
di Giuseppe Augieri
QUANDO PARLA DRAGHI….
E’ impossibile dare un giudizio immediato (o quasi) sui contenuti di un qualsiasi programma. Quelli esposti da Draghi, per lo spessore che il personaggio conferisce loro, ancor più. Da noi spesso si applaude, pronti a contestare chiunque dica “però …”, e infine si sabotano tutte le idee. Mi domando se questo succederà di nuovo dopo il “programma Draghi” esposto a La Hulpe.
Di nuovo: perché qualcosa di analogo, parlando di casa nostra, Draghi lo aveva fatto nel suo applaudito intervento dell’agosto 2020 alla platea di Comunione e Liberazione; e poi nel settembre 2021 alla Confindustria, con annessa standing ovation. In tutti questi casi, Draghi ha tracciato un programma; in tutti questi casi è stato fuori dagli schemi; in tutti questi casi un pizzico di riformismo emergeva dalle sue proposte. In tutti questi casi si è preso, del suo discorso, solo il pezzettino che interessava, lo si è decontestualizzato e, applaudendolo nella forma, lo si è bocciato nei fatti. Insomma: “Debemus, sed non possumus et non volumus” parafrasando Pio VII
Ricordate la formula del “debito buono-debito cattivo”? Applaudita, ma poi venduta come “Draghi dice che si può fare debito”. E dunque via alle politiche di espansione della spesa, ma non di quella produttiva. Con esplosione del debito pubblico proiettato anche sul futuro. Con Draghi – intanto diventato Presidente del Consiglio – incapace di opporsi e anzi intento, dopo essersi proposto come apripista per un minimo di riformismo, a ripiegare verso una logica di riduzione del danno. Una ulteriore conferma che nessuna classe politica toglierà mai i privilegi che la precedente ha garantito. E di cosa comporta il populismo.
Ricordate la “benedizione” di Draghi alla proposta di Confindustria? quella di lavorare per un “patto” Confindustria-sindacati. Una sorta di departiticizzazione della governance sociale e dell’economia: ma soprattutto un appello – insistito e pressante – per un nuovo asse di relazioni sociali; poiché il confuso e contraddittorio scontro politico “ha creato condizioni tali” che «è già molto un governo che non cerca di fare danni». Sappiamo tutti come è andata a finire.
Ora, per l’Europa, nuova ricetta, nuovi applausi. Ma molta più prudenza. E’ un buon auspicio?
La ricetta di Draghi va riflettuta: dice che lo scontro con il mondo finanziario non è possibile; che si può – e si deve – favorire quel capitale e riorganizzare la struttura industriale (e parla di scalabilità); che l’intera politica che l’Europa ha svolto sono state sbagliate sul piano economico e su quello del welfare (condanna l’avvenuta ricerca della produttività solo con bassi salari e politica fiscale prociclica); che c’è bisogno di smetterla con la concorrenza “interna” all’Europa e fare squadra (se necessario non escludendo di andare “per gruppi” più ristretti) per rispendere alle politiche espansive ed aggressive verso l’Europa dei grandi mercati, USA compreso. Rilancia la necessità di investimenti, di innovazione, di politiche bancarie “fiduciarie”, di legami tra istruzione e competenze, di una gestione sindacale “partecipativa”. E tanto altro ancora.
Ebbene, questa ricetta non è realizzabile in parti. Non darebbe risultati. E’ un tutt’uno. E’ come la ricetta per un dolce: devono essere presenti tutti gli ingredienti e nelle quantità opportune. Altrimenti si deve avere il coraggio di dire di no.
Vedo intanto che forme di populismo ancor più accentuate si vanno rivendicando. Che si considera il rapporto con il sistema bancario e finanziario come materia di scontro. Che si considera il rapporto con l’Europa – sempre più “franco-germano diretta” – da non mettere mai in seria discussione. Che l’antiputinismo oscura ogni necessità di essere indipendenti, nelle decisioni economiche e non solo, dagli USA. Che ogni ipotesi di programmazione e di pianificazione viene ignorata ed anche osteggiata. Che sulla scuola le discussioni vanno sui vicoletti anziché prendere la strada maestra. E sul capitolo green-casa si apre una biblioteca di eccezioni mosse sulla scorta di partigianeria ideologica.
Altro che cambiamenti radicali: sul tappeto si mette quello che è necessario alla continuità della specie. Dunque prudenza, stavolta, potrebbe significare: “siamo lontani, ma poiché potresti diventare importante per noi, non te lo diciamo chiaramente”.
Perché, in tale ultimo caso, la speranza di ripetere lo scherzo del “diciamo si perché si faccia no” potrebbe non funzionare. Perciò prudenza. No, non è un buon auspicio.
Nel mio piccolo, io non applaudo. Esprimo alcune perplessità. Per arrivare a quello che propugna Draghi l’Italia, con il suo sistema di MPI, dovrebbe procedere ad una ristrutturazione “drammatica” del suo sistema di imprese; questo impone lo sviluppo di relazioni sociali del tutto diverso rispetto all’attuale; l’Abi andrebbe convinto ad una politica di finanziamenti diversa da quella attuale, magari attraverso “garanzie”; andrebbe approntata una legislazione di sostegno a questi cambiamenti; la destinazione degli investimenti dovrà essere rigorosissima. L’Italia, in Europa, è forse il Paese meno pronto a raccogliere la sfida di Draghi. Eppure ne avremmo bisogno.
Le mie perplessità infatti non riguardano il nocciolo della ricetta: il progetto non mi piace del tutto, ma non vedo alternative valide sul tappeto. E’ un progetto organico, è una novità cioè qualcosa finalmente fuori delle righe. Da un’idea di futuro.
Quando parla Draghi …. vedo tante orecchie che non vogliono ascoltare. Magari anche solo per essere in disaccordo.





