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IL “PREMIERATO” DELLA MELONI.

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di Bruno Chiavazzo

Sono da anni un assiduo ascoltatore di Radio Radicale e, da qualche settimana, sento spesso i dibattiti alla Camera e al Senato sull’ipotesi del Premierato introdotto nel lessico politico italiano da Giorgia Meloni. In realtà più che dibattiti si tratta di monologhi da parte dei rappresentanti dell’opposizione contro una “riforma” che sembra partorita da esperti sotto acido lisergico.

Dai banchi della maggioranza, invece, nessuno fiata e aspettano solo il voto per far passare tutto quello che hanno partorito gli “esperti” di cui sopra. Il fatto che in nessun altro paese della Terra esista una simile forma di governo, non li tange. Loro votano e basta. Sono convinti, evidentemente, che il provvedimento passerà e la Meloni, novella Giulio Cesare, governerà questo disastrato Paese per i prossimi lustri, senza lacci e lacciuoli parlamentari ed equilibri istituzionali da tenere in conto.

Il Presidente della Repubblica ridotto al rango di notaio a contratto e il Parlamento ad un “votificio” dei desiderata del Premier. Il fatto che gli italiani, in un futuro più o meno prossimo, possano cambiare idea e votare un epigono di Grillo o, dio ce ne scampi, di un Vannacci a Capo del governo, non li sfiora. L’ha detto Giorgia e tanto basta. Nelle scorse elezioni europee la maggioranza degli italiani non è andata a votare e Rino Formica, socialista e riformista, alla veneranda età di 97 anni, ma dalla mente lucida come l’acciaio, ha fatto notare in un recente articolo, come può “il partito della Premier insistere nello stravolgere la Costituzione avendo appena il 13% della rappresentanza degli italiani che hanno diritto ad esprimere la loro volontà?”. E conclude dicendo: ” Con il 13 per cento, come crede di diventare guida creativa di un nuovo ordine, verso il superamento del sistema democratico? Sarebbe impossibile farlo, se non attraverso la via dell’esasperazione degli interventi di carattere autoritario, eliminando il più possibile le norme, l’assetto democratico e la partecipazione popolare”.

La Meloni, memore della brutta fine di Renzi ai referendum costituzionali persi in malo modo, da pragmatica ha messo subito le mani avanti nel caso il referendum sul premierato fosse bocciato dagli italiani: “Chi se ne frega – ha dichiarato – io comunque non mi dimetto!”. E, allora, la domanda è d’obbligo: perchè proporre una riforma costituzionale così invasiva? Confesso che non lo so. L’unica risposta che mi viene in mente è quella di usare il “premierato” come arma di distrazione di massa per spostare l’attenzione dalla crisi economica, dalla legge di bilancio da fare con pochi quattrini e molti problemi, dall’insipienza di alcuni ministri, da alleati da scontentare, categorie inviperite, come i medici ai quali vanno tagliate le pensioni e, anche, da qualche conto da regolare all’interno della maggioranza.

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  • Redazione

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