
di Antonino Macrì Pellizzeri
Premessa
Il titolo si presta a molteplici interpretazioni, tutte valide e meritevoli di approfondimento, quindi è necessario delimitare il nostro discorso. Mi spiego meglio. Oggi la nostra vita cambia ad una velocità spaventosa per cui è difficile correre dietro ed adattarsi ai cambiamenti. Le scoperte e le invenzioni degli ultimi cento anni hanno cambiato la nostra vita in maniera più profonda di quanto sia mai successo nei secoli passati. I cambiamenti climatici, qualunque ne sia la causa, stanno avvenendo ad una velocità ben maggiore di quanto potrebbe consentire agli esseri umani ed a tutte le specie viventi un adattamento senza sconvolgimenti epocali. Il nostro mondo, diventato sempre più piccolo grazie alla velocità ed alla facilità degli spostamenti, e ancor di più grazie alla possibilità di mettersi in contatto istantaneamente da casa propria con qualsiasi punto della terra, paradossalmente, invece di facilitare i rapporti umani, li sta rendendo ogni giorno più difficoltosi e violenti. Tutto ciò mi fa arrivare ad una sensazione: si, noi, specialmente i più anziani di noi, probabilmente non assisteremo a sconvolgimenti epocali, ma i nostri figli, ed ancor di più i nostri nipoti, saranno spettatori di cambiamenti oggi forse inimmaginabili, molti positivi, ma molti altri negativi e forse catastrofici. Gli sviluppi della medicina faranno scomparire malattie oggi senza speranza, le nuove tecnologie, penso all’intelligenza artificiale opportunamente regolamentata, e alla robotica, renderanno più “umana” e più facile la nostra vita, ma, già in questo caso, sarà necessario un periodo di adattamento, non privo di squilibri, nell’economia e nell’organizzazione sociale: molti lavori scompariranno e altri, ben diversi, si creeranno. Il riscaldamento globale accelerato obbligherà intere popolazioni, molto più di quanto accada oggi, a migrare in cerca di luoghi in cui abbiano la possibilità di sopravvivere. Potrei andare avanti a lungo, e non è detto che tutto ciò accadrà, o avverrà simultaneamente. Ma è necessario oggi prepararsi a queste possibili evenienze e sarebbe dovere di tutti, in special modo delle classi dirigenti, lavorare, attrezzarsi, per fronteggiare queste possibili evenienze. Ancora di più sarebbe compito della politica, dei nostri governanti, avere una visione di dove condurre i propri Paesi, di guardare ai prossimi cinquant’anni, se non addirittura al prossimo secolo. E invece… invece vediamo una pochezza generalizzata, una miopia che porta a guardare solo “a domani” senza preoccuparsi delle conseguenze che le decisioni di oggi avranno fra venti, cinquanta o perfino cento anni. Oggi mi limiterò a dare un’occhiata rapida, una fotografia di questo nostro mondo proprio da questo punto di vista. Tralascerò le problematiche scientifiche, non perché le ritenga meno importanti ma per delimitare un po’ la discussione e parlerò di alcuni aspetti dei rapporti fra i popoli.
Da dove partiamo
Non voglio andare troppo indietro nel tempo. Le guerre ci sono sempre state, imperi si sono formati, sono cresciuti, e sono poi decaduti e scomparsi. Guardiamo la storia che ci viene insegnata a scuola, l’occidente centrato sul Mediterraneo che ci è familiare: gli Egizi, i Persiani, i Greci, i Romani, gli Arabi. Tutte queste civiltà hanno visto guerre continue alle loro frontiere, poi, ad un certo punto hanno compiuto il loro ciclo, si sono inaridite. Il loro nucleo centrale, le loro stesse capitali, sono state invase e distrutte. Pensate a Roma, ai tempi del suo massimo fulgore la più grande e sviluppata metropoli del mondo da noi conosciuto, ridotta poi a un piccolo villaggio di pastori. La storia d’Europa è stata sempre così: guerre continue intervallate da brevi periodi di pace, nazioni governate da un precario equilibrio basato sulla forza delle varie potenze del momento. C’era però una differenza, che durò, salvo rare eccezioni, dall’antichità fino al XIX secolo. I soldati, molti soldati, morivano alle frontiere. Lontano da esse la vita trascorreva in maniera più o meno stabile, fino a quando non si arrivava al “crollo di un impero” che sconvolgeva tutto fino a creare una nuova stabilità. Questi sconvolgimenti però si sono verificati con una frequenza sempre maggiore. L’impero romano durò circa mezzo millennio o, se consideriamo anche l’impero di Costantinopoli, circa mille anni: un’eternità rispetto all’impero spagnolo su cui “non tramontava mai il sole”. I periodi di relativa pace diventarono sempre più brevi e dipendenti dalla capacità e dalla lungimiranza, la “visione”, di qualcuno che fu capace di creare una qualche forma di stabilità. Ed arriviamo a tempi recenti. Napoleone fu una meteora: sembrava che dovesse dominare l’intera Europa e invece, dopo soli quindici anni, il congresso di Vienna ristabilì l’ordine precedente. Francia, Prussia, Inghilterra, Russia, impero austro-ungarico, più altri potentati minori, cominciarono di nuovo a “digrignare i denti” minacciandosi l’un l’altro. La grande abilità di Metternich, ministro di un impero multinazionale, e intrinsecamente più fragile, rese possibile un periodo di stabilità, in cui, per circa 70 anni ci furono solo guerre “ridotte”.
Il mondo di oggi
Ed arriviamo ad oggi. Con il ‘900, si arrivò a una catastrofe realmente “globale”, le due guerre mondiali, in realtà una sola in due fasi con una breve tregua in mezzo. Essa sovvertì l’ordine generale in una maniera paragonabile alla caduta dell’impero romano, ma questa volta su scala veramente mondiale. Scomparvero gli imperi europei, scomparve l’impero inglese che si estendeva su gran parte del mondo, scomparve l’impero giapponese, e scomparve, per cause parzialmente diverse, l’impero cinese. A Jalta, in Crimea, all’inizio di febbraio del 1945 Roosevelt, Churchill e Stalin discussero la configurazione da dare al mondo a guerra finita, quella che alcuni definirono “la spartizione del mondo”. In quel momento la situazione della guerra era decisamente favorevole alla Russia. Le truppe di Stalin, infatti, erano già arrivate a 80 km da Berlino, mentre gli Alleati erano ancora bloccati al confine occidentale della Germania a circa 700 km dalla capitale. Peggio sul fronte italiano, impantanato in una guerra terribile. Esisteva quindi una reale possibilità che Berlino fosse conquistata rapidamente, come in realtà avvenne, e che le armate sovietiche occupassero tutta la Germania. Non mi dilungo sulle decisioni prese in quei giorni perché sono a tutti ben note. Gli storici continuano ancora oggi però a discutere sui motivi per cui Stalin ottenne di fatto mano libera su metà dell’Europa occidentale. Per i contestatori più “estremisti” di Roosevelt (ed anche di Churchill), Roosevelt avrebbe potuto opporsi a cedere tutto quel territorio all’URSS e, al limite, proseguire la guerra, attaccando i sovietici una volta regolati i conti con la Germania. Francamente mi pare un’opinione più utopistica che reale. Intanto la guerra contro il Giappone, il vero nemico degli Americani, si riteneva ben lungi dal finire, inoltre tutti i Paesi erano ormai stanchi di oltre cinque anni di guerra terribile. E’ pur vero che in quel momento la forza militare e soprattutto economica USA era maggiore di quella russa, ma, tornando alla situazione del mondo nel 1945, iniziare un’altra guerra, altrettanto terribile, contro un nemico forte e in quel momento galvanizzato dal successo, era abbastanza inaccettabile. Infine, secondo alcuni storici, Roosevelt era abbastanza convinto della “buona fede” di Stalin e forse anche sorpreso e soddisfatto che la Russia avesse accettato di fermarsi e non occupare la Germania intera, mettendo gli Alleati di fronte al fatto compiuto.
L’Europa fu quindi divisa, iniziò in pratica subito la “Guerra Fredda”, che, bisogna esserne consapevoli, era “fredda” solo nell’Europa libera sotto il controllo americano, ma non lo fu in Europa Orientale: Ungheria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia. Tanto meno la guerra non smise mai nel resto del mondo, dove non ci fu un solo anno senza conflitti anche molto sanguinosi. Vi ricordo la Corea, Cuba, il Vietnam, le guerre in America latina, le due guerre in Iraq, la Somalia, la Libia, le due guerre in Afghanistan (occupato prima dai Russi e poi dagli Americani), la lunga sequela di guerre in Medio Oriente mai terminate etc. Tralascio l’Africa dove non si parlò mai di pace. I famosi settant’anni di pace regalateci da Jalta quindi, lo furono solamente per alcuni Paesi dell’Europa Occidentale. Negli altri ci fu ininterrottamente una “guerra mondiale a pezzi” come ha dichiarato recentemente Papa Francesco, dicendo ciò che nessun uomo politico in nessun Paese del mondo osa sostenere. I grandi del mondo hanno continuato a sfidarsi sulla pelle di Paesi medio-piccoli che credono, o sono indotti farlo, di combattere per un qualche ideale politico, sociale o religioso, talvolta portato all’estremo, ma in realtà sono solo pedine di un gioco fra i Potenti, in un mondo in cui l’equilibrio di Jalta, buono o cattivo che fosse, è ormai definitivamente superato.
Il mondo a una svolta.
Oggi l’opinione pubblica europea è preoccupata dalle due guerre che si stanno svolgendo in quello che consideriamo “il nostro mondo”: l’Europa e il bacino del Mediterraneo. Partirò da qui.
L’Ucraina sta affrontando una guerra devastante sul modello di quelle del ventesimo secolo: sul terreno, con battaglie furiose dove muoiono decine di migliaia di soldati per guadagnare un chilometro di terra, per altro totalmente distrutta. Bombardamenti furiosi radono al suolo infrastrutture di tutti i tipi, intere città, impianti industriali. Non entro nel merito, lo ho già fatto in passato, di storie, motivi, ragioni, torti da entrambe le parti. A mio avviso si dovrebbe prendere atto, dopo oltre due anni di guerra, che l’Ucraina, per quanto armata dall’Occidente (e lo è sempre di meno) da sola non potrà ricacciare indietro la Russia. L’Occidente d’altronde potrebbe cambiare volto alla guerra se decidesse di entrare in campo direttamente, ma nessuno vuole tornare indietro ad una nuova guerra mondiale. E allora cosa si aspetta per trattare in maniera realistica, ammettendo che entrambe le parti (includo anche l’intero Occidente) hanno fatto degli errori di valutazione madornali di cui risponderanno di fronte alla storia? Non si rendono conto che diventa ogni giorno più probabile che una catastrofe si generi “per errore”? Cosa succederebbe se uno dei numerosi missili lanciati ogni giorno sulle città ucraine esplodesse per errore in Polonia creando danni significativi e anche morti? L’Occidente si limiterebbe a una protesta formale o interverrebbe con un attacco aereo temporaneo? E con quali conseguenze? E se Putin, quando finalmente l’Ucraina riceverà i famosi F-16, proverà a distruggerli anche a terra, se decideranno di decollare da un aeroporto polacco? E intanto la gente, i civili e gli stessi soldati delle due parti a cui viene sostanzialmente imposto di andare al fronte, continuano a morire a migliaia ogni giorno. E infine, che senso ha sostenere che per molteplici motivi è imperativo armare l’Ucraina per darle la possibilità di difendersi, e poi dimenticare tutto ciò per beghe elettorali contingenti, come sta succedendo negli Stati Uniti che hanno sospeso ogni aiuto, nonostante l’evidenza che ormai l’esercito ucraino non ha le armi per difendersi? Dove sono i tanto decantati ideali dell’Occidente?
Israele. Non entrerò nel dettaglio di questa strage e delle sue cause. Ne ho già parlato. Anche questo però è un problema irrisolto, i cui germi risalgono alla caduta dell’impero ottomano, 1920, e addirittura ai primi movimenti sionisti all’inizio del ‘900. La situazione oggi è quella che tutti conosciamo. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha finalmente emesso una risoluzione, in teoria vincolante, per un cessate il fuoco, la possibilità di fornire cibo, medicinali e cure ospedaliere a più di un milione di Palestinesi, la restituzione degli ostaggi e la liberazione di un gruppo di Palestinesi, prigionieri di Israele da decenni e non coinvolti nel dramma del 7 ottobre. Il tribunale internazionale dell’Aia ha ordinato ad Israele di aprire i varchi agli aiuti umanitari sotto la gestione dell’ONU. Israele ha immediatamente deciso di ignorare la delibera e, anzi, ha ritirato la sua delegazione ai negoziati. Inoltre sostiene che gli aiuti umanitari possono già transitare. Quest’ultima dichiarazione suona sinceramente come una presa in giro perché solo una parte irrisoria può oggi entrare a Gaza. Come andrà a finire? Israele dovrebbe rendersi conto che gli odierni militanti di Hamas erano bambini al momento dell’ondata precedente di combattimenti a Gaza. Essi probabilmente hanno ancora negli occhi la morte traumatica dei propri genitori e fratelli e nel loro cuore non può esserci altro che un odio insanabile, al di là di ogni analisi razionale. Qualcuno ha detto “Hamas è solo la parte violenta di un intero popolo che soffre” ed anche “ogni guerrigliero di Hamas che muore verrà rimpiazzato da altri due che in questi giorni hanno visto la propria famiglia dilaniata”. Israele, proprio perché ha un’organizzazione democratica, un governo ed un esercito organizzati, dovrebbe essere la “parte razionale di questo conflitto”, senza abbandonarsi a ulteriori, violentissime vendette per quanto giustificate esse possano essere. (Continua domani)





