
di Gianvito Caldararo
Con la definitiva assoluzione dei noti imputati, il processo passa dalle aule di giustizia in televisione e sui giornali. Ma la riflessione su un processo durato circa vent’anni nasce da quando un noto giurista, Giovanni Fiandaca, ha sostenuto sin dalla fase di avvio del processo. Riflessioni condensate in un agile libro, scritto in collaborazione con lo storico Salvatore Lupo, e pubblicato nell’anno 2014.
In tale libro, il citato accademico, sosteneva la tesi che “l’impianto accusatorio del pool di magistrati di Palermo non regge, i comportamenti di cui all’accusa non sono reato e Cosa Nostra non è stata salvata”. Il prof. Fiandaca sosteneva che se “la trattiva fosse reato, se lo Stato avesse ceduto, se la mafia avesse tratto benefici, allora le istituzioni sarebbero colpevoli”. Ma lui affermava che “non è così”. Il processo, per lo stimato Fiandaca, “era ricco di ambiguità, di coni d’ombra, di nodi tecnici da sciogliere, nel quale si fondono e si confrontano tre piani: giudiziario, storico-politico ed etico”.
Un processo che alla luce della sentenza di assoluzione della Suprema Corte di Cassazione, non si sarebbe mai celebrato. Infatti, uno dei protagonisti del processo, il generale dei carabinieri e già comandante del Ros (Reparto operazioni speciali), Mario Mori, ha sempre sostenuto di certi ” contatti “, in pieno rispetto anche di quanto previsto dall’articolo 203 del codice di procedura penale, si sono svolti, con Ciancimino Vito (ex sindaco mafioso di Palermo), per avere un confidente e nulla di più. E lo stesso Mori, assolto in modo definitivo dall’accusa di “essere venuto a patti con la mafia per far cessare le stragi”, sostiene che il suo operato e quello dei suoi uomini altro non è che una modalità d’indagine, acquisita durante gli anni di collaborazione con il generale Dalla Chiesa, per la lotta al terrorismo.
Il generale Dalla Chiesa, sosteneva che quando si trovano persone di tali associazioni criminali non si arrestano, ma si seguono, al fine di puntare a sgominate l’intera organizzazione. Se non si capisce una cosa del genere, sostiene il generale Mori, “non si può fare alta polizia”. In una recente intervista il generale Mario Mori, ha ricordato:
“quando mi sono sentito solo, Borsellino e Falcone mi hanno dato la forza di andare avanti”. Mori ha dichiarato: “non mi fermo, voglio sostenere e testimoniare quello che è l’essenza della trattativa Stato-Mafia, che ritengo ancora attuale, come era attuale al tempo di Falcone e Borsellino”. Voglio proseguire “perché ritengo che non sia più un problema giudiziario, ma è ancora e molto evidentemente un problema politico”. Aspetto che conduce al famoso avvio della indagine denominata “Mafia -Appalti”.
Da giorni, invece, si parla del “mistero dei diari di Falcone”, il magistrato che trentuno anni fa moriva nella strage di Capaci, simbolo della guerra alla mafia. Di fronte al suo sacrificio, molti si pongono la domanda: “perché i documenti che scrisse Falcone, non sono stati mai diffusi integralmente”? Cosa ne impedisce a distanza di decenni la completa pubblicazione? E’ stato accertato che Borsellino sapeva che quegli appunti di Falcone esistevano e che erano di grande importanza. Appunti che nei 57 giorni di “sopravvivenza” Borsellino li aveva studiati, ne aveva parlato anche pubblicamente giungendo, in ultimo (così riteneva), vicino alla verità.
La domanda finale è la seguente: in un Paese dove operano, a quanto può sembrare, servizi segreti deviati, depistaggi e occulte collaborazioni, sarà mai possibile giungere alla verità delle diverse stragi di Stato? Questo è quanto si attendono gli italiani per vedere uno Stato bonificato da inquinamenti di ogni genere.





