine delle ideologie ha portato solo alla prevalenza assoluta del mercato e della finanza e di fronte a questo mondo ‘a una sola dimensione’ il contrappeso è unicamente quello che viene dalla forza dei diritti che non possono essere sacrificati senza avere ricadute sul terreno economico.
La politica si è fatta fortemente condizionare da un’idea di diritti e non diritti che proveniva dalla pressione dalla forza della finanza. Così alcuni diritti non sono riconosciuti nella loro pienezza perché appartenenti a ognuno, ma sono accessibili soltanto a chi ha le risorse per poterli far diventare effettivi.
Nel merito, dopo la fine della prima Repubblica e a partire dai governi successivi si sono prefigurate forme di privatizzazione del pubblico e del servizio sanitario nazionale con un costo dei servizi tale da non poterlo più garantire ai cittadini, pertanto come conseguenza la salute è garantita solo dalla possibilità che ognuno avrà di comprarsela sul mercato.
Non ha avuto più importanza quanto afferma l’articolo 32 della Costituzione, laddove si dice che la salute è un diritto fondamentale del cittadino. Si romperebbe lo schema indicato dal principio di uguaglianza. I miei diritti saranno misurati non dal riconoscimento della mia dignità, del mio essere persona uguale a tutte le altre, ma in base alle mie risorse. Così anche per la formazione, l’assistenza etc.
Se torniamo a misurare i diritti non sulla libertà e sull’uguaglianza, ma con il luogo di nascita, come fa la Legge sull’Autonomia differenziata o in base al denaro, noi torniamo alla democrazia basata sul censo.
I diritti, anche in presenza di crisi economiche, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose.
Parlando adesso di un altro diritto, quello del lavoro. L’articolo 36 cost., statuisce che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa” e quindi per essere tale non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, che afferma solo un minimo per la sopravvivenza che umilia le persone.
In periodi di difficoltà economica la parola d’ordine è sempre stata la riduzione del costo del lavoro, ignorando la scarsa capacità imprenditoriale, le diseconomie molto forti, la corruzione che significa costi più elevati in quanto costituisce un aggravio per il sistema delle imprese. Inoltre l’elevato costo del lavoro è anche il risultato del drenaggio di risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente piuttosto che un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero, che sono stati – secondo le cifre della Corte dei Conti – una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi. Per non parlare della carneficina che avviene tutti i giorni con le morti sul lavoro di cui non ci si preoccupa più di tanto, al di là della denunce e della commozione che dura solo pochi attimi.  In definitiva il lavoro è stato sacrificato a favore di altri tipi di interesse.
Tutto questo cade in un periodo in cui si fa un gran parlare di democrazia in crisi, della difficolta del progetto europeo, particolarmente per la guerra, per l’austerity, per l’eccesiva imposizione sul eco-green e per le cervellotiche scelte di mandare armi per colpire la Russia e di progressiva sfiducia nei confronti del sistema rappresentativo, discutere su quali siano le forme ed i contenuti di ciò che comunemente siamo abituati a definire “democrazia” sembra più che mai necessario per stimolare nuove riflessioni e dibattiti.
In questo contesto di smarrimento e di impotenza dell’uomo a stabilire regole di convivenza adeguate alla realtà come si è configurata in questi ultimi decenni, è stata una politica con la p minuscola.
Nelle società odierne è evidente come il liberalismo non sia affatto sinonimo di democrazia, anche se le origini dei sistemi rappresentativi nascono da concezioni liberali che esprimevano lo sviluppo e la maturazione delle società mercantili e delle condizioni oggettive per il sorgere del capitalismo.
Di fronte al tentativo in atto di privatizzare e comprimere anche i soggetti della democrazia, bisogna reagire per ricostruirne l’autorevolezza e la legittimazione. Ristabilire le connessioni della società alle istituzioni, in assenza delle quali la convivenza civile viene meno e una comunità politica si sfalda.
Il presupposto per modificare profondamente l’attuale situazione è una ricostruzione culturale e sociale della qualità della politica, partendo da una radicale messa in discussione della infezione ideologica “privatistica” che ha dominato, anche a Sinistra, l’ultimo trentennio.
Ma non può esserci vera libertà politica per l’uomo, se a questa non si accompagni l’affrancamento dalle immediate necessità economiche. Infatti, il criterio discriminante della libertà è la sicurezza materiale e morale.
Uno dei modelli su cui si è costruita questa forma di politica in Europa è stato il socialismo democratico, quello del welfare State. E da qui bisognerebbe ricominciare.
Conseguentemente nasce una questione. Quindi, per poter rapportarsi con la politica e per introdurre nuovi modelli, bisogna essenzialmente porsi il problema di come allargare la partecipazione attiva di tanta gente, in particolare: giovani e donne.  Anche se i giovani oggi sono poco inclini ad essere in prima fila, in un impegno collettivo, che sia in grado di dare prospettive e di mantenere viva la solidarietà fra generazioni e tutele di diritti e garanzie sul lavoro e sul piano economico, politico e sociale. E come i diversi soggetti sociali che li rappresentano si rapportano con la politica? Vi è chi sostiene che bisogna partecipare direttamente e chi sostiene che bisogna fermarsi al prepolitico.
Questi soggetti, a parer mio, devono entrare efficacemente nel dibattito politico, per orientarlo con le proprie idee, rafforzarlo di sentimenti e di valori di cui sono portatori e avanzare proposte per un modello di società, di stato sociale, di istituzioni, di rappresentanze diverse da quelle attuali. Si tratterebbe di vivere la discussione politica, non starne ai margini.
Questi dovrebbero guidare un processo di riappropriazione della politica da parte della cittadinanza del mondo sviluppato e di nuova stagione democratica nei paesi in via di sviluppo, per favorire una globalizzazione democratica, delle regole e, soprattutto, dei diritti. In questo modo si eviterà il ricatto del capitale che va alla ricerca del mercato del lavoro più economico, si favorirà uno sviluppo realmente sostenibile e la redistribuzione dei redditi su scala globale che solo un ingenuo può pensare sia possibile senza interventi significati del pubblico – inteso come Stato e Organismi internazionali – nella società.
Mai come in questo passaggio di secolo la democrazia appare, nelle sue diverse tipologie costituzionali, vulnerabile e inclinante verso oligarchie, strutturate in poteri anche non politici, economici, sociali, mediatici, o verso governi personali.
Per quanto la democrazia sia senza dubbio una questione di regole e procedure, sebbene la democrazia richieda che esistano dei criteri ‘mimini’, la democrazia non si esaurisce infatti nelle regole, perché, inevitabilmente, è anche un ‘prodotto culturale’: non nel senso che la democrazia richieda determinate basi culturali per essere efficiente, ma nel senso che il significato di «democrazia» è sempre un prodotto culturale, è il sempre il risultato di un confronto teorico, di conflitti sociali, di esclusioni e di inclusioni, di contrapposizioni e alleanze internazionali.
Quindi, se è vero, se non vi sarà partecipazione dei soggetti rappresentativi, per trovare forme di condivisione e coesione nelle scelte politiche in modo da agire sul quadro esistente per modificarne alcuni aspetti in termini riformistici, saranno i conflitti sempre più esponenziali a determinare una rottura radicale rispetto all’attuale assetto politico con conseguenze tutte sconosciute e non certo ottimali.  uindi  

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