Con il Tsimdo varie etnie della regione, tra Etiopia, Eritrea e Sudan, hanno deciso di lasciarsi alle spalle le vecchie conflittualità del passato, dando così un segnale molto preciso al governo etiopico di Abiy Ahmed
L’Alleanza della Sopravvivenza, o della Cooperazione delle Forze Popolari Etiopiche per la Sopravvivenza, nata dall’unione di TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), AFNM (Movimento Nazionale Amhara FANO), OLA (Esercito di Liberazione Oromo), ONLF (Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden – popolazioni somale), ANURF (Fronte Rivoluzionario dell’Unità Nazionale Afar), (BPLM) Movimento di Liberazione dei Popoli del Benishangul) e GPDM (Movimento Democratico dei Popoli del Gumuz), trova un fulcro nella precedente e tuttora attiva alleanza Ximdo o Tsimdo.
Con il Tsimdo varie etnie della regione, tra Etiopia, Eritrea e Sudan, hanno deciso di lasciarsi alle spalle le vecchie conflittualità del passato, dando così un segnale molto preciso al governo etiopico di Abiy Ahmed che proprio nell’alimentarle e fomentarle ha sin qui trovato la sua linfa vitale.
Trovandosi all’angolo, contro sette popolazioni oggi unite in rivolta, il governo etiopico subisce così ancor più il carico di tutte le sue debolezze, e di quelle trasmesse al paese: il valore del Birr crollato, con l’abolizione del cambio fisso e l’adozione della libera fluttuazione, a 163 contro 1 dollaro (e quasi 200 al mercato nero); l’inflazione media al 15,3% (al 15,7% per le derrate alimentari); un debito estero formalmente stimato in 51,8 miliardi di dollari (33, 5 con l’estero, con tassi d’interesse al 6,15%); e almeno il 30% dei circa 140 milioni di abitanti in condizioni di povertà estrema, privi d’accesso al cibo e ai servizi essenziali.
Alla popolazione che ha reagito, in questi anni, chiedendo l’attenzione delle istituzioni per i gravi problemi che quelle riforme “argentine” stavano provocando alle sue condizioni di vita, il governo ha sempre risposto con una puntuale repressione, compresi i droni sui civili dell’Amhara.
Un crimine in odor di pulizia etnica, giacché, come raccontato pochi giorni fa in un mio articolo, la nuova mitologia politica che connatura il governo di Abiy Ahmed è l’Oromummah, la Grande Oromia.
Un tempo, quand’era il TPLF a governare con l’EPRDF, la mitologia era il Grande Tigray, ma nella sostanza poco cambia: quando, in un Paese multietnico, un partito etnonazionalista s’avvale del potere per perseguire obiettivi propri (come costruire la propria grande regione a spese delle altre, nel frattempo destabilizzando la nazione e il patto sociale con le altre comunità fino a perseguire l’obiettivo della disgregazione statale e della secessione del proprio “nuovo impero”) allora per quel paese l’unità e la stabilità sono seriamente a rischio.
Non a caso, anche a quel tempo i problemi non erano mancati; oggi, semplicemente, si ripetono.
Ho raccontato, in più occasioni, di quanto tutte queste mitologie a loro modo piuttosto sioniste, spesso fondate su ricerche storiche ed archeologiche a dir poco fantasiose, non manchino di un ausilio esterno.
Israele, da questo punto di vista, nella regione è sempre stato un partner attivo e puntuale: aiutò, nell’ottica dell’Alleanza di Periferia, i regimi del Negus e di Menghistu, e così pure dell’EPRDF; e non viene meno al suo impegno neanche oggi, nell’ottica della nuova sua nuova dottrina strategica nota come Asse della Nazioni o Esagono delle Alleanze, eredità della precedente.
Non sorprende, alla luce di questi storici rapporti, l’invio odierno da parte di Israele dei primi consiglieri militari a rinforzo di Abiy Ahmed e dell’ENDF, l’Esercito Federale Etiopico, che nel nord del paese, a partire dal Tigray, sotto la doppia morsa di TPLF e FANO arretra e perde pezzi, con interi reparti catturati o costretti alla resa dalle forze ribelli, ed importanti quote d’arsenale puntualmente perdute.
Il fatto stesso che l’ENDF punti soprattutto alla guerra aerea, tramite droni, prova le sue difficoltà ad operare in un terreno dove gli avversari sono in marcato vantaggio.
Ma è un fatto noto ormai da anni, e da allora più volte descritto, al pari della possibilità che i sette conflitti civili che scuotevano il Paese si unissero infine in un conflitto solo; con l’ulteriore rischio, magari, di una loro saldatura con quelli limitrofi, in Sudan in primo luogo.
Tutti rischi su cui in molti lanciavano un allarme, e che oggi si sono infatti realizzati.





