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Yalta dove tutto cominciò

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Yalta dove tutto iniziò  e dove potremmo tornare

Nel febbraio del 1945 tre uomini seduti a un tavolo si spartirono il mondo. A Yalta, sul Mar Nero, Churchill, Roosevelt e Stalin disegnarono la mappa del dopoguerra decidendo chi avrebbe comandato dove, chi sarebbe stato libero e chi no. L’Europa fu tagliata in due, milioni di persone finirono dietro la cortina di ferro, interi paesi cambiarono destino senza potersi opporre. A contare non furono i trattati o il diritto internazionale , ma un’unica regola: chi era arrivato prima con l’esercito. Oggi, in Crimea non si siglano accordi, ma il clima geopolitico assomiglia più di quanto sembri a quello che precedette Yalta. Le grandi potenze non parlano, si sfidano. La Russia ha invaso l’Ucraina per riannodare il filo dell’impero perduto, la Cina guarda Taiwan come inevitabile estensione del proprio territorio e Stati Uniti, dopo anni di tentennamenti, tornano a pensare in termini di potenza e di sfere d’influenza.

Il mondo sembra di nuovo organizzato intorno ai tre tavoli che furono apparecchiati allora. Oggi Washington, Mosca e Pechino, sembrano guardare agli imperi che sono stati, ma con  una differenza fondamentale, gli Stati Uniti  non sono più soltanto una superpotenza militare, sono anche una superpotenza tecnologica. Tra semiconduttori, intelligenza artificiale, satelliti e supply chain globali, l’America dispone di un margine strategico che nessun rivale ha ancora saputo colmare. Tuttavia, la Cina sta rapidamente colmando il divario in diversi ambiti, ha accelerato investimenti industriali e statali in Intelligenza Artificiale, semiconduttori e tecnologie critiche, esperti cinesi affermano che la distanza tecnologica si sta riducendo. La tecnologia è una delle nuove armi di deterrenza, una parte di forza che può evitare una guerra aperta come quella contro Hitler e che impedisce a Russia e Cina di prendere il sopravvento.

E l’Europa? Settant’anni fa non ebbe voce in capitolo, in quanto era terreno di conquista e oggetto di scambio. Oggi rischia di ripetere lo stesso errore. Nonostante lentezze politiche, divergenze interne e sfiducia di gran parte dell’opinione pubblica, resta il più grande spazio democratico del pianeta e il mercato integrato più ricco del mondo. Ma questo peso non vale nulla se ognuno ragiona in solitaria.

Il futuro non verrà deciso da un nuovo Yalta tradizionale, non vedremo tre leader seduti a spartirsi il pianeta su una carta geografica. La vera trattativa si sta già svolgendo, e non sul piano diplomatico, si combatte nelle fabbriche di microchip, nei laboratori di ricerca, nei campi energetici, sul mare di Taiwan e sui cieli dell’Ucraina. È lì che si scrive la nuova geografia del potere.

Se l’Occidente saprà mantenere il vantaggio tecnologico e produttivo, potrà evitare che la storia torni a girare in senso contrario. Se lo perderà, saranno altri a decidere dove scorrono i confini. Yalta è un ammonimento: il mondo non si divide mai da solo. O lo si guida, o lo si subisce.

E il 2026, come il 1945, è uno di quei momenti in cui la storia chiama a scegliere da che parte stare.

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  • Redazione

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