L’ottimismo di Trump: passi da gigante
La visita di Xi Jinping a Washington si è conclusa. Le parole sono state concilianti, i sorrisi numerosi, le dichiarazioni cariche di fiducia.
Trump parla di «passi da gigante» e annuncia che «succederanno cose straordinarie».
Xi insiste sulla cooperazione, sulla stabilità e sulla necessità di mantenere un rapporto costruttivo.
Ma io credo che occorra andare oltre la superficie.
Questa non è la pace tra Washington e Pechino. È una tregua dentro una competizione che rimane intatta.
E forse proprio per questo l’incontro è importante.
Perché una tregua, quando riguarda le due maggiori potenze del pianeta, non è una cosa piccola. Può diventare lo spazio nel quale si evita che una competizione economica, tecnologica e strategica degeneri in uno scontro.
Su Taiwan, Xi ha ribadito la posizione cinese contraria all’indipendenza dell’isola. Ma non è emersa, pubblicamente, una concessione americana capace di modificare sostanzialmente l’impostazione strategica degli Stati Uniti.
Questo è un punto che considero fondamentale.
La cordialità non significa convergenza.
Trump può chiamare Xi un grande amico e contemporaneamente continuare a considerare la Cina il principale concorrente strategico degli Stati Uniti.
Xi può parlare di cooperazione, stabilità e amicizia e contemporaneamente continuare a perseguire gli interessi fondamentali di Pechino su Taiwan, tecnologia, commercio e influenza internazionale.
Non c’è contraddizione.
La diplomazia, quando è seria, non elimina gli interessi nazionali: cerca di impedire che gli interessi nazionali producano una collisione.
Ed è qui che, secondo me, acquista un significato particolare quella frase: «Avremo altre due occasioni per confrontarci».
Non è una frase marginale.
Significa che il rapporto Washington – Pechino non viene affidato soltanto agli apparati diplomatici, agli ambasciatori o ai comunicati ufficiali.
Viene mantenuto nelle mani dei due leader.
E questo, in un mondo attraversato contemporaneamente dalla guerra in Iran, dalla crisi europea, dalla questione di Taiwan, dalla competizione tecnologica e dalla trasformazione dell’intelligenza artificiale, può avere un valore strategico.
Trump ha detto che sono stati fatti «passi da gigante» e che «succederanno cose straordinarie».
Io prenderei queste parole con interesse, ma anche con prudenza.
Perché i passi da gigante, in geopolitica, non sono quelli raccontati dalle conferenze stampa.
Sono quelli che resistono al giorno dopo.
Un accordo commerciale può essere firmato.
Una tregua può essere prorogata.
Due presidenti possono stringersi la mano.
Ma il vero cambiamento si misura quando una crisi arriva al punto di rottura e qualcuno decide di non oltrepassarlo.
Ed è qui che vedo la parte più interessante di questa vicenda.
Trump e Xi sembrano aver compreso che la loro rivalità può diventare così grande da rendere impossibile governare il mondo.
America e Cina non sono soltanto due economie.
Sono due potenze tecnologiche, militari, finanziarie e politiche che si contendono una parte decisiva del futuro.
E adesso entra in campo un elemento ancora più grande: l’intelligenza artificiale.
Se Washington e Pechino continueranno a considerare l’AI soltanto come un’arma della competizione, il rischio sarà quello di accelerare una corsa tecnologica senza sufficienti regole comuni.
Se invece riusciranno almeno a costruire canali di comunicazione e meccanismi per evitare incidenti, allora potrebbe nascere qualcosa di completamente diverso.
Non una nuova amicizia.
Una responsabilità reciproca.
È forse questa la vera dimensione storica dell’incontro.
Il mondo non ha bisogno che America e Cina si amino.
Ha bisogno che imparino a non distruggersi mentre competono.
E io penso che sia proprio qui che dobbiamo guardare.
Perché Iran e Taiwan rimangono due dossier aperti. La competizione tecnologica rimane. La questione commerciale rimane. La diffidenza rimane.
Ma rimane anche il dialogo.
E il fatto che Trump e Xi abbiano già previsto altri due incontri significa che questa storia non è finita a Washington.
È appena entrata nella sua fase più interessante.
Io non so se dalle parole di Trump nasceranno davvero quelle «cose straordinarie» che ha annunciato.
Ma so una cosa.
In un mondo nel quale ogni crisi tende a diventare una crisi globale, anche il semplice fatto che le due maggiori potenze del pianeta continuino a parlarsi può diventare una questione di sicurezza per l’umanità.
La vera svolta, quindi, non sarebbe vedere Trump e Xi sorridere insieme.
Sarebbe vedere Washington e Pechino riuscire, quando arriverà il momento difficile, a telefonarsi prima di premere il grilletto.
È lì che una tregua potrebbe cominciare a diventare storia.
E forse è proprio questo il paradosso del nostro tempo: per evitare una nuova guerra mondiale non è necessario che le grandi potenze smettano di essere rivali. È necessario che imparino a esserlo senza perdere il controllo della storia.
Questa, per me, è la vera posta in gioco.
Non chi ha vinto l’incontro di Washington.
Non chi ha fatto un passo indietro.
Non chi ha pronunciato la frase più rassicurante.
Ma se, dietro quelle parole, si sta lentamente costruendo una regola non scritta: competere senza precipitare, confrontarsi senza interrompere il dialogo, difendere i propri interessi senza trasformare ogni interesse dell’altro in una minaccia esistenziale.
Se questo accadrà, la visita di Xi a Washington non sarà stata soltanto una tregua commerciale o una fotografia diplomatica.
Potrebbe essere ricordata come uno dei momenti nei quali due potenze hanno capito che il futuro non può essere governato attraverso la forza soltanto.
Perché oggi il problema non è più semplicemente chi controllerà il XXI secolo.
Il problema è se il XXI secolo riuscirà a non sfuggire al controllo dell’uomo.
E qui torna l’intelligenza artificiale.
Una tecnologia capace di moltiplicare la potenza umana può diventare anche il più grande acceleratore della competizione tra Stati.
Per questo Washington e Pechino hanno una responsabilità che va oltre i loro confini.
Se saranno capaci di parlarsi anche quando sarà difficile, di stabilire limiti anche quando converrebbe superarli, di mantenere aperti i canali anche nel momento della massima tensione, allora forse avremo davanti non una pace, ma qualcosa che oggi è altrettanto prezioso:
la possibilità concreta di evitare che la rivalità tra due potenze diventi una tragedia per tutti.
E io credo che sia questa, molto più delle strette di mano, la notizia che dovremmo osservare.
La tregua non è ancora storia.
Ma può essere l’inizio della storia.





