
di Raffaele Romano
Un popolo di guitti si distingue principalmente perché a proprie idee, che non ha, contrappone il “tifo calcistico della peggiore specie” ed è quello che da Chicago con la convention dei democratici si è abbattuto, come al solito, sull’Italia ovviamente capitanati da tutti i media italioti sia cartacei che televisivi. Assistiamo, basiti, a chi dipinge le presunte capacità dell’uno o dell’altra senza una spiegazione vagamente razionale e basata empiricamente su fatti concreti e non sentimentali o, peggio, di convenienza da servi sciocchi al “servizio di questo o quello”. La verità, purtroppo, è sempre quella: la diseducazione trentennale impostaci dal di fuori ha portato gli italiani ad innamorarsi delle false proiezioni oniriche dei vari gruppi editoriali che si schierano, a prescindere da qualsiasi convenienza nazionale, chi da una parte e chi dall’altra.
Trump, come al solito, le spara sempre più grosse coltivando il seme del populismo dei veri americani che non si trovano né a New York e né a Los Angeles bensì si trovano all’interno degli States e sono quelli legati alle tradizioni storico-culturali che noi europei, peggio ancora noi italiani, non ci sforziamo nemmeno di studiare figurarsi dal comprendere. Trump si è macchiato, indirettamente, di una sommossa popolare che è sconfinata nel tentativo di minare lo Stato democratico degli Stati Uniti eppure là, dove la politica non si è fatta occupare il suo intero spazio dalla magistratura inquirente come in Italia, può partecipare tranquillamente alle elezioni presidenziali e raccogliere centinaia di milioni di dollari. Solo Elon Musk si è impegnato a donare 45 milioni di dollari al mese a un gruppo di sostegno alla campagna presidenziale di Donald, l’America Pac, in cui figurano Cameron e Tyler Winklevoss, noti per i loro conflitti con Mark Zuckerberg alla creazione di Facebook e, più recentemente, per i loro investimenti in criptovalute.
Nell’elenco figurano anche Douglas Leone, socio della società di private equity Sequoia Capital e Tim Mellon, erede della banca Mellon, che ha affidato 50 milioni di dollari a sostegno di Donald Trump. Sul versante della Harris dopo che Biden ha attirato altri miliardari come Michael Bloomberg e il fondatore di LinkedIn Reid Hoffman, Harris ha già ottenuto l’appoggio di una serie di ricchi benefattori, tra cui Hoffman, il cofondatore di Netflix Reed Hastings, l’ex di Meta Sheryl Sandberg e Melinda French Gates. Più di 100 venture capitalist si sono impegnati a votare per lei, tra cui miliardari come Mark Cuban, Vinod Khosla e il fondatore di Lowercase Capital Chris Sacca. L’elenco sarebbe ancora lungo in conclusione si arriva al fatto che, ad oggi, entrambi viaggiano a più di 500 milioni di dollari raccolti e non è ancora finita e a nessuno, sia semplice cittadino che procuratore, viene in mente di sospettare quali eventuali tornaconti avranno gli uno o gli altri. Nel frattempo la fantasia pubblicitaria è esplosa al grido di “YES SHE CAN” grande slogan elettorale rivisitato da Obama che, accompagnato dalla moglie Michelle e dalla onnipresente Clinton, ha posto le sue sacre mani sulla testa della Harris.
Trump, come gli accadde nel non riconoscere la capacità mortale del Covid, ha commesso un colossale errore che potrebbe pagare amaramente: ha contribuito a lavorare per i democrat buttando giù il cadente Biden che era l’avversario sicuro per vincere a novembre. Invece ha voluto demolire lo smarrito Biden ed ora si trova la Harris, giovane e donna. In concreto all’Europa e all’Italia non gliene verrà nulla sia se vince l’uno che l’altra. Secondo gli analisti USA “chiunque conquisterà la Casa Bianca, le forti e dure incomprensioni tra Bruxelles e Washington non scompariranno per nulla e la politica estera, anziché essere il motore della corsa, raramente viene e verrà menzionata nella politica interna degli Stati Uniti”. Quindi cari concittadini chiunque dei due vincerà chiederà, come iniziò a fare il vecchio Obama, un forte aumento per la difesa militare da parte dell’Europa e dell’Italia in particolar modo che, obiettivamente, si sono affidate agli USA negli ultimi 80 anni e sia i repubblicani che i democratici sono concordi su questo, al di là della forma verbale con cui la esprimono. Inoltre Biden ha già parlato di rafforzare la difesa atomica verso Pechino che ha preso il posto, per importanza e pericolosità, di Mosca.
Ma la domanda principale è: esiste un modo per essere alleati leali degli USA e non sottomessi come servi della gleba? La risposta è affermativa e già la adottano attualmente sia Erdogan con la Turchia che Netanyahu con Israele che, pur essendo alleati molto stretti con gli Stati Uniti, tengono però una forte autonomia in politica estera ed economica e respingono al mittente quello che non gli conviene. Basti guardare quanti viaggi a vuoto ha dovuto fare Antony Blinken, in nome e per conto di Biden, a Tel Aviv senza ottenere nulla. L’autonomia di Netanyahu ed Erdogan discende, e qui molti benpensanti si strapperanno i capelli, dal fatto che hanno una buona forza militare autonoma e i loro servizi segreti, il Millî İstihbarat Teşkilatı turco e lo Shin Bet israeliano al servizio dei loro interessi nazionali.
E da noi? Abbiamo l’avvincente per non dire divertente disputa fra l’ex comico Grillo, non contento dei disastri finanziari arrecati all’Italia, e l’inesistente Conte come lo definisce il direttore Sansonetti con l’obiettivo ultimo, udite udite, di rimettere in sella il viaggiatore solitario Di Battista supportato, forse, dal trombato populista Massimo Giletti. Ma c’è anche il solito tentativo di andare incontro a Comunione e Liberazione al vecchio Meeting di Rimini nella illusoria speranza di accaparrarsi voti cattolici, vero Tajani?





