
Da qualche tempo Jorge Mario Bergoglio, attraverso libri e interviste, è occupato in un’operazione trasformistica in base alla quale sarebbe stato lui a far eleggere Benedetto XVI e la sua gestione del Soglio di Pietro sarebbe in continuità con il suo predecessore.
In un libro-intervista dal titolo “Papa Francisco. El sucesor”, scritto con il giornalista Javier Martinez-Brocal e di cui è uscita un’anticipazione sul quotidiano spagnolo Abc, Francesco rivela i particolari del Conclave del 2005, dal quale risultò eletto Benedetto XVI.
Premesso che, secondo le regole della Chiesa, quanto avviene in un Conclave dovrebbe rimanere segreto, Francesco sostiene che il Papa può raccontare quanto avviene nella Cappella Sistina quando si eleggono i papi.
E’ lo stesso Bergoglio a spiegare il perché lui può rivelare quanto avviene in Conclave e lo spiega al suo intervistatore Javier Martinez-Brocal: “I cardinali giurano di non rivelare quello che succede nel Conclave, però i Papi hanno la licenza di raccontarlo”.
Tutto a posto, con una conseguenza chiara, ossia che nessun cardinale lo potrà smentire direttamente.
Possiamo così apprendere che fu Bergoglio a sbloccare l’elezione di Benedetto XVI, anche se in un’intervista di qualche anno fa a “La Voz del Pueblo”, Francesco aveva affrontato lo stesso argomento dicendo che “all’interno era chiaro che Benedetto doveva essere eletto e c’era quasi l’unanimità per questo e mi è piaciuto molto. La sua candidatura era chiara, nel secondo non c’era nessun candidato. Ci sono stati diversi papabili, ma nessuno forte”.
Ora, invece, Francesco afferma di aver incassato 40 voti, specificando che “erano sufficienti a frenare la candidatura del cardinale Joseph Ratzinger perché se avessero continuato a votarmi, egli non avrebbe potuto raggiungere i due terzi necessari ad essere eletto Papa”.
Contraddicendo la tesi della quasi unanimità su Ratzinger, Bergoglio ha dichiarato: “Questa non era l’idea di coloro che stavano dietro ai voti. La manovra consisteva nel porre il mio nome, bloccare la elezione di Ratzinger e poi negoziare un terzo candidato diverso. Mi raccontarono, molto tempo dopo, che non desideravano un Papa ‘straniero’”.
Altro che Spirito Santo in azione. Manovre di chi stava dietro ai voti messe in piazza. Non male per uno che dovrebbe difendere la sacralità dell’elezione.
Dopo la terza votazione, racconta Bergoglio che avrebbe detto al suo confratello colombiano Darío Castrillón Hoyos di non scherzare “con la mia candidatura, perché adesso stesso dirò che non accetterò, eh? Lasciatemi qui. E così uscì eletto Benedetto”.
Secondo Bergoglio, come racconta nel libro intervista, Ratzinger “era l’unico che in quel momento poteva essere Papa” perché “dopo la rivoluzione di Giovanni Paolo II, che era stato un Pontefice dinamico, molto attivo, con iniziative, viaggiava… c’era bisogno di un Papa che mantenesse un sano equilibrio, un Papa di transizione”.
Quella di Francesco non è la prima e non sarà l’ultima versione di come sono andate le cose in relazione all’elezione di Benedetto XVI, ma quel che conta è che ora Bergoglio tende a porsi come colui che ha permesso l’elezione di Ratzinger, papa di “transizione”, in attesa che arrivasse lui in perfetta linea di continuità.
Continuità negata dal biografo ufficiale di Joseph Ratzinger, Peter Sewaald, il quale smentisce clamorosamente Bergoglio e fa notare che quel rapporto quasi idilliaco e di totale collaborazione evidenziato da Francesco pare alquanto impreciso. Sewaald non va troppo per il sottile: «Si è visto chiaramente com’era davvero la presunta relazione cordiale tra i due quando fu smantellata la liberalizzazione fatta a suo tempo da Benedetto XVI al vecchio rito [la Messa in latino, ndr]».: «Il Papa emerito – aggiunge Sewaald – ha dovuto saperlo dal giornale».
La questione ritorna in relazione al libro uscito pochi giorni dopo la morte di Benedetto XVI, dove Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI, raccontò del suo rapporto conflittuale con papa Francesco. In un’intervista al settimanale cattolico tedesco Die Tagespost disse che i rapporti di Benedetto XVI con papa Francesco si deteriorarono definitivamente dopo la decisione con cui il papa applicò molte restrizioni alla celebrazione delle messe in latino, che nel 2007 erano state riabilitate proprio da Benedetto XVI. Gänswein sostenne che papa Benedetto avesse appreso quella notizia «con dolore nel cuore».
Stessa versione del biografo Sewaald, che tuttavia Bergoglio smentisce, affermando che il libro uscito nei giorni della morte di Benedetto XVI gli provocò un grande dolore.
Dice Francesco: “Che il giorno del funerale venga pubblicato un libro che mi ha messo sottosopra, raccontando cose che non sono vere, è molto triste. Naturalmente non mi colpisce, nel senso che non mi condiziona. Ma mi ha fatto male che Benedetto sia stato usato. Il libro è stato pubblicato il giorno del funerale, e l’ho vissuto come una mancanza di nobiltà e di umanità”.
Dire che Benedetto è stato usato, significa dire che ad usarlo è stato Georg Gänswein, ottenendo così la giustificazione del suo allontanamento senza incarichi in Germania e tentando di rinfocolare la polemica.
Interessante, a questo proposito, il silenzio di padre Georg.
Se doveva dire quel che ha detto in relazione al Conclave del 2005 e alla sua presunta continuità con Benedetto XVI, per quale motivo Bergoglio non lo ha detto quando Ratzinger era vivo?
La questione del contrasto con Georg Gänswein, guarda caso, riguarda la messa in latino, uno degli argomenti divisivi tra progressisti e conservatori.
Dopo aver bloccato il rito in latino, ora Bergoglio vorrebbe farci credere che Benedetto XVI non sarebbe stato contrario?
Dei Gesuiti è proverbiale la sibillinità, che sfocia nella più esecrabile doppiezza. Nel Compendium, ad esempio, alla domanda: “Si domanda a che cosa è obbligato un uomo che ha giurato in modo fittizio e per ingannare?”. La risposta è quantomeno inquietante: “Egli non è obbligato a nulla in virtù di religione, poiché egli non ha prestato un vero giuramento. Nullameno è obbligato dalla giustizia a mantenere ciò che ha giurato in un modo fittizio e per ingannare”.
In aggiunta potremmo citare la seguente affermazione: “In ogni promessa fatta con giuramento, anche in via assoluta, vi sono certe condizioni tacite, come per esempio: se lo potrò; salvo il diritto e l’autorità superiore; purché le cose restino moralmente nel medesimo stato”.
Insomma, fidarsi di un giuramento, stando alla logica gesuitica, è perfettamente inutile.
Un esempio eclatante di sibillinità è la Fiducia supplicans.
Spiega Vatican News: “Di fronte alla richiesta di due persone di essere benedette, anche se la loro condizione di coppia è “irregolare”, sarà possibile per il ministro ordinato acconsentire. Ma evitando che questo gesto di prossimità pastorale contenga elementi anche lontanamente assimilabili a un rito matrimoniale. È quanto afferma la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede e approvata dal Papa”.
La benedizione di coppie omosessuali ha suscitato un polverone enorme all’interno della Chiesa e così, di spiegazione in spiegazione, si è arrivati alla benedizione di 15 secondi.
Una presa per i fondelli a tutto tondo per chiunque abbia un briciolo di residuo spirito critico.
Il gesuitismo cerchiobottista è tutto da vedere in questo continuo tira e molla.
Ora arriva Dignitas infinita, il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede pubblicato l’8 aprile e presentato in una conferenza stampa da Víctor Manuel Fernández, prefetto della Dottrina della Fede.
Come riporta Vatican News, “la questione omosessualità è stata toccata più volte nel corso della conferenza stampa, non tanto relativamente a Fiducia Supplicans bensì a Dignitas infinita che esorta ad evitare ogni “ingiusta discriminazione” o “aggressione e violenza” contro persone omosessuali, denunciando “come contrario alla dignità umana” il fatto che in alcuni Paesi ci sia chi viene arrestato, torturato, ucciso per il proprio orientamento sessuale. “Siamo a favore della depenalizzazione! Non c’è alcun dubbio”, ha esclamato Fernández. Un punto di vista già espresso da tanti vescovi e che ora il prefetto della Dottrina della Fede rilancia, denunciando la violenza contemplata a livello legale in alcuni Paesi oppure permessa “come se non succedesse niente”. “Siamo di fronte a un problema grosso” e ad “un attacco dei diritti umani”, ha affermato, dicendosi “esterrefatto” dall’aver letto commenti da parte di cattolici benedicenti le leggi contro i gay emanate dal governo militare di un tal Paese: “Quando ho letto volevo morire”.
Si legge ancora su Vatican News: “A chi faceva notare che forse bisognerebbe cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica che reputa gli atti omosessuali “intrinsecamente disordinati” (cosa che, a parere di molti, alimenterebbe la violenza contro i gay), il capo Dicastero ha risposto che “intrinsecamente disordinati” è effettivamente “una espressione forte… Bisogna spiegarla molto, magari trovassimo un’espressione più chiara”. Con essa, però, si vuole ribadire che “la bellezza dell’incontro tra uomo e donna che possono stare insieme e avere rapporto intimo da cui nasce nuova vita, è una cosa che non può essere comparata con un’altra. Gli atti omosessuali hanno una caratteristica che non può rispecchiare nemmeno da lontano quella bellezza”. Sulla stessa scia il cardinale ha ribadito il rifiuto della teoria del gender perché “impoverisce la visione umanistica”: “In questo contesto l’idea di matrimonio gay o eliminazione delle differenze, non sembra accettabile”.
Dignitas infinita si pronuncia poi contro il cambio di sesso, l’aborto, la maternità surrogata.
L’ondeggiamento del pendolo del vaticano continua, nell’inutile speranza di dare, con un colpo al cerchio e un colpo alla botte, nuovo spazio ad una cattolicesimo che ha le sue chiese vuote, così come sono vuoti i seminari e i conventi.
Ma veniamo ad una delle più sibiulline dimostrazioni di gesuitismo.
L’esordio dell’enciclica “Fratelli tutti” è una proiezione psicologica dove Francesco (Bergoglio) proietta su Francesco (inteso come il Santo di Assisi) l’incontro con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyed che, egli dice, lo ha ispirato a scrivere la lettera circolare (questo il significato di enciclica) sulla fratellanza umana.
L’esordio, se il buon giorno si vede dal mattino, non è dei migliori, in quanto la proiezione psicologica o, meglio, il tentativo di stabilire una simiglianza, finisce con una forzatura storica che stravolge il senso dell’incontro del Poverello d’Assisi con il sultano Malik-al-Kamil.
La narrazione di Bergoglio, nella sua Enciclica “Fratelli tutti” è la seguente:
“C’è un episodio della sua vita che ci mostra il suo cuore senza confini, capace di andare al di là delle distanze dovute all’origine, alla nazionalità, al colore o alla religione. È la sua visita al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, visita che comportò per lui un grande sforzo a motivo della sua povertà, delle poche risorse che possedeva, della lontananza e della differenza di lingua, cultura e religione. Tale viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti. La fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo amore per i fratelli e le sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò a incontrare il Sultano col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi «tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». In quel contesto era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede. Egli non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio”.
San Bonaventura da Bagnoregio, nel suo “Vita di San Francesco”, narra che il Poverello di Assisi si recò, con il suo confratello Illuminato, nella terra degli infedeli e furono presi dalle guardie saracene e malmenati.
“Dopo mille tormenti – scrive San Bonaventura – sfiniti, per disposizione di Dio, vengono tratti alla presenza del sultano, come Francesco desiderava. Quel principe l’interrogò da chi fossero stati inviati, a che fine, sotto quale titolo e con che mezzo fossero pervenuti in quei luoghi. E il servo di Cristo, con intrepido coraggio, così rispose: «Non da uomo, ma da Dio siamo stati mandati, per mostrare a te e al tuo popolo la via della salute e annunziarvi il Vangelo». Con tanta franchezza e coraggio, con tale fervore di spirito parlò di Dio uno e trino e di Cristo salvatore del mondo, che chiaramente si vide attuata la promessa del Signore: Io darò a voi parole e sapienza, a cui non potranno resistere, né contraddire tutti i nostri avversari (Lc 21,15). Il sultano, ammirando quel fervore e quella virtù d’eroe, volentieri l’ascoltava. Anzi lo invitò pure e con insistenza a rimanere con lui. «Si – rispose Francesco ispirato da Dio – volentieri rimarrò con te, se tu e il tuo popolo vi convertirete a Cristo. Che se dubiti di lasciare la legge di Maometto per la fede di Cristo, ascolta: ordina che sia acceso un fuoco quanto mai grande. Tra le fiamme entrerò io con i tuoi sacerdoti; almeno così ti convincerai quela legge e quale fede sia più certa, più santa e più degna di essere seguita». Il sultano gli rispose: «Penso che neppure uno dei miei sacerdoti voglia esporsi alla prova del fuoco o subire alcun genere di pene, per difendere la propria fede». L’aveva già visto. Uno di essi, uomo eminente e vecchio, a quella proposta si era infatti eclissato. «Ebbene – riprese Francesco – se prometti che, uscendo io incolume dal fuoco, ti convertirai tu e il tuo popolo a Cristo, mi lancerò in esso da solo. Se andrò in fiamma, si ascriva ai miei peccati; ma se, per divina virtù, ne uscirò salvo, vogliate riconoscere Cristo, virtù e sapienza di Dio, vero Dio e Signore e Salvatore del mondo».
San Bonaventura riporta che il sultano non accettò la proposta di Francesco e questi tornò da dove era venuto.
Francesco era andato per convertire, non per sottomettersi.
L’enciclica “Fratelli tutti”, dunque, comincia gesuiticamente male, con una forzatura storica su San Francesco, poi sale nell’empireo dei principi generali, molti dei quali condivisibili, per poi precipitare a volo radente, dal paragrafo 119, sulle ricette politiche, facendo dell’enciclica il manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, del quale Francesco diventa il teorico e l’ispiratore.
Nulla di male, ovviamente, ogni idea è lecita, ma è importante collocare lo scritto del papa nel suo ambito specifico, che è quello di un manifesto politico.
Al paragrafo 119 Francesco scrive: “Nei primi secoli della fede cristiana, diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro. Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene». “Di nuovo – aggiunge Francesco al paragrafo 120 – faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico- sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica”. Al paragrafo 123 Francesco aggiunge: “Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso”.
Il ragionamento è chiaro e colloca Francesco sul terreno proprio del comunismo utopistico, con una conseguenza politica immediata: la legittimazione dell’esproprio proletario. Infatti, se la proprietà privata è un diritto secondario e se la proprietà è un furto, il ragionamento politico di Francesco legittima inevitabilmente quello che, non molto tempo fa, era definito “esproprio proletario”.
Intendiamoci, ogni opinione è legittima, l’importante è che sia collocata nel suo giusto ambito. In questo caso non solo in quello del comunismo utopistico, ma anche in quello del comunismo chavista o ceguevarista o maoista che ha ispirato gruppetti e gruppuscoli della sinistra extraparlamentare negli anni di piombo.
La logica conseguenza è anche il feeling con la Cina e con le dittature sudamericane.
Al paragrafo 121, Francesco afferma: “Nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono impedire che questo si realizzi”.
Un mondo senza frontiere, detto in questo modo, anche se appartiene ai nobili intenti, di fatto costituisce il via libera al potere finanziario globalista, che ha come unico freno l’autonomia degli Stati, la quale presuppone la tutela delle frontiere.
Al paragrafo 124 Francesco si spinge oltre affermando. “La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune die beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che «precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio»”.
Non solo la proprietà privata è un furto, ma non esiste più nemmeno il diritto dei popoli ad avere una patria, uno stato, dei confini. La patria è un diritto secondario, come la proprietà privata.
Quando arriva al punto delle migrazioni, Francesco, entra a gamba tesa nella gestione, si fa partito politico e detta l’agenda ai governi.
Al paragrafo 129 infatti scrive: “Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse. Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, «non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana»”. Da queste considerazioni nasce il programma politico del paragrafo 130: “Ciò implica alcune risposte indispensabili, soprattutto nei confronti di coloro che fuggono da gravi crisi umanitarie. Per esempio: incrementare e semplificare la concessione di visti; adottare programmi di patrocinio privato e comunitario; aprire corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili; offrire un alloggio adeguato e decoroso; garantire la sicurezza personale e l’accesso ai servizi essenziali; assicurare un’adeguata assistenza consolare, il diritto ad avere sempre con sé i documenti personali di identità, un accesso imparziale alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari e la garanzia del necessario per la sussistenza vitale; dare loro libertà di movimento e possibilità di lavorare; proteggere i minorenni e assicurare ad essi l’accesso regolare all’educazione; prevedere programmi di custodia temporanea o di accoglienza; garantire la libertà religiosa; promuovere il loro inserimento sociale; favorire il ricongiungimento familiare e preparare le comunità locali ai processi di integrazione”.
Programma che prosegue al paragrafo 131 con il concetto di piena cittadinanza ai migranti.
“Per quanti sono arrivati già da tempo e sono inseriti nel tessuto sociale, è importante applicare il concetto di “cittadinanza”, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli»”.
Ed è a questo punto che si nasconde la vera insidia del Manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, che, proprio qui, abbandona l’utopia e si fa portatore di un’idea che rafforza il potere della finanza e delle multinazionali.
Paragrafo 132: “Al di là delle diverse azioni indispensabili, gli Stati non possono sviluppare per conto proprio soluzioni adeguate «poiché le conseguenze delle scelte di ciascuno ricadono inevitabilmente sull’intera Comunità internazionale». Pertanto «le risposte potranno essere frutto solo di un lavoro comune», dando vita ad una legislazione (governance) globale per le migrazioni. In ogni modo occorre «stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate»”.
La governance globale richiama quella di Soros e delle sue filantropiche azioni a favore delle organizzazioni non governative Ong), ossia quelle organizzazioni che con la loro opera mettono costantemente in discussione il concetto di Stato e di frontiera da difendere.
Qui cadono i veli e l’alto livello morale si abbassa a volo radente sul Nuovo ordine mondiale.
Al paragrafo 138, Francesco afferma che “abbiamo bisogno che un ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico «incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli» e al paragrafo 165 aggiunge che è “necessario far crescere non solo la spiritualità della fraternità ma nello stesso tempo un’organizzazione mondiale più efficiente, per aiutare a risolvere i problemi impellenti degli abbandonati che soffrono e muoiono nei Paesi poveri”.
Più governance mondiale è esattamente quello che vuole la finanza internazionale, quella della quale Francesco in altri paragrafi stigmatizza la tracotante presenza.
La contraddizione, se si contraddizione si tratta, raggiunge il suo massimo nel paragrafo 172, laddove Francesco afferma: “Il secolo XXI «assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare». Quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale. Tuttavia, dovrebbe almeno prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”.
Il fatto è, come è ormai evidente a chi non abbia il paraocchi, che le grandi organizzazioni mondiali legate all’Onu o ad esse simili, hanno fallito, diventando carrozzoni burocratici governati da interessi particolari. Tra queste l’Oms è la più evidentemente fallace e fallita, ormai in mano a Big Pharma e alla Cina, così come l’Unesco è diventata il veicolo della propaganda islamica.
Al paragrafo 173, a proposito dell’Onu Francesco scrive: “Occorre evitare che questa Organizzazione sia delegittimata, perché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente”.
Più delegittimata di quanto non sia è difficile delegittimare l’Onu, che non conta assolutamente più nulla, se non per la propaganda globalista, per affermare le politiche della finanza internazionale e per lanciare appelli.
Al Paragrafo 174 Francesco invita a fare esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare. Infatti scrive: “Tra tali strumenti normativi vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati, perché garantiscono meglio degli accordi bilaterali la cura di un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli”.
Gli accordi multilaterali, guarda caso, sono quelli che strozzano l’autonomia degli Stati e favoriscono le multinazionali e la finanza internazionale.
Tutto l’impianto amorevole e misericordioso di “Fratelli tutti” cade a precipizio e si trasforma nel Manifesto del partito comunista utopista del globalismo, dietro al quale si nasconde la mano della finanza internazionale e dei filantropi alla Soros, cosicché il Manifesto del partito comunista utopista del globalismo, tanto utopista non è, ma si rende piattaforma ideologica delle logiche sorosiane.
L’impianto ideologico di Francesco, tuttavia, viene da lontano, dalla letteratura delle repubbliche dei saggi.
La letteratura propositrice di società governate da saggi trae ispirazione dall’Atlantide descritta da Platone, ma anche dai bardi sacerdoti del Sole dei quali narra Ecateo.
In Picatrix si afferma che Hermes costruì una città nell’Egitto orientale, “la lunghezza della quale era di dodici miglia, e nella quale costruì inoltre un castello che aveva ai quattro lati quattro porte; nella porta all’Oriente pose una statua a forma di aquila, nella porta verso Occidente una forma di toro, in quella meridionale una forma di leone e in quella settentrionale una con le sembianze di cane. Vi fece entrare solo gli spiriti dediti alle cose spirituali, che parlavano profferendo suoni, né altro poteva varcare le porte del luogo (sacro) senza il loro permesso. Piantò degli alberi in mezzo ai quali ve ne era uno grande, che portava appese ai rami le generazioni di tutti i frutti. Alla sommità di questo castello fece poi edificare una torre che raggiungeva i venti cubiti di altezza, sulla cui sommità fece porre un pomo rotondo, il cui colore cambiava ogni giorno, fino a sette giorni. Alla fine dei sette giorni riprendeva il colore che aveva assunto il primo; così la città rifulgeva ogni giorno di un determinato colore. Lungo il perimetro della torre vi era grande abbondanza di acqua e in essa vi erano molte specie di pesci. Attorno al perimetro della città ordinò immagini diverse e generi di qualsivoglia fattura, per le virtù dei quali i cittadini erano lì virtuosi ed esenti dalla turpitudine e dai cattivi umori. Questa città si chiamava Adocentyn. Costoro erano poi eruditi nelle scienze degli antichi, nelle loro profondità e segreti, nonché nelle scienze astronomiche” (Picatrix).
“I Bardi, secondo Ecateo [250 a.C. ], citato da Diodoro Siculo, erano una casta di sacerdoti del Sole, «le cui funzioni erano ereditarie e consistevano nel cantare sulle arpe le azioni gloriose del dio, nel custodire il suo tempio e dare leggi a una città vicina al tempio»”. [i]
Tommaso Campanella, filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano, ad esempio, nel suo testo “La città del sole”, descrive una repubblica teocratica retta da un principe-sacerdote, detto Sole o Metafisico, capo temporale e spirituale, e da dignitari eletti dal popolo. Tre principi (princìpi) gli sono collaterali: Pon, Sin e Mor, ossia Potestà, Sapienza e Amore. I tre principi hanno sotto di sé vari ufficiali per le arti, per le virtù e per la generazione.
Il Metafisico “a tutte le scienze comanda, come architetto, ed ha vergogna ignorare cosa alcuna al mondo umano”. E non può “essere Sole se non quello che sa tutte l’istorie delle genti e riti e sacrifizi e repubbliche ed inventori di leggi ed arti”.
Gli abitanti di questa città governata dal Sole-Metafisico, “nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e però a lui serveno solo sotto l’insegna del Sole, ch’è insegna e volto di Dio, da cui viene la luce e il calore ed ogni altra cosa” e inoltre “….essi tengono la libertà dell’arbitrio”.
Tommaso Moro, umanista, scrittore e politico cattolico inglese, nel suo “Utopia”, narra di un’isola dove la base del potere statuale si basa sulle famiglie. Ogni anno ogni gruppo di 30 famiglie elegge un controllore o filarco e ogni gruppo di 10 filarchi elegge un protofilarco, che è un controllore anziano. Ogni città ha 200 controllori distrettuali, che eleggono il principe (carica a vita) tra i nominati dal popolo e raccomandati dal Consiglio degli anziani. E’ immediato volgere il pensiero al sistema dei clan scozzesi, prima che subentrasse la fissità dovuta all’ereditarietà dei ruoli.
In Utopia i “bambini crescono imparando il mestiere del padre, cui sono naturalmente inclinati, ma se un bimbo preferisce imparare un mestiere diverso, viene a questo scopo adottato da una delle famiglie che praticano la professione cui il piccolo è interessato. In questi casi, sia il padre del ragazzo, sia le autorità locali, prestano la massima attenzione affinché il ragazzo venga affidato a una famiglia perbene”.
Esiste in Utopia il ruolo specifico di “studioso”, ma anche chi lavora, studiando nel tempo libero, può assurgere a quel ruolo. Anche in questo caso quanto scrive Moro è chiaramente riferibile alla permeabilità delle classi nel mondo celtico, dove era la propria individuale virtù, corroborata dalla volontà, a stabilire il ruolo nella comunità e il conseguente “prezzo dell’onore”.
In Utopia vi sono varie religioni e vige la tolleranza religiosa, “ma la parte più cospicua e saggia della popolazione crede in un unico Dio, eterno, onnipotente e misterioso, presente in tutto l’universo, non sotto forma di corpo, ma di forza attiva” e ognuno ammette che “egli coincide con la Natura, con quel potere tremendo, da tutti riconosciuto come la sola vera origine di tutte le cose”.
A Utopia i sacerdoti, pochi e eletti dalla comunità, sono consacrati dai colleghi, possono sposarsi, vestono con vesti variopinte e adornate da piume d’uccelli, entrano nelle battaglie impedendo massacri e la loro musica induce stati d’animo.
Infine, a Utopia anche le donne possono essere sacerdotesse.
Francesco Bacone, nella sua “Nuova Atlantide”, distaccandosi apparentemente dal platonismo, che definisce filosofia fantastica, e dalla cultura umanistica, poiché definisce la magia e l’alchimia saperi fantastici e superstiziosi, propone una restaurazione del potere dell’uomo sulla natura che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia e che ha valore, ai suoi occhi, solo se porta al servizio dell’ideale di fratellanza e della «carità».
Il «sapiente» proposto da Bacone assomiglia più a Galilei che a Paracelso o a Cornelio Agrippa e, a Nuova Atlantide, gli scienziati lavorano isolati e si assumono la responsabilità di tenere segreti i loro lavori o di consegnarli al governo.
Sull’isola governa il re legislatore Solamone, il quale ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (inversione voluta), guida e luce di Nuova Atlantide. Fine dell’istituzione è “la conoscenza della cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obbiettivo”.
I membri della Casa di Salomone vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascosta la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati «Mercanti di luce».
Ritroveremo queste idee negli Illuminati di Baviera, la cui nascita e la cui esperienza successiva si svolge in parallelo con quella gesuitica e con le esperienze gesuitiche di comunismo paternalista latino americane.
L’Ordine degli Illuminati è organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt , sulla base, guarda caso, di un modello gesuitico.
L’Ordine, contrastato dai Rosacroce, ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto massonico da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, che aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America).
Alain Wodrow, uno dei massimi esperti dei gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei gesuiti, ma li detestava”.
Ludovico Antonio Muratori lo definisce “il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”.
Emerge dalle aspettative del Knigge e in quelle del Muratori lo sfondo utopistico che si riallaccia alle teorie di Platone, di Tommaso Moro, di Campanella, ma anche quelle dei principi despoti illuminati, come Federico II, il quale negli anni Settanta del Settecento ordinò la costruzione di Urbaniborg, sull’isola di Ven, per l’astronomo Tycho Brahe. Urbaniborg, collocato in un palazzo rinascimentale, è stato considerato il primo moderno centro di ricerca scientifica. Dotato di biblioteca, laboratori e di un celebre osservatorio.
Tra i membri dell’Ordine troviamo personaggi di grande rilievo nella cultura europea: Goethe, Herder, Martens, Mirabou, Robespierre, Lavoisier, Filangieri, Pagano, Muenter, Nicolai, Antonio Jerocades
Il tipico esperimento politico gesuita al quale si ispirano gli Illuminati di Baviera è quello delle Riduzioni, piccoli nuclei cittadini secondo i quali erano strutturate le missioni della Compagnia di Gesù, soprattutto in Paraguay, ma anche in Cile, Nuova Granada, Brasile, Argentina, Bolivia e Uruguay.
Il rapporto tra gesuiti e Illuminati di Baviera, ordine più volte restaurato, è interessante da indagare nell’attualità, in quanto potrebbe mettere a nudo intrecci mondiali insospettabili.
Sta di fatto che la “Fratelli tutti” si pone, più che un testo di indirizzo dottrinale, come un vero e proprio manifesto politico, che propugna un’idea di società che, dietro alla facciata della saggezza, nasconde la tirannia.
“L’idea antica di un potente re-filosofo che attuasse programmi ben meditati – scrive in proposito Karl Popper – era una bella favola dell’aristocrazia terriera, cui fa riscontro, in clima democratico, la superstizione che un numero sufficiente di persone di buona volontà possa essere indotto da argomenti razionali ad un’azione pianificata”. [ii]
L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buonfine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.
“Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – aggiunge Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [iii]
Perdonare non è dimenticare e amare un oppressore non significa consentire che continui ad opprimere. Questo il concetto contenuto nella “Fratelli tutti” di papa Francesco. Al paragrafo 241 si legge: “Non si tratta di proporre un perdono rinunciando ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile. Al contrario, il modo buono di amarlo è cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere, è togliergli quel potere che non sa usare e che lo deforma come essere umano. Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Se un delinquente ha fatto del male a me o a uno dei miei cari, nulla mi vieta di esigere giustizia e di adoperarmi affinché quella persona – o qualunque altra – non mi danneggi di nuovo né faccia lo stesso contro altri. Mi spetta farlo, e il perdono non solo non annulla questa necessità bensì la richiede”.
E’ del tutto evidente che la lotta contro i tiranni e le tirannie è non solo legittima, ma anche dovuta. E allora, per coerenza, lottare contro Videla in Argentina era, non solo legittimo, ma necessario. Così è stata ed è la lotta dei tibetani contro l’oppressore cinese, che non solo ha sottomesso un intero popolo, ma ha tentato di distruggere o di asservire una delle più significative tradizioni spirituali del mondo. E non è forse legittima la lotta di chi, in Cina, difende i valori della propria religione, senza intromissioni dello Stato? O in questo caso, per interessi molto profani del Vaticano, l’enunciazione di Bergoglio non vale? Oppure ci sono tiranni da combattere e tiranni da allisciare per interessi molto mondani? I tiranni sono tiranni, siano essi di destra o di sinistra, fascisti o stalinisti, nazisti o maoisti. I tiranni comunisti non sono meno tiranni di quelli della destra fascista o nazista e non sono meno tiranni dei primi due quelli che si riferiscono ad altre ideologie.
Al paragrafo 246 Francesco scrive: “In ogni caso, quello che mai si deve proporre è il dimenticare” e al paragrafo 249 aggiunge. “È facile oggi cadere nella tentazione di voltare pagina dicendo che ormai è passato molto tempo e che bisogna guardare avanti. No, per amor di Dio! Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa. Abbiamo bisogno di mantenere «la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde», che «risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione»”.
La memoria ha bisogno di verità, di equanime capacità critica, di disponibilità a guardare alla storia senza il paraocchi delle ideologie o, peggio, delle narrazioni di regime. Ed allora l’elencazione di Francesco lascia esterrefatti. Due fatti sono accostati: al paragrafo 247 la Sohah e al paragrafo 248: i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki. Gli Usa e il nazismo sono accostati volutamente, mentre sono relegati in unafrase sintetica tutti gli altri crimini: “E nemmeno vanno dimenticati le persecuzioni, il traffico di schiavi e i massacri etnici che sono avvenuti e avvengono in diversi Paesi, e tanti altri fatti storici che ci fanno vergognare di essere umani. Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente, senza stancarci e senza anestetizzarci”. (paragrafo 248).
Difficile non sorprendersi per l’accostamento e per una memoria a senso unico. Da un papa che arriva dall’Argentina ci si aspetterebbe un cenno al dramma dei desaparecidos. Si ritiene che tra il 1976 e il 1983 in Argentina, sotto il regime della giunta militare di Videla, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti o sospettati tali su 40.000 vittime totali.
Ci si aspetterebbe un cenno ai 10 milioni di morti del regime stalinista o ai tre milioni di morti del regime di Pol Pot o ai centomila morti del genocidio dei tibetani nel 1950 ad opera dei cinesi di Mao. Ci si aspetterebbe un cenno alle vessazioni dei regimi totalitari dell’America latina. O, tanto per non distrarsi dalla storia, dalle stragi di Pizarro e di Cortes in nome di Cristo o ai roghi della Santa Inquisizione. Per non dire del genocidio degli Armeni: un milione e mezzo di morti. E che dire delle Foibe?
Bastavano una ventina di righe per dare l’idea che il papa è contro ogni tipo di tirannia, di genocidio, di violenza, ma la scelta è ricaduta solo su due orribili episodi della storia e ogni scelta ha una motivazione: accostare gli Usa al nazismo.
La memoria di Francesco è a senso unico.
[i] Citazione in Hersart de la Villemarqué, Les Baredes bretones, Didier, Paris, 1860
[ii] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli
[iii] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli





