
di Angelo Ciccarella
Durante la pandemia, la Chiesa ci raccomandò di seguire la scienza (leggasi industria farmaceutica), la sola che potesse salvarci. L’acquasantiera fu sostituita con disinfettanti e le statue di Cristo e della Madonna sanificate. La fede in Dio fu sospesa per DPCM. La modernità ci ha imposto una formazione autodidatta, cerebrale, mettendo al centro del nostro esistere l’evoluzione di cellule, organi e facoltà, grazie ad un presunto adattamento logico e progressivo.
La nuova mentalità pretenderebbe di spiegare noi e l’Universo senza bisogno di far intervenire una Causa superiore: non dovremmo preoccuparci di alcun Dio, ci raccontano, poiché saremmo noi l’apice di tutto. La conseguente ricerca biochimica e meccanicistica, ci orienta verso una scienza puramente analitica, senza risultati vitalmente costruttivi. Nazioni e comunità sono sostituiti dal sistema, moloch meccanico che crea nuovi bisogni, desideri che diventano diritti, e tutto questo ha accresciuto in noi il senso dell’invidia e sviluppato il senso della fretta, della velocità.
Da ciò la ricerca febbrile di tutto quello che ci può rimpinzare i sensi e l’emotività, i quali richiedono sempre più delle impressioni violente. La vita sensoriale così sovraeccitata diviene presto una maestra esigente. Facile suscitare gli appetiti del corpo, difficile controllarli. I nervi abituati al movimento cercano morbosamente il movimento più veloce; la vita cerebro-sensoriale abituata all’apporto esterno di immagini, di pensieri imposti, di musiche tribali ossessive, esige la sua pastura quotidiana che si sostituisce allo sforzo personale e distrugge la nozione dei valori reali. Il sistema ci lancia sulla ronda infernale della fretta, alla ricerca ossessiva di novità, di previsioni, di cambiamento, tutto sempre più rapido. L’insaziabilità per la quantità sostituisce la qualità; il bisogno della velocità sopprime distanze e limiti, sconvolge e mescola popoli e culture, così ci porta verso l’indistinto anziché la concordia e il reciproco rispetto.
I nuovi impulsi ci hanno condotti allo squilibrio nervoso che ci impedisce di sopportare il silenzio e l’inazione, pilastri della meditazione senza la quale non si può attingere all’intuizione e alla visione dello spirito. La disposizione al silenzio e all’inazione – che è la calma dei nervi, della mente e del cuore – è incompatibile con l’impazienza degli appetiti sensoriali e nervosi, che poi diventano bisogni artificiali. Un bisogno reclama la propria soddisfazione, che provoca squilibri morali e di coscienza. La coscienza profonda è la percezione di ogni esperienza vissuta, registrata dal nostro essere intimo. La coscienza fisica, per così dire, può realizzarsi all’insaputa della nostra volontà (una bruciatura da fuoco ci dà una memoria del fuoco e del suo timore), ma la coscienza cerebrale si metterà sempre al servizio dei diversi appetiti. Cuore e cervello si adattano mutuamente alle circostanze, vale a dire ai bisogni artificiali, l’uno prestando le sue informazioni all’altro; essi formano nell’ombra una coscienza che si finge di ignorare l’origine. Non siamo più centrati, e questo ci porta a negare l’intervento di un Verbo creatore nella vita, ci inibisce l’ispirazione spirituale e ci impedisce il rapporto armonico di tutte le parti del nostro Universo.
La modernità ha spodestato lo Spirito, in cambio ci ha dato qualche giocattolo tecnologico e ci sostituirà con golem cibernetici. Si dirà: è complicato anzi impossibile ritornare alla quiete, all’armonia, alla qualità della vita, tra tempeste e mutamenti improvvisi. Eppure fin dalla nascita ognuno di noi ha in dote la segnatura di un impulso spirituale, colorato sulla base della propria specifica natura e comunicante con gli altri e col cosmo. Qualunque sistema lucifugo ci imporranno, non potrà mai impedirci di risvegliare in noi il germe immortale.





