
La locuzione italiana alle calende greche, derivante da quella latina ad kalendas graecas, ha il significato metaforico di “mai”.
Il significato di “mai” deriva dal fatto che le calende esistevano solo nel calendario latino, nel quale corrispondevano al 1º giorno di ogni mese, e non in quello greco.
Da Vilnius, nei confronti di Kiev, è arrivato un messaggio che ha tutto il sapore della locuzione di Augusto: ad kalendas graecas.
Infatti, guarda caso, ci sono promesse, ma non c’è un calendario.
Dire, come ha detto Biden, che “un giorno” l’Ucraina sarà nella Nato è come affermare il nulla vestito a festa.
“Tutti gli alleati – ha detto il presidente degli Stati Uniti – concordano che l’Ucraina sarà un giorno nella Nato. Io e Zelensky abbiamo parlato delle garanzie che possiamo dare nel mentre e ringrazio i leader del G7 per le garanzie di sicurezza: aiuteremo l’Ucraina a costruire una forte difesa, in modo che sia una fonte di stabilità nella regione. Questa è una potente dichiarazione per l’Ucraina”.
Il messaggio lo ha capito molto bene Zelensky, il quale ha commentato: “Dai colloqui di oggi capisco che le condizioni necessarie per l’ingresso nella Nato saranno raggiunte quando ci sarà la pace in Ucraina. Capiamo che alcuni hanno paura di parlare di membership ora perché nessuno vuole una guerra mondiale ed è comprensibile. Ma abbiamo bisogno di avere segnali. Le promesse del G7 non possono sostituire l’ingresso dell’Ucraina nella Nato come Stato membro – ha detto ancora il leader ucraino -. Se oggi il G7 concorderà la dichiarazione per le garanzie di sicurezza sarà un passo importante perché nel testo si dice che valgono per coprire il nostro percorso sulla via per la Nato”.
La delusione è palese, ma nelle dichiarazioni di Zelensky c’è il nocciolo del problema, ossia la pace.
E qui si arriva alla questione delle questioni: come si raggiunge la pace? Con la vittoria, assai improbabile, di Kiev e la liberazione di tutti i territori conquistati dalla Russia, oppure con un cessate il fuoco e con l’avvio di un difficile negoziato?
Rimane il fatto, da considerare, che il conflitto russo-ucraino è dovuto all’idea di far entrare l’Ucraina nella Nato. Idea che non è accettabile dalla Russia e che non lo è tanto più ora che nella Nato sono arrivati, in modalità accerchiamento, i Paesi baltici.
Meno accomodante di Zelensky è stato il Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, per il quale “le condizioni per l’adesione dell’Ucraina alla Nato sono sconosciute. Non sappiamo quali siano. Non ce ne sono. Questo è il problema. Cioè, quando saranno soddisfatte le condizioni? Quali sono le condizioni? Chi dovrebbe formularle? Quali sono?”.
Kuleba ha capito bene il messaggio: ad kalendas graecas.
A poco sono serviti i salamelecchi del maggiordomo recentemente riconfermato nel ruolo.
“Caro Volodymr – ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg – è un onore averti qui al summit Nato: quando Putin ha invaso l’Ucraina ha sottostimato il coraggio del popolo ucraino e la determinazione della leadership ucraina, ma anche l’unità della Nato. Il summit di Vilnius marca l’inizio di una nuova relazione con l’Ucraina. L’Ucraina è vicina alla Nato come mai prima d’ora”.
Sembra quasi una presa per i fondelli. Può essere che il norvegese socialista Stoltenberg abbia fatto studi filosofici approfonditi e abbia introiettato il paradosso di Zenone, il quale, nella sua esposizione generale dice che “per coprire qualsiasi distanza è necessario innanzitutto coprire metà di quella distanza, poi la metà di ciò che resta e poi ancora la metà della rimanenza e poi ancora e ancora. Sembra proprio che non si possa mai arrivare da nessuna parte, non importa quale sia la distanza iniziale o quanto velocemente ci si muova”.
Tra il rinvio alle calende greche e il paradosso di Zenone, Zelensky rischia di non arrivare mai a nessuna conclusione di un percorso iniziato male e che potrebbe finire peggio.
Dopo Zenone e le calende, arriva il contentino, che sa di panna montata andata a male: il Consiglio Ucraina-Nato.
“Il Consiglio – ha detto l’inossidabile Stoltemberg – sarà presieduto dal Segretario generale che lo potrà convocare senza che possa essere bloccato da singoli Paesi o membri del Consiglio; potrà essere convocato anche dai singoli Stati membri per delle consultazioni in caso di crisi”.
Un analogo consiglio fu attivato tra Nato e Russia e non è servito a nulla.
Inoltre, come sanno bene tutti i politici del mondo, quando non sai come risolvere un problema, istituisci una commissione, attivi un consiglio, in buona sostanza prendi tempo: ad kalendas graecas.
Mosca, nel frattempo, è tornata ad alzare la voce sul vertice Nato.
Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha dichiarato che “le garanzie di sicurezza offerte dai Paesi del G7 all’Ucraina violano la sicurezza della Russia”.
La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha criticato ieri il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba per i suoi commenti sulla potenziale adesione dell’Ucraina alla Nato e gli ha suggerito sarcasticamente di frequentare il programma di formazione a distanza dell’Accademia diplomatica del Ministero degli affari esteri della Russia.
In un post su Telegram, Zakharova ha fatto riferimento ai commenti di Kuleba sui prossimi passi poco chiari dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza: “Devi imparare le regole prima che inizi il gioco, non dopo”.
Maria Zakharova ha infierito nei confronti del ministro degli Esteri ucraino affermando: “Così sia, te lo dirò. Questo è «l’ordine mondiale basato su regole» inventato dagli occidentali. I più intelligenti non vi partecipano, poiché non ci sono regole, vengono inventate in movimento e modificate se il gioco non porta il risultato desiderato. L’alternativa è il diritto internazionale, che è sostenuto dalla maggioranza delle persone sane. Tutto questo viene insegnato presso l’accademia diplomatica del ministero degli Affari Esteri della Russia”.
Le beffarde affermazioni della Zakharova vanno dritte al cuore delle regole d’ingaggio riguardanti Zelensky e il suo staff.
Se, come ho già scritto martedi, ha ragione Lucio Caracciolo, o le regole qualcuno a Zelensky non le ha spiegate o Zelensky, ad un certo punto, ha pensato di andare oltre lo stabilito.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, come ho già ricordato, nell’ultimo approfondimento sulla guerra (https://www.youtube.com/watch?v=5leESlXYGuc&t=22s) spiega che ci sono “rivelazioni recenti della stampa americana, fatte filtrare direttamente dai vertici della Cia, su quelli che sono stati i negoziati segreti già tre mesi prima dell’inizio delle ostilità, quindi nel novembre 2021, tra l’agenzia di intelligence americana, per conto del governo e il governo russo, anzi con lo stesso Putin”.
Ci sono stati, dice Caracciolo, “negoziati segreti culminati in una telefonata diretta tra il capo della Cia Birds e il leader russo, in cui sono stati determinati i caratteri che avrebbe preso la guerra in Ucraina”.
Gli accordi sarebbero i seguenti.
Da parte russa: 1) l’assicurazione che la guerra sarebbe stata limitata all’Ucraina e che non sarebbe diventata un conflitto con la Nato; 2) no all’uso del nucleare.
Da parte Usa: 1) noi non vogliamo farvi la guerra e non la faremo per l’Ucraina; 2) no all’uso del nucleare; 3) non vogliamo rovesciare il regime di Mosca.
In aggiunta ci sarebbero stati anche accordi sui codici della guerra clandestina tra uomini dell’intelligence dei due Paesi in territorio ucraino.
Maria Zakharova, evidentemente, degli accordi presi tre mesi prima dell’inizio del conflitto è a conoscenza.
Rimane, a conclusione, una triste constatazione: sul fronte si muore. Muoiono uomini, non ottimati, consulenti, pupazzi, attori e marionette. Uomini di carne e sangue. Ogni giorno. Tutti i giorni. Da troppi giorni.
Un’altra triste constatazione è che sta morendo anche l’Europa, sempre più in crisi, grazie campo dei miracoli apprestato dai socialisti, che si distinguono alla Nato nel curare l’eleganza dei modi mentre nella sostanza c’è chi manda l’Ucraina alle calende greche, e si distinguono in Europa, capeggiati dall’olandese Timmermans, nel distruggere industria e agricoltura e, con esse, il welfare, determinando l’impoverimento progressivo delle popolazioni.





