di Giuseppe Augieri
Silvano Danesi sul Nuovo Giornale Nazionale riprende la mia tesi sulla necessità di un nuovo patto produzione/welfare e, amichevolmente, quasi mi “rimbrotta” perché questa tesi, dice, è possibile solo se si identificano i soggetti che hanno minato alla radice il vecchio patto che ha portato più di un decennio di benessere. Ed ovviamente li si sconfigge.
Danesi sfonda con me un uscio aperto: io penso che non è mai tardi per riscoprirsi socialisti e, per essere più precisi, per essere ancora convinti delle analisi, soprattutto quelle internazionali, di Craxi. Personalmente non ho mai dimenticato e tanto meno rinnegato questa mia convinta adesione. Ma forse qualche ricordo è opportuno rispolverarlo. Serve per capirci meglio.
In estrema sintesi, e per limitarci ai rapporti con l’Europa e gli USA, quello sguardo rivolto al futuro che unì, a Craxi, Mitterrand in Francia, Brandt e Schmidt in Germania, Felipe Gonzales in Spagna, Soares in Portogallo (questi ultimi cresciuti “in esilio” a Roma, dove si erano formati sull’Avanti! e Mondoperaio) sognava un’Europa, alleata degli Stati Uniti certo, ma autonoma. Alleata degli USA: quando alla fine degli anni ’70 allo strapotere russo si rispose consentendo di installare i missili Pershing e Cruise, il senso era chiaro. Se l’Italia non lo avesse fatto, l’Europa non lo avrebbe fatto. Per inciso forse va ricordato che per i comunisti, per i cattolici pacifisti, la Repubblica, la Fiat e l’industria pubblica l’Italia si sarebbe dovuta tirare indietro; ed ancora oggi a Washington, riconoscono che senza il piccolo PSI, l’intero Occidente avrebbe perso la guerra fredda. Alleata ma autonoma, con l’Italia anche qui a fare da capofila: non è solo Sigonella a doversi ricordare, ma l’intera politica economica praticata – in quel periodo – con il “dispiacere” della finanza americana. Non mi soffermo a ricordare i risultati economici raggiunti. E, sul piano delle conquiste civili, quella stagione non ha avuto eguali. Altro che scimmiottare le nuove filosofie americane ed anglosassoni. Altro che la distruzione quasi totale del welfare avvenuto in questi anni. Il sogno non si è realizzato: ed è motivo della attuale crisi. La dipendenza dagli USA ha connotazioni tutte da respingere, posto che davvero questo interrogativo di riproporrà in alternativa all’ “America First”. Che è tutto da capire. Intanto ci siamo scoperti nudi ed indifesi, in ogni caso.
Nel 1997 Craxi scriveva: ….l’Europa per noi, nella migliore delle ipotesi sarà un limbo; nella peggiore sarà un inferno. … dobbiamo richiedere e pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht …“: quel vincolo del limite di deficit che, prima di essere relegato per ora ad una sola minaccia ancorché da non sottovalutare, ha creato le situazioni di disastro economico. Quella continua emergenza di cui si nutre l’intervento a pioggia che uccide ogni economia. Che, per l’Italia, si può leggere dal diverso andamento del PIL e dell’inflazione nei periodi ‘84-‘90 contro quello degli ultimi 20 anni, periodo Covid a parte; e per la “locomotiva” Germania la recessione alla prima vera crisi da affrontare senza aiuti, come invece le è stato possibile fare con la crisi dei subprime.
E’ vero: questa Europa, oltre che per l’elefantiasi burocratica dei “tengo famiglia” e per una gestione monetaria eclatantemente errata, è tale solo sulla carta. Manca la politica europea. La Brexit ce lo ho mostrato con una chiarezza assoluta. E le conseguenze della disfatta del modello globalista dicono l’urgenza di una svolta radicale. Da mettere in chiaro. Senza scambiare il mettere i puntini “sulle i” con tentazioni sovraniste deteriori e viceversa.
Ora queste considerazioni, sono sicuro, mi accomunano a Danesi. E così quelle sui rapporti nella sinistra, sul debordare della Magistratura dai suoi limiti, sulle connotazioni e sugli accaparramenti anche dei terreni da parte della “Scimmia”, sul rilancio dei corpi intermedi, sulla chiusura delle due fasi storiche da lui indicate, sul rinverdire il concetto di Stato. Su, ognuna di esse (ho citato Craxi non a caso) entrambi ricorderemo analisi e predizioni di questo leader. Condivise ancora oggi: vi sono decine di miei post che esprimono, penso con chiarezza, esattamente gli stessi concetti.
Quello che mi rende perplesso, nelle indicazioni di Danesi, è il metodo con il quale affrontare queste criticità, sapendo entrambi che ci troviamo di fronte un avversario potentissimo qual è appunto “la Scimmia”. Mi sembra di capire che l’approccio suggerito è quello di rompere ogni indugio e di scontrarsi frontalmente. Su tutto.
Io ho immaginato invece, prendendo atto del crollo del globalismo, della crisi degli USA, della rivoluzione economica, di gestione finanziaria, di rappresentanza politica, di equilibrio militare tutto messo in discussione, e dunque equilibri nuovi da configurare, di “approfittarne” per contrattare un nuovo schema che si opponga alla grande finanza limitatamente agli aspetti più deteriori, dando possibilità alla produzione di affrancarsi, almeno in parte, dal giogo attuale. Dunque fornendo nostre disponibilità: riproponendo il liberismo di Carlo Rosselli, fermi i limiti ed i doveri che la Costituzione impone; mostrando con chiarezza di volerci allontanare da ogni tentazione di pseudo-sinistrismo nell’economia, come nel governo dei rapporti sociali; rilanciando il Sindacato della proposta e il senso di appartenenza di ogni corpo intermedio alla solidarietà di Stato, riproponendo il kennediano «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese».
Fosse possibile tutto questo, il vero scontro si svilupperebbe tutto e prima di ogni altro all’interno della politica di casa. Questo va fatto subito; questo senza pietà. Perché se non si parte dal capire se siamo tutti convinti o meno di fare questa battaglia, io credo di civiltà, e che dunque non potremo combattere su due fronti non si va da nessuna parte.
Più volte, per ultimo con il mio post “L’errore di Giorgia”, ho posto una domanda: accettiamo le compatibilità e cioè quello che ci “prescrivono” (ed allora il mugugno è solo propaganda) o le rifiutiamo sapendo che dietro di esse vi è il potere vero ed assoluto. Chiedendo una risposta netta. Penso di intuire una risposta che, però, non è stata data. E non mi piace.




