
di Sergio Restelli
Con la caduta di Niamey, capitale del Niger, l’Europa perde un partner strategico e rimane vulnerabile alle mosse politiche di Putin, che potrebbe utilizzare i migranti per esercitare pressione. I militari russi si sono ufficialmente insediati in Niger, estendendo l’influenza di Mosca nell’intero Sahel e completando un corridoio geopolitico che collega le basi della Cirenaica al cuore dell’Africa. La principale rotta migratoria che porta al Mediterraneo è ora sotto il controllo del Cremlino.
Il distacco definitivo dall’Unione europea, iniziato con il golpe dello scorso luglio che ha deposto il governo democraticamente eletto del presidente Mohamed Bazoum, è stato sancito martedì con la firma di un accordo tra i viceministri della Difesa Junus-Bek Jevkurov e Alexander Fomin e il ministro nigerino Salifu Modi. Le parti hanno concordato di intensificare le azioni congiunte per stabilizzare la situazione nella regione. La delegazione di Niamey ha accompagnato il premier Ali Mahamane Lamine Zeine, economista a cui i generali hanno affidato l’immagine del loro governo, nella capitale russa, prima tappa di un tour che proseguirà in Turchia, Iran e Serbia per cercare finanziamenti e armi. Si tratta di un capovolgimento delle alleanze, che apre le porte del Paese alle potenze rivali dell’Occidente.
La giunta militare nigerina ha espulso il contingente francese, composto da oltre tremila uomini, che sosteneva la lotta contro l’insurrezione jihadista. Successivamente, ha stracciato gli accordi di collaborazione militare ed economica con l’Unione europea, revocando la legge che vietava i movimenti di cittadini stranieri e puniva il traffico di migranti.
Senza gli aiuti economici, le forniture e gli istruttori per l’esercito, i generali di Niamey si sono rapidamente avvicinati alla Russia, seguendo le mosse dei colonnelli del Mali e del Burkina Faso, del maresciallo Haftar a Bengasi e delle milizie Rsf che hanno scatenato la guerra civile in Sudan. Questa serie di rivolte ha spiazzato le cancellerie occidentali, che si sono dimostrate incapaci di prevederle e gestirle, nonostante i putsch siano stati organizzati da ufficiali spesso istruiti e sovvenzionati dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Unione europea. La risposta occidentale si è limitata a sanzioni e isolamento internazionale.
I russi hanno colmato questo vuoto in modo disinvolto, affidando la partita a Junus-Bek Jevkurov, che in pochi mesi ha liquidato l’eredità di Evgenij Prigozhin e assunto il ruolo di responsabile delle questioni africane di Mosca. Il generale caucasico, diventato viceministro, ha un’esperienza straordinaria sia in combattimento che nella politica tribale, e sa come muoversi sia sopra che sotto i tavoli dei negoziati. Ora molti si aspettano l’arrivo di istruttori e armamenti russi a Niamey, con il rischio di aumentare gli scontri non solo con le formazioni islamiste, ma anche con i gruppi etnici del Nord, che vedono dissolversi gli accordi siglati con i vecchi governi democratici.
L’incursione russa rappresenta un serio problema per Washington e Parigi. Il Pentagono ha due basi strategiche in Niger per le ricognizioni dei droni e la sorveglianza dei terroristi fondamentalisti, mentre la Francia ottiene un terzo del combustibile per le sue centrali nucleari dalle miniere di uranio del Paese. Tuttavia, il patto con la Russia rappresenta anche una grande occasione persa per il governo italiano, che avrebbe potuto dare concretezza al “Piano Mattei”.
L’Italia è l’unica Nazione con una missione militare ancora presente a Niamey, e i golpisti hanno apprezzato la linea dialogante dei ministri Crosetto e Tajani, trasmettendo la volontà di mantenere e intensificare l’attività di formazione delle reclute portata avanti negli anni precedenti. Roma avrebbe avuto l’opportunità di delineare un percorso per diventare leader delle iniziative europee e ottenere garanzie sul percorso del Paese verso la democrazia. Tuttavia, sembra che questa possibilità non sia stata esplorata, e ora dobbiamo prepararci al pericolo che il flusso dei migranti possa essere utilizzato come strumento di pressione sull’Europa, con particolare impatto sulle nostre coste. Questo non è uno scenario teorico, poiché gli sbarchi di profughi provenienti dal Sahel sono già in aumento, e il Cremlino ha già spinto onde di disperati provenienti dalla Siria verso le frontiere polacche e baltiche. Ora, con il controllo del corridoio migratorio verso le spiagge del Mediterraneo, la Russia ha un ulteriore strumento di potere.





