
Altro che baronessa von der Leyen. L’Unione Europea è nelle mani del marchese del Grillo, quello della famosa frase: “Io so’ io e voi nun siete un c****!”
Quel “voi” riguarda tutti quelli che hanno votato per dire che un certo indirizzo della Commissione e del Parlamento ha portato l’Europa sull’orlo del suicidio, della destrutturazione delle attività produttive, della distruzione dell’agricoltura, dell’impoverimento delle masse, della riduzione del welfare.
Il tutto dentro ad una bolla ideologica degna di un manicomio, elargita alle masse da una comunicazione nelle mani di pochi e soprattutto ricattata dalla verticalizzazione della pubblicità.
Cosa importa se la plebe vota? Niente. “Io so’ io……..”.
Va così che i due super bolliti delle elezioni, ossia Emmanuel Macron e Olaf Scholz, vogliono rifare immediatamente l’accordo per confermare le alleanze di prima e prima delle elezioni in Francia, per blindare la vecchia coalizione e mettere il cappello di Bruxelles su Parigi e Berlino.
L’asse franco tedesco è allo sfascio.
Olaf Scholz è alle prese con una crisi interna che va oltre i dati elettorali. L’intera ex Rdt si è radicalizzata a destra e a sinistra e non accetta più di essere la parte proletaria all’interno della Rft. La politica Usa ha messo il bastone fra le ruote ai rapporti con la Cina e il cancelliere della coalizione semaforo è costretto anche a bloccare ulteriori misure sanzionatorie a Mosca perché è, letteralmente, alla canna del gas.
Emmanuel Macron ormai è la barzelletta del Vecchio Continente. Cacciato in malo modo dalle ex colonie della Francafrique, fallito nel tentativo di ergersi a condottiero delle truppe europee in Ucraina, ora vorrebbe che le presidenze del Parlamento, della Commissione e Consiglio fossero nominati prima delle elezioni che, probabilmente, porteranno al governo la Le Pen.
Lui, novello Napoleone, pensa di avere in mano il gioco. Le carte però le distribuisce il Ppe che, a quanto pare e per quanto ci fa sapere Politico, è affetto da ingordigia o, meglio, è diviso al proprio interno.
Va così che lunedì sera i leader (si fa per dire) dell’Unione Europea non sono riusciti a sostenere Ursula von der Leyen per un altro mandato come presidente della Commissione europea, nonostante le assicurazioni del francese Emmanuel Macron e del tedesco Olaf Scholz che si era vicini a un accordo.
“Non c’è accordo stasera”, ha detto ai giornalisti il presidente del Consiglio europeo Charles Michel lunedì sera dopo la cena dei leader.
Le speranze di un accordo rapido, riferisce Politico, sono svanite quando il Partito popolare europeo, vincitore delle elezioni del Parlamento europeo, ha chiesto più concessioni e più potere tra i ruoli più importanti.
Come previsto, il Ppe ha voluto rinominare von der Leyen e Metsola, entrambe appartenenti alla sua famiglia politica.
Inoltre, “il Ppe ha proposto ai socialisti di dividere il mandato del presidente del Consiglio europeo in due periodi di 2,5 anni e il Ppe ne otterrebbe uno”.
La posizione del Ppe, riferisce sempre Politico, “ha infastidito i Socialisti e Democratici (S&D), che speravano di aggiudicarsi l’incarico per Costa. E subito dopo lo stallo dei colloqui è iniziato il gioco delle colpe”.
“Ciò è stato in parte arroganza da parte del Ppe – ha detto un funzionario dell’Unione Europea. Chiedendo un mandato di soli 2,5 anni si è creato un enorme problema di percezione tra i [socialisti], che si sarebbero trovati in una posizione difficile. Il Ppe non ha giocato bene questa situazione. Sarà difficile da risolvere”.
Il funzionario ha aggiunto che Michel non ha aiutato nelle discussioni: “Invece di aiutare a trovare un accordo, ha continuato a sollevare altre questioni”.
Secondo diversi diplomatici, un altro motivo per cui i colloqui sono falliti è stato perché il primo ministro italiano Giorgia Meloni non era soddisfatta di come si è svolta la serata.
La Meloni, che è stata uno dei pochi leader a uscire dalle elezioni europee con una vittoria elettorale, è stata scontenta dei tentativi degli altri leader dell’UE di escluderla dai negoziati.
Il primo ministro italiano “ha contestato il tipo di approccio alla discussione”, ha detto un funzionario che ha familiarità con la discussione.
Giorgia Meloni è partita “dal presupposto che l’incontro informale avrebbe dovuto rappresentare il momento in cui discutere sul da farsi alla luce dei segnali provenienti dalle elezioni europee e poi, da quel punto di partenza, avviare la discussione sui nomi delle cariche apicali e non viceversa”.
C’è un problema che riguarda Giorgia Meloni e l’Italia e che va ben oltre le alchimie politiche dei super bolliti, dei socialisti, del Ppe, dei liberali e dei verdi.
Il tema, che riguarda Giorgia Meloni e l’Italia, si chiama Piano Mattei, Africa, Medio Oriente.
Il G7 ha dimostrato che gli Usa, cacciati come la Francia dall’Africa e in difficoltà di rapporti con il Medio Oriente, hanno “delegato” all’Italia di agire per recuperare, in una logica non coloniale, i rapporti con i Paesi africani.
Inoltre c’è il problema, non secondario, del fronte sud della Nato, che non può che avere nell’Italia il punto di maggiore forza proiettiva.
Che il fronte sud della Nato sia intrecciato con il recupero dei rapporti con i Paesi africani è dimostrato dalla presenza russa nel sub Sahara e dalla presenza della marina militare russa in Libia.
La Russia, secondo alcuni analisti, starebbe apprestando una “Legione africana” in stile Wagner di 1.800 uomini e ha in animo di stabilire una base navale militare a Tobruk.
La presenza della Russia nel Mali, nel Burkina Faso e nel Niger (Paesi dai quali sono stati cacciati francesi e americani), oltre ad essere importante per le risorse (uranio, oro, ecc.) lo è anche perché controlla i flussi di migranti verso l’Europa.
E del tutto fuori da ogni logica pensare che l’Italia, se dovesse svolgere un ruolo importante nel quadrante sud della Nato e dovesse operare con il Piano Mattei per recuperare rapporti con i Paesi africani, sia esclusa per volontà di due super bolliti e, in particolare di quel Emmanuel Macron che dall’Africa è stato allontanato in malo modo.
La questione, pertanto, è ben più importante degli equilibri riguardanti la bolla ideologica di un gruppo di potere che risponde agli interessi della tecno finanza e riguarda gli assetti geopolitici e strategici dell’Occidente.
In questo senso Giorgia Meloni, nettamente atlantista, ha in mano le carte che derivano dall’intesa con l’anglosfera o, meglio, con quella parte dell’anglosfera che ha capito che recuperare rapporti con il continente africano è ormai il problema dei problemi se non si vuole che l’intera Africa passi definitivamente nelle mani di Cina e Russia.
La partita riguarda le energie e le materie prime e non il green, l’aborto, il gender, i diritti Lgbtq+, la fuffa climatica e tutte le agende che fanno parte del bagaglio manicomiale di un’Europa che si vorrebbe proseguisse nella logica di correre verso il precipizio.
Il Ppe ha davanti a sé la responsabilità storica di essere il becchino del vecchio Continente o il partito che prende atto che è necessaria una svolta decisa per salvare il salvabile di un’Europa che rischia l’inesistenza.





