
di Antonio Foccillo
J.F. Kennedy aveva capito prima degli altri quello che stava avvenendo nella finanza e in uno dei suoi interventi fece notare, che già allora si intravvedevano, in tutto il mondo, i prodomi di una cospirazione monolitica e spietata, che per espandere la propria sfera d’influenza puntava sull’infiltrazione anziché sull’invasione, sulla sovversione anziché sulle elezioni, sull’intimidazione anziché sulla libera scelta. Era un sistema che aveva reclutato ampie risorse umane e materiali nella costruzione di una macchina affiatata, altamente efficiente, che combinava operazioni militari, diplomatiche, di intelligence, operazioni economiche, scientifiche e politiche.
Tale potere, denunciato da John F. Kennedy, non solo si era impadronito degli USA, ma aveva esteso il proprio dominio all’Europa, alle nazioni più ricche del pianeta, piegando il mondo e le organizzazioni internazionali ai suoi interessi.
Possiamo dire, condividendo quelle sue affermazioni, che poche decine di banche e gruppi multinazionali, tutti riconducibili a poche “dinastie”, ha controllato e controlla il mercato globale.
Una conseguenza di questi atti è l’eliminazione della Sovranità monetaria degli Stati. Ciò ha consegnato tutte le nazioni occidentali (e quasi tutte le nazioni del mondo) in mano alle banche e gli Stati sono indebitati e quindi si sono dovuti sottomettere nelle loro mani. Anche per questo l’Italia negli anni ha pagato come interessi sul debito pubblico una somma pari al debito pubblico stesso.
Associazioni come Bilderberg, Trilaterale, Agenzie di rating hanno fatto da “trait d’union” tra la politica, le istituzioni sovranazionali e le lobby, che tramite il cosiddetto “mercato finanziario” hanno condizionato e piegato al loro volere i governi e l’opinione pubblica. E continua ancora!
I cittadini per opporsi dovrebbero capire che quella che per loro è una “crisi”, per l’élite è “un ottimo guadagno”; una strategia studiata a tavolino, logica conseguenza di questo sistema monetario, economico, finanziario, finalizzata ad assumere il controllo delle nazioni, alle quali viene sottratta sempre più sovranità.
Questa strategia ha determinato una rivoluzione conservatrice che ha legittimato le diseguaglianze sociali e, quindi, ha favorito le rendite che ne stanno alla base, comprese le speculazioni a danno dei risparmiatori e conseguentemente ha implicitamente legittimato la rinascita di una nuova “aristocrazia” in cui si amalgamano interessi incrociati che accomunano classi politiche, boiardi di stato, finanza e grande imprenditoria.
Una neo-aristocrazia in cui i ruoli politici, amministrativi, imprenditoriali spesso si mischiano e si incrociano. Il collante è costituito dai “tecnici” buoni per tutte le stagioni e per i lavori “sporchi” dove il politico di professione non si vuole esporre.
Questa neo-aristocrazia si è ritagliata regole e privilegi a proprio uso e consumo; ha acquisito la facoltà di scaricare sugli altri ceti sociali i costi e le responsabilità dei propri insuccessi; ha ostentato la propria opulenza per legittimare a priori il proprio ruolo e il successo sociale.
Ha acquisito il diritto a rivendicare la irresponsabilità del proprio operato perché è il mercato che fa franare la borsa, il mercato che attacca la moneta, il mercato che impone i licenziamenti.
L’irresponsabilità politica ha poi collaborato offrendo poi periodicamente all’opinione pubblica bersagli strumentali, come avviene spesso nel nostro Paese: una volta i dipendenti pubblici (tutti fannulloni), poi i commercianti e gli artigiani (tutti evasori), poi gli extracomunitari (tutti delinquenti) infine i pensionati (ladri del futuro dei figli).
Tutto ciò lascia presupporre che non si uscirà facilmente da questa crisi morale etica ed economica, proprio per l’operato congiunto di questa neo-aristocrazia che bada esclusivamente alla difesa dei propri interessi, trasferendo i costi della crisi sul popolo e delle politiche economiche liberiste che hanno determinato il suicidio economico dell’Occidente.
Questa crisi che stiamo vivendo viene da lontano, è datata anni 80, che segnarono la vittoria della filosofia iperliberista avviata da Reagan e Thatcher.
Tra i primi a denunciare i pericoli del nuovo corso va ricordato uno studioso non di sinistra, Edward Luttwak, che nel suo Turbo-Capitalism (1998) avvertiva: «Lo chiamano libero mercato ma io lo definisco turbo capitalismo perché del tutto diverso dal capitalismo controllato che ha prosperato sino agli anni Ottanta[…]. Ciò che i profeti del turbocapitalismo predicano è che l’impresa privata sia completamente liberata da regolamentazioni governative, senza intromissioni da parte dei sindacati e senza precisare nulla sulla distribuzione della ricchezza. Permettere al turbo capitalismo di avanzare senza ostacoli significa disintegrare la società in piccole élite di vincitori e masse di perdenti».
Per invertire la rotta occorrerebbe una drastica riforma regolamentatrice della finanza, che nessuno politico, anche autorevole, non è in grado neanche di tentarla, perché il potere economico ha sempre contato in politica, mirando a condizionarne le decisioni. Ma sancire che non c’è limite all’intervento della ricchezza nella vita democratica mina alla radice anche una concezione realistica della democrazia.
Dovremmo rispondere che per poter abbattere questo disegno strategico bisognerebbe individuare una citta più e giusta e più equa, ma essa è la conseguenza diretta della volontà e dell’azione dell’uomo. Questo per dire che non sono i sistemi sociali a creare giustizia ma è l’agire dell’uomo. L’uomo con ciò che ha può scegliere delle scelte pratiche che compie, oppure non compie, è comunque resta il solo responsabile.
Molti autorevoli commentatori si domandano se qui in Occidente, siamo alla fine del modello democratico. In effetti vi sono allarmanti sintomi che preconizzano questo timore: la scarsa partecipazione alla vita pubblica e politica dei cittadini, in tutta Europa; il rientro al privato ed una crescente sfiducia nella classe politica; una tendenziale e percepita perdita dei valori che accomunano una società; la perdita finanche delle regole pacifiche della convivenza sociale e di una educazione politica che induceva i consociati a sentirsi parte di una nazione, corpo di una società.
E poi, non ultimo, oltre alla crisi dell’economia produttiva che rende il lavoro umano un’attività sempre meno indispensabile, vi è il ritorno della guerra che sta distruggendo intere economie e sta imponendo morte, povertà, devastazione, sfiducia, incertezza e paura.
La riorganizzazione del mondo in senso globale ha assestato un duro colpo anche alla democrazia rappresentativa, com’è stata consegnata alla tradizione politica europea dall’Illuminismo settecentesco.
La democrazia deve essere rifondata, per tenere a bada l’economia di mercato. La “seconda modernità” ha, dunque, bisogno di un secondo Illuminismo.
Per ricostruire un modo di far politica di nuovo democratica e rappresentativa il presupposto è una ricostruzione culturale e sociale della qualità della politica.
Lo strumento dell’esercizio della democrazia deve essere funzionale al rinnovamento della politica, che dovrebbe rilanciare una “nuova” etica, per poter essere protagonista della trasformazione economica e sociale in tutto il mondo.
Vi è bisogno di contrastare questa dottrina economico finanziaria immateriale e lontana dai bisogni delle persone. Per questo vi è necessità di tornare a far ragionare le persone, ancora di più oggi.
Nessuno si può chiamare fuori di fronte alla barbarie, ci vogliono responsabilità e valori verso cui indirizzare le società, la democrazia, oltre che la politica. Valori che si devono riscoprire nelle nostre radici democratiche e solidali e non, in quelli che definisco, “disvalori” come l’arricchimento, la competizione e la concorrenza, che non fanno altro che risolversi in una frammentazione delle comunità.
La società che ci hanno imposto demolisce non costruisce, separa non include, impaurisce non rassicura. Ognuno ha paura di essere solo, lasciato al proprio destino. Questo ha portato le persone a chiudersi in sé stessi, e ha reso, chiunque sia minimamente diverso, un nemico, non vedendo la diversità un valore di crescita e arricchimento di quel bagaglio che ci portiamo dietro.
Allora bisogna ricreare una cultura nuova, anche pedagogicamente, per ripristinare un modello laico, tollerante, pluralista e del rispetto di tutti e dei ruoli di tutti. Ma soprattutto abbattere con la partecipazione la volontà di soffocare le persone, per imporre le logiche della finanza e determinare un novo modo di vedere la centralità della persona come essenziale nel ricostruire un nuovo modello di società.
Rideterminare quei sentimenti di passione, di coesione e solidarietà che si ricreano solo rimettendo insieme le persone, in modo che sentano la voglia di riconoscerci per sentirsi parte di un qualcosa di più grande e che si pongano l’orizzonte del benessere comune, da raggiungere tutti insieme.





