di Ugo Busatti
“Disservizi, liste d’attesa infinite per esami clinici, visite specialistiche e ricoveri, persino errori nelle terapie e nei trattamenti post-operatori. Nella sanità pubblica mancano medici, infermieri, attrezzature, posti letto. Più di tre milioni di italiani non possono permettersi di pagare le prestazioni erogate da strutture private e rinunciano del tutto a curarsi. Gli altri pazienti, invece, sono costretti a stare dentro un sistema che mostra ogni giorno segni di un pericoloso, e forse inarrestabile, declino.”
Così inizia un articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire sulla situazione della Sanità pubblica in Italia. Non se ne parla abbastanza. È una vergogna che non dovrebbe essere sopportabile in un Paese che si definisce civile.
Milioni di persone che non hanno risorse per curarsi privatamente e non riescono a farlo con il sistema pubblico. Non ci sono soldi, sempre la stessa storia. Per finanziare le armi per l’Ucraina o regalarli a chi si rifà la villetta, i mobili, la macchina, o agli imprenditori che al grido di rinnovamento e competitività si rifanno gli impianti a spese nostre, beh per loro si trovano i fondi.
Non è populismo, è realtà. Il male comincia dalle università. Non abbiamo dottori e abbiamo tanti giovani che vorrebbero diventarlo, ma la cieca politica del numero chiuso vieta loro l’accesso agli studi e priva noi di nuovi dottori o infermieri.
Il secondo errore strategico è la mancanza di un investimento pubblico sulla prevenzione. Come sostiene SEI nel suo progetto, solo una prevenzione massificata che si potrebbe realizzare con check up periodici obbligatori se si vuole accedere ad una sanità pubblica e gratuita ( che ora non è) sarebbe in grado di migliorare stili di vita e individuare per tempo eventuali problemi che se trattati subito ridurrebbero sofferenze e spese.
Non scordiamoci che ormai stiamo raggiungendo quota 1 a 1. Di cosa? Di quanto lo Stato dedica alla Sanità definita pubblica e gli interessi pagati sul debito pubblico che serve a finanziare guerre non nostre e il benessere dei poteri forti in nome dell’ambiente.




