Saul Tonazot
In alcuni precedenti scritti, abbiamo spiegato come gettare solide basi a fondamento di un serio percorso iniziatico, affinché il castello non crolli miseramente su se stesso: far poggiare la via esoterica su una tradizione exoterica ortodossa. Questo non perché l’esoterismo costituisca la parte interna di una religione, ma piuttosto il contrario. La religione, cioè, rappresenta una declinazione della tradizione perenne costituita dalla “prisca theologia” calata nel tempo e nello spazio, ovvero aderente a un determinato momento storico in una specifica area geografica. Ecco che, per limitarsi alla civiltà occidentale degli ultimi tre millenni, la via latomistica ha conosciuto varie manifestazioni a seconda dei luoghi e delle civiltà: i Misteri isiaci e osiridei; i Misteri orfici ed eleusini nella Grecia classica; il pitagorismo poi filtrato nei vari collegia dei corpora opificum et artificum dell’antica Roma; le dottrine ermetiche in epoca ellenistica fino alle origini dell’alchimia nell’Egitto greco-romano; i Misteri ebraici poi strutturatisi nella Qabbalah e divulgati coram populo dal cristianesimo giudaico; il cattolicesimo, erede della tradizione romana rivitalizzata dalla fusione con il paolinismo.
I lettori ci perdoneranno la sintesi estremamente schematica e sbrigativa, ma di necessità virtù. Siamo, a questo punto, nel IV secolo dopo Cristo quando la Massoneria operativa raccoglie simile eredità facendola propria. Per millequattrocento anni, dunque, la veste massonica è stata il manto cattolico. Di conseguenza, tutto il lungo periodo storico dominato dalla Massoneria operativa fu caratterizzato da un’impronta cattolica, che le antiche Costituzioni massoniche riportano chiaramente laddove si preoccupano di mettere in guardia il massone verso qualunque forma di eresia, fugando così ogni dubbio in merito: «Debbo esortarvi a onorare Dio nella sua santa Chiesa; che non adottiate alcuna eresia, scisma, ed errore nei vostri propositi, o dottrine di uomini screditati» (The Roberts pamphlet, 1722).
Il primo elemento indispensabile per selezionare un candidato adatto tra i profani di cui pullula il mondo, dunque, è che questi non rimanga ammaliato dalle sirene incantatrici di qualche inattendibile mente innovatrice ma che sia rispettoso della propria tradizione, a partire dalla quale egli dovrà iniziare la via di perfezionamento interiore che infine lo condurrà alla “rigenerazione” dell’essere. Una volta individuato il profano potenzialmente iniziabile si procederà con una lunga e attenta fase di “tegolatura” (serie di colloqui conoscitivi), che dovrà confermarne la predisposizione interiore. Se l’indole del bussante è quella idonea, si giungerà finalmente alla cerimonia d’iniziazione. L’intima essenza della Libera Muratoria, quindi, risulterà accessibile unicamente tramite una ben precisa attività esoterica: una lunga frequentazione attiva della loggia (lavoro collettivo) affiancata da una costante ricerca interiore (lavoro individuale).
Ma in cosa consiste, esattamente, questo cammino? Quali sono le principali tappe in cui esso si articola? La prima stazione del viaggio iniziatico è quella del Gabinetto di riflessione, che consiste in un bugigattolo oscuro dove il postulante viene rinchiuso per ore con l’obiettivo di effettuare una profonda introspezione ispirato dai simboli dipinti sulle pareti nere. Qui, seduto su uno sgabello di fronte a un tavolino, il nostro aspirante è chiamato a redigere il proprio testamento spirituale, rispondendo a quali siano i doveri dell’uomo nei confronti dell’Ente Supremo, dell’umanità e di se stesso. Questo testamento gli servirà più avanti, quando dovrà affrontare la morte interiore. Ogni percorso iniziatico consiste in un processo di morte e rinascita, in effetti, in cui il profano che era l’individuo fino a quel momento viene soppresso per lasciare spazio all’uomo nuovo che è l’iniziato. Ciò, nondimeno, avverrà solamente con l’elevazione a Maestro, a dimostrazione che il percorso iniziatico non si compie che con il conseguimento della maestria.
Il semplice Apprendista (al pari del Compagno d’Arte) non può ancora considerarsi un massone a tutti gli effetti. Il rito di iniziazione al primo grado, infatti, non consiste che nell’ammissione di un membro esterno nell’organizzazione. Una volta accolto, il neofita deve rimanere in silenzio per anni ad ascoltare, proprio come avveniva nell’Ordine pitagorico per la categoria degli “acusmatici”. Ma gli antichi iniziati sapevano bene come custodire i propri segreti: prendendo per sfinimento gl’intrusi e i curiosi. Chi voglia realmente appropriarsi del segreto massonico deve armarsi di santa pazienza e cimentarsi in un vero e proprio tour de force. La perseveranza è l’unica virtù grazie alla quale l’iniziato potrà infine conseguire la Conoscenza della Verità senza soccombere agli ostacoli, alla stanchezza, o allo sconforto durante il tragitto. È quanto mai opportuno rammentare, tuttavia, che “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti”.
Veniamo, quindi, al primo lavoro da compiere. Che senso avrebbe un percorso iniziatico se tutto il sapere fosse a disposizione tramite gli usuali canali di apprendimento? Assolutamente a niente; pertanto ciò implica l’evidenza che la Conoscenza iniziatica non ha nulla a che fare con l’erudizione profana. Moltissimi grandi iniziati dell’antichità, anzi, erano sostanzialmente dei completi analfabeti; sebbene, perlomeno in Occidente, il vantaggio dell’ignorante rimanga inefficace a causa delle circostanze esteriori che gl’impediscono di emanciparsi dalla mentalità dominante nell’ambiente in cui vive, la quale gl’impone spesso un senso d’inferiorità tale da indurlo a subire passivamente i pregiudizi correnti. V’è, nondimeno, una vera e propria sterilità del sapere esclusivamente libresco e, certamente, molti pericoli possono derivare dalla filosofia mal compresa o dalla convinta adesione a teorie bislacche delle quali il tempo si occuperà di svelare la fallacia. Un antico detto orientale, d’altra parte, sostiene che «l’opinione non serve a nulla nei confronti della Verità». E ciò con buona pace di quelle folte schiere di sedicenti “uomini del dubbio”, che popolano le logge al giorno d’oggi, i quali travisano completamente il senso dell’espressione identificandola con una sottospecie di seguaci del relativismo culturale. Ma sul “dubbio” e la “tolleranza”, correttamente intesi secondo una prospettiva autenticamente iniziatica, ci soffermeremo un’altra volta. Senza alcun… dubbio, è assai più comodo voler credere che non esista alcuna Verità per coloro i quali non dispongono dell’apertura mentale necessaria a concepirla o per quelli la cui ignavia impedisce loro d’impegnarsi nel ricercarla; miserrimi omuncoli che «visser sanza infamia e sanza lodo», come direbbe il sommo poeta: «Questi non hanno speranza di morte, | e la lor cieca vita è tanto bassa, | che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. | Fama di loro il mondo esser non lassa; | misericordia e giustizia li sdegna: | non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
In cosa consiste, allora, tale Conoscenza? Qual è il fine autentico dello studio? Com’è noto, essendo a contatto diretto col Divino, in origine la Verità era evidente a tutti, per cui non vi era alcuna necessità di un percorso graduale di “illuminazione” sulle verità superiori. L’iniziazione si è resa necessaria soltanto a séguito dell’ottenebramento subìto dall’essere umano durante il progressivo decadimento avvenuto nei cicli cosmici susseguitisi nel corso del tempo. Si può affermare, piuttosto, che l’iniziazione consista proprio in una sorta di “liberazione” dell’essere umano dall’illusione che costituisce la cosiddetta vita ordinaria. “La vita è sogno”, d’altronde, anche secondo Pedro Calderón de la Barca. E già Platone, secoli prima, aveva spiegato come gli uomini si trovassero incatenati sul fondo di una caverna oscura, dove erano costretti a osservare ombre ingannevoli di simulacri proiettate sulla parete dalla tenue illuminazione prodotta con la fiamma ardente di un braciere, indotti a credere che queste fossero la realtà. Da quell’antro tenebroso l’iniziato deve fuggire via, il più lontano possibile, se intende davvero scoprire in cosa consista il mondo reale illuminato dalla vera luce emanata dal sole. Non è un caso che tutto il simbolismo latomistico indichi proprio questa impellente esigenza di risvegliarsi dalla fascinazione in cui trascorrono immersi la propria letargica esistenza i profani.
La prima indicazione è fornita al recipiendario tramite la “spoliazione dei metalli”, i quali rappresentano la vanagloria e i pregiudizi che ci dominano nella vita profana. Siamo tutti convinti di essere qualcuno o, perlomeno, di doverlo diventare affermandoci nell’àmbito professionale o nel contesto comunitario. Ma chi siamo in realtà? L’essenza dell’indagine consiste proprio nell’interrogarsi su «chi sono io?». La risposta che ciascuno si dà è «io sono quello», ma – come avrebbe detto l’umile venditore di sigarette – sono tutte identificazioni fuorvianti, a causa delle quali si crede di essere ciò che in realtà non si è: innanzi tutto «ti basta sapere cosa non sei. Non ti serve sapere cosa sei. […] Puoi soltanto dire: “Non sono questo, non sono quello”». Chiunque s’identifichi con l’uomo di successo, esaltandosi nel definirsi indaffarato e tecnicamente istruito, dimostra in realtà una profonda ignoranza e assai poca lungimiranza: la vera saggezza risiede nel “sapere di non sapere” e nel non averne mai abbastanza di apprendere nuove cose; la saggezza sa bene che il successo umano è effimero; fondare la propria identità sul successo materiale significa non essere, ma apparire.
Per giungere a contemplare la propria essenza occorre prima svolgere un arduo ed estenuante lavoro su se stessi. Lungi dal ridursi a una forma alternativa d’indottrinamento, tuttavia, il processo consiste piuttosto in un’opera di rimozione. L’Apprendista Ammesso, infatti, deve “sgrossare la pietra grezza” fino a renderla cubica; il Compagno d’Arte, a sua volta, deve dedicarsi a “levigare” la pietra cubica fino a renderla liscia e perfetta come componente per solide fondamenta su cui edificare; il Maestro Massone, infine, può costruirvi sopra per realizzare la pietra cubica a punta e, da abile scalpellino, è l’unico che possa permettersi di aggiungere ornamenti alla cattedrale ormai terminata. Il primo grado, dunque, mira chiaramente a togliere, non ad aggiungere. Il secondo, a sua volta, ad affinare. Ed è proprio questo che, come in un antico cantiere, devono impegnarsi a fare i liberi muratori nelle loro officine.
Il primo lavoro da compiere, dunque, consiste precisamente nel demolire ogni certezza profana nell’intento di trasmutazione spirituale dell’“io”, che viene soppresso per far rinascere il “Sé” della coscienza pura. Il mondo reale è oltre la mente, così come il Sé è al di là della mente. Per questa ragione sono fondamentalmente pericolosi e fuorvianti quei percorsi che mirano a potenziare la sfera mentale. La via massonica persegue l’armonia sinergica di entrambi gli emisferi cerebrali, razionale ed intuitivo, allo scopo di poter sviluppare la coscienza superiore. Per riuscire a conseguire quanto detto è necessario, innanzi tutto, abbattere le certezze razionali, frantumare le credenze personali, smantellare i pregiudizi individuali, radere al suolo la vanità dell’ego. Proprio da lì si dovrà principiare: una volta capito cosa rappresenti il preconcetto più radicato del neofita, il maestro che lo affianca nel suo cammino (dovrebbe essercene sempre uno dedicato a ciascun Apprendista, infatti, così come usava fra gli antichi) dovrà accollarsi l’onere di stimolarlo costantemente in simile impresa, proprio come quel famoso tafano che, nel giudizio di Socrate, si rivelava necessario al fine di pungolare anche un grande cavallo di razza, ormai impigritosi a causa della sua stessa mole. Innanzi tutto, smantellare; solo in seguito riedificare!




