
di Marco Pugliese
Se esiste un patto strano è sicuramente quello tra giornalisti e 007. Per quersto motivo la fonte d’ispirazione di questo pezzo è riservata. Due mondi che stanno agli opposti: i primi lavorano al colpo grosso frutto della più classica “fuga di notizie”, raccontare tutto e subito; i secondi immersi invece nel silenzio, pronti a raccogliere anche un solo sussurro dalle fonti più impensate.
Negli ultimi tempi, però, questa convivenza ha sfornato episodi che vale la pena ricordare. Prendete il caso di Cecilia Sala: un’inviata che diventa, a sua insaputa, un tassello in un gioco più grande. Ciò che succede quando le informazioni passano di mano in mano e non raggiungono il target (Mancini docet). Un reporter troppo intraprendente può far saltare piani ben congegnati oppure, volente o nolente, venir utilizzato (a sua insaputa o meno) come pedina (di scambio).
Anche sulla recente vicenda delle dimissioni di Belloni, che hanno lasciato di stucco la comunità d’intelligence e l’opinione pubblica servirebbero mari d’inchiostro: un terremoto silenzioso, consumato nel giro di poche riunioni a porte chiuse, forse catalizzato proprio dalle pressioni mediatiche e dai riflettori puntati, da telefonate di fuoco con la premier ed una promessa infranta: risolvere senza clamore.
Ma andiamo con ordine. Da quando l’uomo ha iniziato a scrivere e stampare, dai fogli clandestini nel caffè sotto casa all’esplosione del web, l’intelligence ha sempre cercato di mettere le mani sulle notizie prima che finissero in piazza. E allo stesso tempo si facevano uscire “veline” come narrazioni “contro”. In guerra del restola verità è la prima vittima.
Succedeva cento anni fa, è vero, ma continua anche oggi: un post o video sui social e via, la disinformazione diventa capillare.
Agenzie e media inseguono entrambi il medesimo oggetto del desiderio: l’informazione. Il cortocircuito è inevitabile, come quando qualcuno si è chiesto se certe rivelazioni improvvise nascessero da soffi confidenziali “pilotati”. È successo con scandali spionistici, dossieraggi, presunti plichi passati di soppiatto nelle redazioni.
Il lavoro dell’intelligence, in fondo, non è fatto soltanto di missioni da romanzo: c’è una routine quotidiana che consiste nel mettere insieme scampoli di notizie. Basta uno smartphone puntato nella direzione giusta e la notizia corre istantanea.
Le esecuzioni trasmesse in diretta dal cosiddetto IS: un terrore crudele che rimbalza con potenza inaudita. I media, che lo vogliano o no, diventano ripetitori di minacce, e i governi vengono messi all’angolo fra la necessità di proteggere vite e la pressione della gente che “deve sapere”.
Servono giornalisti che sappiano il fatto loro, onesti sul piano morale e professionale. C’è però da essere consapevoli che, in questo matrimonio tra servizi e media, lo sposo e la sposa ballano stili diversi, litigano per il possesso della notizia e a volte si fanno lo sgambetto a vicenda.





