
Prima di entrare nel meraviglioso mondo di Ursula Von der Leyen, che il Ppe (Partito popolare europeo), per nostra disgrazia, vorrebbe ancora alla presidenza della Commissione dell’Unione Europea, è interessante notare quanto è avvenuto in Slovacchia.
La Slovacchia ha votato nel ballottaggio delle presidenziali e ha scelto un alleato del premier nazionalista e filorusso Robert Fico come presidente per i prossimi cinque anni. Si tratta dell’attuale capo del Parlamento, Peter Pellegrini, che ha sconfitto il candidato dell’opposizione, il diplomatico Ivan Korcok.
Simpatica nota tratta da L’Eco di Bergamo: “Il cognome e gli indizi che abbiamo trovato lascerebbero pochi dubbi, sebbene la certezza assoluta non siamo riusciti ad averla: Peter Pellegrini, il 48enne eletto nuovo presidente della Repubblica Slovacca sabato scorso, avrebbe origini valdimagnine. Il bisnonno Leopoldo – questo è certo – era lombardo ed emigrò in Slovacchia quando quella terra era parte dell’Impero austroungarico, alla fine del 1800, per lavorare alla costruzione della ferrovia tra Levice e Zvolen. «Fino a tutta la seconda metà dell’Ottocento – ricorda Antonio Carminati, direttore del Centro studi Valle Imagna – diversi valdimagnini emigrarono in Ungheria, Slovacchia, Romania e anche in Turchia per lavorare nell’edilizia, soprattutto muratori, anche minatori, per la costruzione di strade e ferrovie. Non mi meraviglierei se risultasse che Pietro Pellegrini fosse l’attuale discendente di quell’esperienza migratoria».
Dopo la simpatica nota, veniamo alla politica.
Il Consiglio europeo deve votare all’unanimità su una serie di questioni considerate sensibili dagli Stati membri. Ad esempio: politica estera e di sicurezza comune (esclusi alcuni casi ben definiti che richiedono la maggioranza qualificata, quali ad es. la nomina di un rappresentante speciale); cittadinanza (concessione di nuovi diritti ai cittadini UE); adesione all’UE; armonizzazione della legislazione nazionale in materia di imposte indirette; finanze UE (risorse proprie, quadro finanziario pluriennale); alcune disposizioni in materia di giustizia e affari interni (Procura europea, diritto di famiglia, cooperazione di polizia a livello operativo, ecc.); armonizzazione della legislazione nazionale in materia di sicurezza sociale e protezione sociale.
Inoltre, il Consiglio è tenuto a votare all’unanimità per discostarsi dalla proposta della Commissione quando quest’ultima non è in grado di accettare le modifiche apportate alla sua proposta. Tale norma non si applica agli atti che il Consiglio deve adottare su raccomandazione della Commissione, ad esempio nel settore del coordinamento delle politiche economiche.
In caso di voto all’unanimità, un’astensione non impedisce l’adozione di una decisione.
Per cambiare la regola europea dell’unanimità, come qualcuno vorrebbe, ci vuole l’unanimità e se la Slovacchia vota contro non c’è unanimità.
Inoltre, per fare entrare l’Ucraina nell’Unione Europea ci vuole l’unanimità e se la Slovacchia vota contro non c’è l’unanimità.
Conclusione: le chiavi per aprire la porta all’Ucraina nella UE sono in mano a un filorusso.
Fatta questa doverosa premessa, veniamo alle chiacchiere di Ursula, la quale, lanciando la sua campagna come Spitzenkandidat del Partito popolare europeo (Ppe) al congresso di Nea Demokratia ad Atene, ha detto: “La nostra prossima frontiera in Europa è la difesa e la sicurezza collettiva, una questione sulla quale non può esserci un ritorno all’innocenza. Dobbiamo aumentare collettivamente la spesa per la difesa: spendere di più, meglio e a livello Ue”, ha indicato la leader tedesca, sottolineando che “proprio come la guerra non appartiene al passato in Europa, le società della difesa devono essere il segno del futuro in Europa”.
“Gli amici di Putin qui in Europa – ha proseguito la Von der Leyen – stanno cercando di riscrivere la nostra storia e di sabotare il nostro futuro, come populisti o demagoghi, che si tratti dell’AfD in Germania o del Rassemblement National in Francia, di Konfederacia in Polonia o altri: i nomi possono essere diversi ma il loro obiettivo è lo stesso, calpestano i nostri valori e vogliono distruggere la nostra Europa. Non permetteremo mai che accada”.
Propaganda di quarta fila.
Al di là delle chiacchiere della signora Ursula, che è responsabile dei disastri dell’Unione Europea e che, con disinvoltura, passa dalla fuffa green alla fuffa bellicista, ci sono due questioni da chiarire che poco hanno a che fare con le bugie.
La prima questione, che è una realtà misurabile sul campo, riguarda il potenziale bellico russo, che può reggere in fronte ucraino, ma non è in condizione di sferrare alcun attacco all’Europa.
Può darsi, se la Russia decidesse di investire una grande quantità di risorse in armamenti moderni, che tra una decina d’anni Mosca possa rappresentare un pericolo, ma nello stesso arco di anni i Paesi europei appartenenti alla Nato potrebbero aver fatto altrettanto, sotto direttive Nato, con standard Nato e in base a target Nato.
Pensare ad un acquisto di armi centralizzato europeo, sotto la direzione dell’Unione Europea, con trattative condotte dalla baronessa, dopo lo scandalo dei vaccini, è pura fantasia.
E’ impensabile che i Paesi Nato intendano affidare le commesse alla baronessa Ursula, attualmente sotto scacco per i contratti vaccinali.
A proposito di armamenti, sarebbe interessante andare a scavare nella conduzione del ministero della Difesa tedesco da parte della baronessa. Indagine ricca di sorprese.
Il pericolo russo nell’immediato è, pertanto, pura propaganda irresponsabile, mentre è cosa seria pensare ad un riarmo convenzionale che sia in grado di esercitare deterrenza.
La seconda questione è che gli Stati Uniti d’America non sono in grado oggi di reggere due guerre simmetriche contemporaenamente e che, pertanto, devono, se pensano al Pacifico e alla Cina, sfilarsi dall’Ucraina, così come si sono sfilati dall’Afghanistan e dall’Iraq, ma dopo aver constatato sul campo che la Russia è contenibile, ma non è riducibile, come avrebbero voluto Biden, la Nuland, Obama e Soros, ad una potenza regionale militarmente e politicamente insignificante.
Ecco allora che i tam tam suonano la musica della trattativa.
Marco Minniti, in un’intervista a La Verità, dice due cose che hanno un senso e un’altra che un senso non l’ha.
Le due cose che hanno un senso sono che, per l’Ucraina, bisogna arrivare ad una trattativa e che Putin non ha nessuna intenzione di fare avanzate o gesti che possano significare un allargamento del conflitto alla Nato, perché questo favorirebbe Baiden, al quale si stringerebbe il popolo Usa colpito da un attacco russo. Putin, evidentemente, non è sciocco e non intende fare sconti.
Qualche idea in proposito, per favorire Biden e i Dem , potrebbero averlo i polacchi e Macron, perché, se Putin cadesse nella trappola di un’escalation, Biden sarebbe favorito nelle elezioni Usa.
Il vociare europeo, in buona sostanza, ha molto a che fare anche con le elezioni americane.
Minniti dice una cosa sbagliata quando afferma che si dovrebbe portare subito l’Ucraina nell’Unione Europea. Chi ha in mano il gioco è Washington, con la Nato. Un’Ucraina nell’Unione Europea metterebbe davvero a rischio tutto il sistema, in quanto i politici europei si sono dimostrati, in questi anni, incapaci, inetti, pasticcioni, servi di logiche finanziarie, vassalli di interessi di vario genere, compresi quelli qatarini.
Una trattativa Unione Europea-Mosca è da scongiurare come la peste, perché sarebbe un letale pasticcio colossale.
Meglio lasciare le carte da giocare nelle mani di Zio Sam (che non è necessariamente Biden) e di Putin. L’Unione Europea continui a blaterare e a occuparsi della curvatura delle banane e della dimensione delle cozze. Di cose serie è meglio non si occupi.
Ovviamente, per avviare una trattativa ufficiale, dopo che si saranno concluse quelle sotterranee, è necessario sgomberare il campo da Zelensky.
E questo è il prossimo passo che vedremo realizzarsi dopo che gli è stata tolta la tutela di Victoria Nuland e che si è diffusa la falsa notizia dell’acquisto, da parte della moglie, di un castello reale in Gran Bretagna. La notizia, chiaramente falsa e frutto di propaganda russa, ha però un significato pesante, che riguarda Zelkensky e gli inglesi, in quanto mette in evidenza la residua copertura inglese, mentre viene meno quella Usa e incide sul già disastroso consenso del presidente ucraino che, se si facessero le elezioni guadagnerebbe, a far tanto, un misero 20 per cento di voti.
Sullo sfondo, l’esigenza, per ora non dichiarata, ma reale, da parte dell’Occidente di riprendere i rapporti con l’orso russo, visto che non è stato possibile ridurlo ai minimi termini e che è meglio evitare che sia troppo strettamente legato alla Cina.





