Home Economia e finanza Welfare, rimettere gli anziani ‘al centro’

Welfare, rimettere gli anziani ‘al centro’

0
anziani

La riforma “tabù” che taglia costi a nidi, badanti e RSA

I numeri INPS narrano una concetto semplice: il sistema italiano regge su un equilibrio fragile tra lavoro, famiglia e cura.

Al 31/12/2024 i beneficiari di prestazioni pensionistiche sono risultati 16.305.880; le prestazioni attive  23.015.011 per 364,132 miliardi annui, da cui una prestazione media 15.821 per prestazione.

Questo non è “il Paese delle badanti”: è il Paese che ha spostato in avanti l’età di tutto, e poi si stupisce se la cura diventa un mercato.

La soluzione è riportare il tempo familiare nel sistema, cioè ‘nonni’ disponibili. Se una quota di persone potesse uscire volontariamente a 60 – 62 anni (con regole serie e un assegno proporzionato ai contributi), avremmo un doppio effetto: turnover e cura.

Costruiamo un ragionamento prudente. Ipotesi: 200.000 uscite anticipate. Se consideriamo un ordine di grandezza di 20 – 23 mila euro lordi annui a trattamento, parliamo di 4 – 4,6 miliardi di maggiore spesa lorda.

Ma se anche solo 120.000 posti vengono coperti da giovani con contratto stabile, una parte rientra subito via contributi e imposte. E soprattutto: rientra “fuori bilancio” per le famiglie. Perché una famiglia con figli oggi paga nidi, babysitter, tempo perso, e spesso anche assistenza agli anziani.

Quando i nonni ci sono, una quota enorme di quei costi evapora, quasi un 40%…
La natalità risale quando il rischio economico del primo figlio scende, soprattutto se due giovani hanno un mutuo stabile tra 23 e 30 anni.

Qui entra in gioco una parte tecnica: le risorse sono “ferme” perché il Patto di stabilità (riformato nel 2024) vincola gli Stati a un percorso di aggiustamento basato sulla spesa primaria netta, con piani di 4 anni estendibili a 7.

Aumentare welfare strutturale diventa difficile senza tagliare altrove o alzare entrate, perché il concetto non è keynesiano (su modello Modigliani) con il capitale umano al centro, ma neoliberista con al centro il profitto.

Diciamolo chiaramente: il problema è “il debito” come feticcio morale, è il debito aggregato che cresce quando lo Stato restringe e il mercato sostituisce (famiglie che pagano nidi, badanti, RSA, prestiti, rinvii di vita). Il costo non sparisce: cambia tasca e fa espatriare i giovani, che si trovano senza condizioni iniziali per far famiglia.

Il modello ante 2000 funzionava perché la cura familiare era una colonna portante. Oggi lo abbiamo smontato a colpi di età pensionabile e retorica della “modernità” e poi abbiamo venduto come inevitabile l’espansione di un settore (badanti) che è in parte un surrogato di welfare e tempo familiare.

E, sì: una battaglia per rinegoziare quei vincoli, se la posta in gioco sono natalità, coesione e dignità della vecchiaia, è il tipo di motivo per cui una piazza ha senso. Non per tifare, ma per pretendere che la politica torni a fare progettazione sociale, non contabilità travestita da destino.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui