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IL G7 RECUPERA LA CULTURA DI ENRICO MATTEI PER SMASCHERARE IL COLONIALISMO IN AFRICA

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Se ci esprimiamo in modo diretto senza intermediari come sono alcuni dei giornalisti genuflessi alla politica green green, quello che è emerso in questo G7 svoltosi in Italia è un deprofundis, mascherato come sa fare la burocrazia felpata, nei confronti della vecchia politica storicamente mercenaria e colonialista della Francia, e non solo di essa, in Africa.

Ma lo smascheramento è abbondantemente avviato.

E’ molto probabile che nel prossimo futuro ci si avvii su un sentiero di maggior saggezza politica in grado di mettere le prime pietre di una strategia dove si possano individuare priorità, tanto per i paesi africani, che per i paesi europei, Italia compresa in un ruolo di protagonista.

Recuperare i vecchi sentieri dell’anima liberale e solidale del vecchio Enrico Mattei (un vero partigiano), che si batteva per la libertà attraverso un equo sviluppo tra i paesi, che dovevano ricostruire dopo la guerra, in un rapporto tra i paesi ricchi di materie prime che aveva bisogno, in primis, di un percorso trasparente, fatto di accordi commerciali stabili ed equi, sia in entrata, sia in uscita e dove la bilancia dei pagamenti fosse il vero specchio di questi accordi solidali.

La filosofia del fifty-fifty proposta da Mattei ne rappresentava un’esperienza da espandere come modello in molti paesi sottosviluppati.

Tradotta in politica questa impostazione ne rappresentava una nuova postura ,sempre mal digerita di chi puntava alla cultura de monopoli .

Con le sparate fatte in ripetizione non solo in questi ultimi tempi, Manuel Macron non ha fatto altro che abortire politicamente se stesso da un mondo molto refrattario ad avventure di guerra; ha abortito la sua immagine narcisista.

L’effetto si è riscontrato anche sui Roschild con un segno preciso: sono usciti dalla borsa di Parigi.

Ora i segnali obbligati sono per una nuova ripartenza sullo schema politico culturale ed economico del del fifty-fifty della antica memoria cui Enrico Mattei aveva costruito la sua architettura di sviluppo lasciata in lascito al suo paese e mai dimenticata dalle personalità più attrezzate e sensibili al concetto di Italia come nazione .

Su questo schema escono azzoppati tutti i camerieri, specialmente italiani, che si sono messi, anche istituzionalmente, al servizio della Legion d’onore francese di un Macron sempre più Micron.

I contraccolpi si riscontrano, politicamente eclatanti, anche in Germania. La eco più dirompente si può ben osservare sui colli di Roma .

I segni sempre più significativi si vedranno quando obtorto collo si pronuncerà, parlando dell’Italia, il termine Nazione e non più come un “collettività “: quando avverrà sarà un bel segno politicamente positivo per tutti.

La lingua dei politici dovrà gioco forza tornare viva -e accantonare quella di legno – in nome di un’Europa che pianifica i percorsi di Soros (a nome dei rappresentanti di Davos ), in quanto controllore come sostenevano le cronache dei giornaloni progressisti prima delle elezioni europee, perché costui controllava oltre 280 deputati del Parlamento europeo.

Mentre si inizia a segnare la chiusura del sipario di un teatro incentrato su storiche campagne colonialiste disastrose -da qualunque angolatura si voglia interpretare – di fatto dobbiamo fare i conti realistici, di come si possa porre un riequilibrio di controllo vero, sul versante dell’immigrazione clandestina ed in contemporanea dimostrare, specialmente nei paesi africani del Sahel, che siamo in grado di formare manodopera che sappia essere protagonista anche professionale per operare per utilizzare al meglio le proprie risorse strategiche per lo sviluppo dell’economia industriale nel mondo.

Lo stesso discorso vale per lo sfruttamento ottimale della risorsa strategica dell’acqua fonte essenziale di vita per gli uomini e per gli animali e in generale per l’agricoltura .

Una partita enorme, un obbiettivo che deve trovare l’adesione di tutti i paesi del G7 e non solo, come un tema dove si tengono lontano tutte le multinazionali dedite solo ad affermare sull’acqua un segno di vincolo egemonico e monopolistico – la forza della libertà sul piano reale passa sempre più dall’acqua dove chi ne fa un uso speculativo di sottomissione deve trovare una risposta sanzionatoria forte e compatta anche sul piano legislativo dei singoli paesi – porre temine ad alcuni indirizzi di pura protervia e un segno importante da valorizzare con la forza di un inversione politica .

Alcuni segni attuali nel G7 a marchio Italia sono stati rimarcati e fortemente sottolineati: una mossa che al presidente del Consiglio italiano va politicamente riconosciuta.

La novità politica evidente, mi sembra, è che la Meloni, sul piano della politica estera, si sia in parte collocata anche in scia della politica di Bettino Craxi: questo sul terreno dell’autonomia del valore della Nazione e su quello del concetto di parità del valore del rispetto delle alleanze.

Una postura andata negli ultimi anni in disuso .

Ora l’importante è uscire dal folclore strumentale per costruire con i fatti proposte coerenti fuori dallo spudorato mondo delle opportunistiche clientele.

Autore

  • Pietro Imberti

    Pietro Imberti, sindacalista della UILM (metalmeccanici) di Brescia, Membro della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) dal 1980 al 1992. Presidente del CREL (Centro Ricerche Economia del Lavoro) della Lombardia. Giornalista, ha contribuito attivamente al dibattito sociopolitico ed economico, firmando interventi e saggi.

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