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Un segnale alla politica italiana

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Un segnale alla politica italiana

Ipotesi sulla Strage di Bologna, il Caso di Moro e il suo Lodo

Solo pochi giorni fa abbiamo commemorato con la consueta retorica la Strage di Bologna, sulla quale, nonostante il diluvio di atti giudiziari, ancora si dice che non si sappia tutto.

Ciò può essere possibile solo se non si sono seguite le piste giuste e si è continuato di fatto ad insabbiare.

In effetti, la strage di Bologna del 2 agosto 1980 può essere letta, in chiave interpretativa, non soltanto come un atto di terrorismo interno, ma come un messaggio politico deliberato rivolto alla classe dirigente italiana.

Un messaggio indirizzato in particolare a coloro che, all’interno della Democrazia Cristiana e, più in generale, nel sistema dei partiti, avrebbero potuto riprendere o proseguire la linea tracciata da Aldo Moro: il Compromesso Storico sul piano interno e una politica estera pragmatica verso il Mediterraneo e il mondo arabo.

In quest’ipotesi, la bomba della stazione non sarebbe un episodio isolato, ma il prolungamento, due anni dopo, di una strategia già in atto nel sequestro e nell’uccisione dello statista democristiano, il cui più probabile erede, Pier Santi Mattarella, era stato ammazzato a Palermo nel gennaio precedente, guarda caso in un agguato che a lungo venne spacciato per terroristico di destra e solo dopo apparve un’esecuzione mafiosa.

A tal proposito, Pierre de Villemarest, il sottoscritto e Pietro Laporta hanno sostenuto e sostengono, sia pure con sfumature diverse, l’intento politico di questo delitto, eseguito dalla mafia solo per fare un piacere ai suoi mandanti, ossia, a mio avviso, alla costellazione di poteri, imperniati oltre cortina ma operativi dal Medio Oriente, contrari all’ingresso del PCI nella maggioranza di governo italiana con conseguente trasmutazione delle Botteghe Oscure in una forza socialdemocratica.

Se la mia intuizione fosse esatta, gli stessi mandanti avrebbero voluto lanciare, questa volta usando altra manovalanza, con la Strage di Bologna, un ulteriore segnale all’esanime Governo Cossiga II.

Il segnale avrebbe avuto una doppia natura.

Da un lato, appunto, avrebbe coinvolto i medesimi attori – o la medesima rete di attori – che, secondo le ricostruzioni che io e altri abbiamo fatto, avevano già operato o interferito nella vicenda Moro.

Dall’altro, avrebbe fatto riferimento, in modo implicito ma riconoscibile, alla prassi del cosiddetto Lodo Moro: quell’accordo informale di non-belligeranza e di facilitazioni logistiche con le organizzazioni palestinesi, e in particolare con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che Moro aveva favorito o tollerato come strumento di politica mediterranea.

Sul primo versante, gli elementi di continuità sono noti. La rete internazionale gravitante intorno a Ilich Ramírez Sánchez, detto Carlos, e all’organizzazione nota come Separat, compare sia nei documenti relativi ai contatti e alle trattative durante il sequestro di Moro, sia nella presenza documentata di figure come Thomas Kram e Christa Fröhlich a Bologna nei giorni immediatamente precedenti l’attentato, mentre alcune circoscritte ma serie ricostruzioni giornalistiche ne ipotizzano la presenza anche sul terreno a Via Fani.

Licio Gelli, figura di cerniera e agente KGB dal 1943 e OSS/CIA dal 1944, noto ai servizi in tale veste dal 1951, risulta presente tanto nelle manovre di influenza e di depistaggio legate al Caso Moro quanto nei tentativi di sviamento delle indagini sulla strage di Bologna.

L’OLP e il FPLP, che avevano tentato una mediazione durante i cinquantacinque giorni di prigionia dello statista che avevano ospitato in un condominio alla Balduina sotto la loro influenza – azioni tutte ampiamente deducibili dagli atti della Commissione Fioroni – avrebbero avuto interesse a proteggere o a far dimenticare il Lodo, oppure a segnalare che la sua violazione, verificatasi con l’arresto di Abu Anzeh Saleh e il sequestro dei missili a Ortona nel 1979, non poteva restare senza conseguenze.

Non è necessario, in questa prospettiva, sostenere che i palestinesi abbiano materialmente collocato l’ordigno. È sufficiente ipotizzare che la stessa galassia internazionale, o i suoi intermediari italiani, abbia fornito copertura, logistica o abbia partecipato al successivo gioco di specchi sulle responsabilità, creando così un continuum operativo e politico tra i due eventi.

Il secondo versante riguarda il Lodo stesso. Se la bomba fosse stata – o fosse stata fatta apparire come – un incidente di trasporto di esplosivo destinato alle organizzazioni palestinesi, il messaggio sarebbe stato inequivocabile.

Il Lodo esisteva ed era un segreto di Stato gestito da Moro e dai suoi uomini, a cominciare dal colonnello Stefano Giovannone. La sua rivelazione poteva costare carissima.

Chiunque avesse inteso riprendere la politica di Moro – apertura al Partito Comunista e pragmatismo mediorientale – avrebbe dovuto sapere che quel dossier poteva essere riaperto e che esistevano forze in grado di colpire sul territorio italiano.

In questo senso va letta la rivelazione del periodico Lectures Franḉaises, che dopo poche settimane dall’attentato scrisse che l’Agenzia Telegrafica Ebraica, nel suo bollettino 2514 dell’11 agosto 1980, aveva affermato che la bomba era destinata non al treno ma a una scuola ebraica, era esplosa per errore e i palestinesi si erano scusati, tramite telefono, con il popolo italiano lo stesso giorno della strage, attraverso la stessa Agenzia.

Il problema è che il Compbound B non si può innescare da solo, per cui o l’attentatore sbagliò l’obiettivo – il che è piuttosto strano – o sbagliò nell’innesco – il che è inverosimile – o fu sacrificato in vista della sceneggiata successiva.

In questo senso la strage funzionerebbe come minaccia implicita di rivelazione. Non soltanto un atto di sangue, ma un richiamo a un patto segreto che, se reso pubblico, avrebbe sminuito la memoria di Moro, compromesso figure istituzionali successive e messo in luce i rapporti ambigui tra lo Stato italiano e organizzazioni armate mediorientali.

La pietra tombale sarebbe stata messa dai palestinesi stessi. Infatti, i rappresentanti dell’OLP a Roma, interrogati dalla stampa, smentirono categoricamente l’autenticità della chiamata e la definirono “un complotto sinistro di circoli israeliani-sionisti e dei loro amici fascisti”. La telefonata rimase anonima e non autenticata.

Questa lettura riesce a tenere insieme elementi che, presi isolatamente, restano frammentari: la continuità di attori tra il 1978 e il 1980; il Lodo come nodo simbolico e politico; l’assenza di una rivendicazione chiara e immediata da parte dei Nuclei Armati Rivoluzionari, che renderebbe più plausibile un atto di segnale piuttosto che un’azione di propaganda armata classica; i depistaggi successivi, interpretabili non solo come copertura di una pista “nera”, ma come parte di un gioco di ambiguità utile a rafforzare il messaggio politico.

Si tratta, naturalmente, di un’ipotesi. Essa non pretende di sostituirsi alle sentenze definitive, né alle archiviazioni giudiziarie.

La sua forza risiede nella coerenza politica e simbolica che riesce a dare a due eventi traumatici della storia repubblicana, collegandoli attraverso la figura di Aldo Moro e attraverso la sua politica, interna ed estera.

In questa chiave, Bologna non sarebbe soltanto una strage, ma un monito rivolto a chi, dopo la morte dello statista, avesse ancora pensato di proseguirne la strada.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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