
di Marco Palombi
Risposte di getto ad un amico La domanda: “Ieri sera Report ha fatto una trasmissione sulle Università telematiche. A quanto pare, sembra che siano molte le richieste d’iscrizioni a queste Università, perché è assicurato il percorso formativo con il titolo finale della laurea, riconosciuto legalmente in tutti i concorsi di assunzione pubblica italiana.
Di contro nelle Università statali italiane, per motivi che non riesco a spiegarmi, soltanto il 50% raggiunge la laurea, e molti studenti la raggiungono dopo un lungo periodo di fuoricorso, con grave dispendio di energie per le famiglie.
Mi chiedo, sarebbe l’ora di migliorare, e far diventare più efficienti, e più idonei per cittadini anche in Italia, i percorsi formativi universitari statali ? Lo stesso discorso vale negli Istituti secondari, dove la sufficienza nelle materie, si raggiunge se lo studente frequenta in contemporanea corsi privati a pagamento.
Dopo i vari casi, riportati dalle cronache, di ragazzi che reagiscono in modo improprio, commettendo a volte anche reati gravi, verso gli insegnanti e i loro compagni, non credete che sarebbe il caso di modificare i metodi di insegnamento e molti regolamenti ministeriali obsoleti?”
Prima riflessione
intanto diciamo che dal dopoguerra in poi la scuola non ha formato, ma uniformato. L’imperativo era quello di rendere omologhi ragazzi e ragazze, usando la noia, il freno motorio (stare seduti tanto tempo) e il silenzio tra i ranghi per sopprimere la giovanile esuberanza, che consente alle passioni di sbocciare e ai talenti di emergere. I talenti venivano spesso derisi o anestetizzati, al contrario. E sono i talenti agiti che marcano la differenza tra una persona e l’altra, quando si nasce con pari diritti.
Seconda riflessione
“Se i dirigenti della classe politica, i parlamentari e i governanti non rappresentano più la volontà degli elettori, cambiamoli, questi benedetti elettori”. Questa frase di Guzzanti ben si attaglia a quel che è successo alla generazione successiva alla mia.
L’accento posto dal sistema socioeconomico sulla unicità della tua persona e quindi dei tuoi desideri, ha portato molti ragazzi a non trovare più nella scuola e nei suoi sistemi un luogo nel quale credere, nel quale aver fiducia sul fatto che ci si stava occupando di loro per fornir loro gli strumenti necessari al loro futuro. Già dopo il 2008, e la conseguente crisi economica, molti dei nostri ragazzi hanno visto che il lavoro duro non paga, se il sistema non è in crescita anche i lavoratori più costanti restano a casa, e che quindi seguire indefessamente quel che gli viene detto non funziona. Quindi hanno capito che il loro futuro dipende fondamentalmente da loro. Non dalla scuola, non dalla famiglia (incapace nella maggior parte dei casi di “spianare la strada” ai propri figli), non in altre istituzioni.
Da lì il nomadismo degli hobby, dello sport, dei gusti alimentari, della fede e dello studio. A chi piace leggere, preferisce stentare in matematica ma si drogherà i pomeriggi di Maupassant o di Murakami o di Harry Potter. A chi piace la matematica, soffrirà davanti un tema, sanguinerà davanti ad un pensiero da scrivere ma passerà i pomeriggi a costruir modelli (matematici) e immaginare come chiudere il mondo in una formula. Noi invece se andavamo male in lettere, ci mettevamo sotto, ci legavamo alla sedia ma la sufficienza la portavamo a casa. Combattevamo le nostre debolezze, rassicurati dalle nostre forze. Loro assecondano le debolezze, le accettano (cosa che non facevamo noi), e si crogiolano nelle loro forze. Chi ha ragione?
Terza riflessione
Spaesati e sballottati come su una scialuppa in balia dei marosi, a cosa si attaccano? Quando vedono un naufrago come loro, vi si avvicinano per condivider la loro solitudine, la loro paura, la loro indeterminatezza. Le amicizie che formano i nostri ragazzi sono più solide delle nostre in quanto essi sono privi di altri riferimenti solidi che noi – pur stentatamente – avevamo. E se si sciolgono, questo viene accettato naturalmente: ognuno è solo, in fondo, sul centro della terra (trafitto da un raggio di sole eccetera).
Quarta riflessione
Qualsiasi istituzione impiega del tempo ad adattarsi alle mutazioni dei costumi e del pensare. Di fronte a questo cambiamento delle persone, quello che ha potuto fare è stato assecondare il trend, informatizzare lo studio, inondare i ragazzi di stimoli come se la scuola fosse internet, senza ovviamente aver le capacità o i mezzi di insegnar loro a discernere, a pesare, a riflettere. Da scuola che insegnava metodo, a scuola che faceva un travaso di nozioni a scuola che insegna come affogare tra le nozioni.
In tutto questo, l’emergenza Covid ci ha insegnato che è molto meglio studiare da casa, in tutta comodità, in pigiama o in giardino piuttosto che star seduti 7 ore in classe. Per poi trovarsi con gli amici (quelli della scialuppa) dopo l’orario di studio.
Le virtu’ si formano con lo sforzo. Sappiamo far deduzioni logiche perché’ abbiamo passato anni sui libri di grammatica o di latino. Ora che la “verità’” si definisce in quanto “conoscenza condivisa” e non in quanto “fatto vero”, c’è ancora bisogno di dedurre? Di ragionare? Quindi di passare anni chini sui libri di latino?
Quinta (a)
Come si insegna quindi un metodo? Ma soprattutto come fanno persone della nostra generazione – appartenenti al sistema precedente – a capire il metodo, e a trovare il sistema di insegnarlo?
Quinta (b)
Siamo pieni di laureati. Siamo pieni di diplomati. Ormai il fatto di essere un professore non ha più un valore sociale come era nel secolo scorso. La gente barattava un trattamento economico scarso in cambio di un riconoscimento sociale evidente. Ora che manca il secondo – e manca il terzo – come motivi la classe insegnante a far di meglio, a far di più? E chi te lo fa fare? Conclusioni (provvisorie e stentate) sulla scorta di quanto visto, si nota che il cambiamento è sempre più veloce delle persone e dei sistemi. Che le generazioni rimangono statiche in loro stesse, che il rapporto intergenerazionale è sempre momento di confronto e difficile, ma che le istituzioni – come la scuola – che legittimano la loro fame del tempo dei giovani attraverso l’autorità (e non più l’autorevolezza) non possono confrontarsi con loro per paura di perdere una posizione di premierato (che non hanno).
E non l’hanno perché l’economia “non tira”, e non sanno come formare una generazione destinata a vivere peggio di come si sarebbe potuto vivere noi (anche perché non hanno ancora “capito” questa cosa) se non tarpandole le ali ancor di più. Insegnare la rassegnazione sembra l’unica strada. A non dedurre, a non chiedere, a non volere, a non giudicare (vedasi la tendenza alla “inclusività perché sì”).
Da qui l’aumento enorme di patologie lievi (o meno lievi) comportamentali, psicologiche, deficit di attenzione eccetera nei ragazzi.
Cosa fare?
In genere, in periodi di crisi, i governanti si inventano una guerra. (La gente che non giudica è facile da mandar a morire ammazzata, d’altronde.)
Post scriptum: per chi non mi conoscesse, che sono padre di una ragazza che studia all’università fuori sede. E va bene all’università come andava bene a scuola, con alti e bassi, certo, ma alla fine bene. Curiosa, attiva, accattivante, sa tacere e sa parlare. E, dato che è mia figlia, cerco di imparare molto da lei. 6 giugno 2023





