Home Politica estera SICUREZZA EUROPEA: GUERRA O INTESA CON LA RUSSIA?

SICUREZZA EUROPEA: GUERRA O INTESA CON LA RUSSIA?

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I temi che prima o poi, più prima che poi, dovranno essere affrontati, sono la sicurezza europea e le zone di influenza delle grandi potenze.

Il primo tema è, necessariamente inscritto nel secondo, in quanto la sicurezza d’Europa riguarda la ridefinizione delle zone d’influenza di due grandi potenze come la Russia e gli Stati Uniti d’America.

Victor Orban, con il suo viaggio a Kiev e a Mosca, ha reso evidente un tema difficilmente eludibile, ossia che la sicurezza d’Europa è strettamente legata alla sicurezza della Russia e la sicurezza della Russia dipenda da come si pongono gli Usa nei confronti di Mosca.

Fino ad ora, dalla caduta dell’Unione sovietica, la logica americana, diretta dai democratici dei Clinton, degli Obama e dei Biden, ha puntato a ridurre lo spazio russo per costringere la Russia in una dimensione regionale.

L’aver portato la Nato ai confini con la Russia ha reso Mosca insicura riguardo al suo spazio vitale e l’aver provocato (Victoria Nuland, George Soros, Joe Biden) il colpo di stato di Maidan nel 2014 ha convinto i russi che gli Usa non erano affidabili e che anche l’Ucraina sarebbe entrata nella Nato, mettendo in discussione gli assetti sul Mar Nero.

La conseguenza è stata l’invasione dell’Ucraina e una guerra dagli effetti disastrosi per l’Ucraina e per l’economia europea.

E’ del tutto improbabile che Joe Biden, che è uno dei massimi responsabili della situazione ucraina, abbia intenzione di giungere ad un negoziato. Con tutta probabilità il gruppo di potere che sta attorno a Zelensky ha sufficienti elementi per convincere Sleepy Joe, ormai sul viale del tramonto, a non mollare.

Rimane il fatto che gli Usa non aderiscono all’idea di trattare con Putin e al contempo danno all’Ucraina le armi e le munizioni appena sufficienti per resistere, ma non per vincere, lasciando Kiev in un pantano politico-militare che è un massacro continuo.

Victor Orban, andando a Kiev e a Mosca come presidente di turno dell’Unione Europea ha messo il dito nella piaga e ha fatto saltare i nervi della cialtronaggine che alberga a Bruxelles.

Chiunque abbia un minimo di cervello è ormai in grado di capire che l’Ucraina non ha la forza per vincere il conflitto con la Russia e che più passa il tempo e più Mosca avrà la possibilità di dettare condizioni.

Gli esperti militari, come Mirko Campochiari (Parabellum) e il generale Paolo Capitini, che seguono con puntigliosa attenzione gli eventi bellici, parlano di pressione costante dei russi su tutta la linea del fronte, per determinare il logoramento e lo sfinimento degli ucraini, fino a determinarne il collasso.

La prima questione da tenere presente riguarda gli uomini, che per Kiev sono sempre meno, mentre per i russi non mancano, in quanto il reclutamento consente di mantenere alto il livello delle truppe in campo.

L’industria russa è stata rapidamente convertita in chiave bellica e, stando alle stime di molti analisti, solo alla fine del 2025 Mosca potrebbe avere qualche problema di sostituzione dei mezzi.

Nel frattempo Mosca bombarda gli aeroporti ucraini, impotenti a difendersi per carenza di difesa antiaerea.

Rendere inservibili gli aeroporti significa rendere inutili gli F16, alcuni dei quali sono già in Ucraina, ma mancano i piloti.

Le stime sono che i primi F16 potrebbero essere operativi alla fine del 2024 o all’inizio del 2025, anche se la loro presenza non cambierà di molto l’andamento del conflitto.

Tutti gli scenari testati da Mirko Campochiari di Parabellum, in base a quanto asseriscono vari analisti, dicono che nel giro di un anno e mezzo, massimo due, ci sarà la sconfitta dell’Ucraina.

Ovviamente nessuno ha la sfera di cristallo, ma gli analisti si basano sui dati, sull’andamento del fronte, sulle dotazioni, sulle riserve e, questione primaria, se non decisiva, sulla disponibilità di uomini.

In un’intervista di sabato scorso, 6 luglio a Andrea Muratore di InsideOver, il generale Paolo Capitini, a proposito della guerra in Ucraina, ha affermato che “non può dirsi una guerra infinita. Essa, infatti – ha aggiunto Capitini – ha un fine ben individuato e, realisticamente raggiungibile vuoi con l’impiego della forza, vuoi con la diplomazia se questa non risultasse alla fine decisiva. Per la Russia si tratta di ristabilire un proprio spazio vitale e contemporaneamente lanciare un chiaro segnale al mondo, ma anche all’interno, che essa non è più disposta ad accettare cessioni di sovranità. Per Kiev si tratta invece di affrancarsi una volta e per tutte dalla sudditanza dall’enorme vicino. Questi due fini, sebbene contrapposti, fanno rientrare il conflitto russo-ucraino nell’ambito del possibile, o per dirla in termini clausewitziani, nell’alveo della prosecuzione di una politica con altri mezzi”.

Qui Capitini ha messo a fuoco il problema dei problemi: lo spazio vitale russo.

Esattamente il problema che assilla Mosca da quando è crollata l’Unione Sovietica e gli Usa hanno deciso, nonostante le promesse, di allargare la Nato ai Paesi ex sovietici.

Interessante, a questo proposito l’analisi del generale Capitini sull’atteggiamento Usa. Nell’intervista a InsideOver, Capitini afferma:“Sulle pianure ucraine assistiamo a una guerra combattuta su piani diversi. Il primo, più evidente, coinvolge la Repubblica Ucraina nel suo sforzo vitale per affrancarsi una volta e per tutte dallo spazio ex-sovietico o comunque russo e quindi tentare di avvicinarsi a quell’Occidente al quale, almeno per la sua parte occidentale, ha appartenuto per un lungo periodo di tempo. Il secondo piano, di gran lunga più importante, è quello del confronto diretto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati e la Federazione russa. Scopo di questo livello della guerra, almeno da parte di Washington, è frustrare o almeno limitare ogni possibile ripresa russa che in qualche modo la riporti ad essere una potenza di primo livello, senza però causare il pericolosissimo collasso dello spazio russo e magari la dissoluzione della stessa Federazione in una costellazione di repubbliche dal nome per ora indefinibile ma quasi tutte dotate di armi atomiche. Una volta considerati questi due livelli è facile comprendere come la natura, la quantità e anche la tempistica degli aiuti occidentali a Kiev sono subordinati al conseguimento degli obiettivi del secondo livello, quello internazionale- e solo subordinatamente alla difesa della patria ucraina. Insomma, armare Kiev quel tanto che basta a renderla un nemico duro per Mosca, ma senza fornire a Zelensky la concreta possibilità di prevalere. In questa prospettiva il sostegno occidentale non è poi molto cambiato dall’inizio della guerra, se non in senso deteriore. Meno materiali, meno armamenti, meno munizioni e in tempi sempre più dilatati. D’altra parte, i russi non sembrano saper approfittare della situazione, preferendo mantenere una pressione costante lungo tutto il fronte nella speranza, chissà, di provocare prima o poi il collasso dell’esercito ucraino e con esso quello della leadership di Zelensky”.

La domanda è: quanto può durare questo gioco a frustrare la Russia, ma a evitare che collassi?

Altra domanda: quanto è possibile che il gioco abbia un risultato, visto che dopo due anni di guerra la Russia sembra essere in buona salute e abbia allarganto il proprio consenso nel mondo?

Veniamo ad un’altra questione non meno importante. Alleandosi con gli sciiti, la Russia mette in discussione gli equilibri in Medio Oriente, mentre l’Amministrazione Biden, che ha seguito quelle di Obama e dei Clinton, continua ad essere equivoca nei confronti di Teheran, contribuendo a mettere in difficoltà Israele e gli stessi Stati arabi sunniti.

Inoltre, mentre gli Usa hanno concentrato l’attenzione sull’Ucraina, anche, con tutta probabilità, per non voler ammettere gli errori della Nuland e dello stesso Biden, la Russia si è espansa in Africa, sia nella fascia del Magreb, sia nel Sahel, area dalla quale sono stati cacciati i francesi e gli stessi americani.

Africa, Medio Oriente, Europa, ma anche Indo-pacifico sono elementi di un puzzle che richiama a gran forza il tema delle zone di influenza.

E’ possibile che un Trump vittorioso alle elezioni Usa di novembre apra la strada ad una nuova Yalta, mentre una riconferma di un democratico potrebbe portare ad un aumento della conflittualità globale e a rischi seri di una guerra mondiale, di fatto già in atto, ma con focolai ben più ampi di quelli attuali.

Victor Orbn, evidentemente, guarda alla prospettiva di una vittoria di Trump e, quindi, alla possibilità di giocare un ruolo nell’avvio di un dialogo con Mosca.

In tutto questo la ciarlataneria europea degli attuali leader, per così dire, fa veramente impressione e mette a nudo l’inconsistenza politica di chi guida l’Unione Europea.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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