
di Gianvito Caldararo
In data 16 aprile u.s. a Villa Lubian – sede del CNEL (Comitato Nazionale Economia e Lavoro), si è svolto un interessante incontro, in collaborazione con il Ministero della Giustizia, sul tema : “Recidiva zero. Studio, formazione e lavoro in carcere: dalle esperienze progettuali alle azioni di sistema in carcere e fuori dal carcere “, sulla base dei report realizzati per il CNEL da Censis e The European House-Ambrosetti su dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ( DAP) e Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari della CRUI. I dati significativi emersi in occasione di tale giornata di lavoro, sono i seguenti: Al 31 marzo 2024 in numero di detenuti presenti negli istituti penitenziari è pari a 61.049, pressoché stabile dal 2008.
Il 31% è di cittadinanza non italiana (19.108). Le donne sono solo il 4,3%. Il tasso di affollamento reale, che indica la percentuale di persone detenute in più rispetto ai posti effettivamente disponibili, è pari al 119%. Circa il 35% dei detenuti ha un fine pena al più pari a quattro anni. La forte problematica del sistema carcerario italiano rimane la sua difficoltà a prevenire la recidiva e a favorire il reinserimento dei detenuti nella società: 6 condannati su 10 sono già stati in carcere almeno 1 volta. La media dei reati ascritti ad ogni detenuto è pari a 2,4 contro l’1,9 di ogni donna detenuta. Si stima che il dato della recidiva possa calare fino al 2% per i detenuti che hanno avuto la possibilità di un inserimento professionale. E a proposito dei corsi di formazione e di lavoro, i dati rassegnati per l’anno scolastico 2022-2023 sono i seguenti: il 34% dei detenuti ha frequentato corsi di istruzione all’interno delle carceri.
I promossi sono stati il 45% degli iscritti totali. Nel 2023, la formazione professionale all’interno delle carceri italiane ha coinvolto circa il 6% dei detenuti. Nel corso dell’anno accademico 2023/2024, il numero complessivo dei detenuti iscritti all’università è stato di 1.707, cioè meno del 3%. In Italia il 33% dei detenuti risulta coinvolto in attività lavorative (19.153 impiegati nel 2023), ma solamente l’1% di essi è impiegato presso imprese private e il 4% presso cooperative sociali.
La stragrande maggioranza, pari all’85%, lavora alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (talvolta solo per poche ore al giorno o al mese). Fra i detenuti alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, l’82,5% svolge servizi d’istituto. La mancata offerta di opportunità lavorative per i detenuti priva la Stato di un ritorno sul Prodotto Interno Lordo (PIL) fino a 480 milioni di euro. Dai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) emerge che su 189 Istituti Penitenziari l’86% (164) ha locali per la formazione e il lavoro. il 31% degli Istituti dispone di aule didattiche utilizzate per corsi di istruzione di I e II grado e per l’istruzione terziaria (54 istituti con 602 aule per scuole secondarie – il 56,5% è cablato – e 112 aule universitarie – il 55% è cablato ), il 64,7% dispone di 555 aule per istruzione primaria e secondaria, mentre 6 Istituti non dispongono affatto di aule ( 3,5%). Fra i 170 istituti osservati, 45 dispongono di spazi non utilizzati, sebbene siano cablati e possano essere impiegati per percorsi formativi.
Il CNEL ha censito i progetti finalizzati all’inclusione economica, sociale e lavorativa dei detenuti, individuando 221 interventi, che hanno coinvolto 41 istituti penitenziari, di cui 12 localizzati nel Nord-Ovest, 9 nel Nord-Est, 10 nel Centro e 10 nel Mezzogiorno, Il maggior numero di progetti è svolto da cooperative, Consorzi di Cooperative. Associazioni di promozione sociale e altre simili (103 progetti). Il 58.4% degli interventi ha riguardato corsi di formazione professionale, il 7,7% corsi di istruzione scolastica e universitaria e il restante 33,9% interventi di inserimento lavorativo. Nel dettaglio dei 129 interventi di formazione professionale emerge una quota consistente che riguarda l’ambito della ristorazione e della produzione alimentare (20,2%), cui fanno seguito i corsi che riguardano l’attività edile (15,5%) e quelli dedicati al cura del verde e all’agricoltura ( 14,0% ). Le attività artigianali sono oggetto dell’11,6% dei corsi di formazione professionale, mentre il digitale e la sicurezza sul lavoro mostrano percentuali più contenute, rispettivamente il 4,7% e 8,5%.
Accanto a questi numeri di aspetto positivo, vi sono anche u numeri del disastro delle carceri, che sono i suicidi e il sovraffollamento, la mancanza di personale, di educatori. Dall’inizio dell’anno, sulla base del XX Rapporto di Antigone, i suicidi sono stati già 30, con una età media che va dai 30 ai 39 anni. L’affollamento è in crescita e in certe realtà raggiunge anche il 160%. Al 31 marzo 2024 i detenuti erano 61.049 a fronte di una capienza ufficiale di 51,178 posti. L’aumento del tasso di crescita medio è di 331 unità al mese. Con questi ritmi, a fine 2024 si arriverebbe a oltre 65 mila detenuti. Se come diceva il filosofo dell’Illuminismo Voltaire, che la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri, allora l’Italia dovrà impegnarsi seriamente al miglioramento delle carceri italiane e a ridurre drasticamente il tasso di recidiva. È ormai accertato che chi ha la possibilità di formarsi o lavorare durante la reclusione, quando termina la detenzione di fatto non torna più a delinquere. Lo strumento del lavoro si dimostra come il più efficace per centrare l’obiettivo della sicurezza sociale.
Il Governo e le forze politiche ne prendano responsabilmente atto e provvedano ad intervenire con efficacia e tempestività.





