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Una fune e un’imbracatura

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Una fune e un'imbracatura

Gli incidenti nei cantieri edili e quel che nessuno dice

Negli ultimi due anni mi è capitato di seguire, quasi giorno per giorno, quattro cantieri edili: due nello stabile in cui abito, uno in un terreno agricolo di fronte a casa e uno nella scuola in cui lavoro.

Ebbene, non ho mai, dico mai, visto un operaio utilizzare correttamente e integralmente l’imbracatura di sicurezza, quale che fosse la sua posizione e quale che fosse il rischio cui si esponeva.

Per soprassello, molti di loro, d’estate, lavorano a capo scoperto. Comprensibilmente: il caschetto di plastica, immagino, deve procurare sotto il sole un supplemento di calore.

E non parlo solo di quel che ho ho visto e non potevo non vedere in ragione della mia prossimità ai cantieri.

Spinto dalla curiosità, ho cominciato a osservare anche i cantieri che incontravo per strada. E la musica non cambiava. Affatto. Stesse regole non rispettate

Ora: non pretendo che una decina di cantieri costituiscano una statistica. Ma costituiscono un’esperienza. E l’esperienza suggerisce una domanda che, nel gran coro delle stracche indignazioni seguite a ogni incidente mortale, raramente viene pronunciata: quanto vengono davvero rispettate, dagli stessi lavoratori, le regole elementari di sicurezza?

E se non son rispettate, perchè questo avviene?

Per superficialità? Per eccesso di confidenza con il pericolo? Per quella familiarità che trasforma, dopo cento volte che non è accaduto nulla, il rischio in una semplice seccatura? Oppure perché chi dovrebbe controllare controlla poco o male?

Probabilmente per tutte queste ragioni.

Le indagini diranno, fra qualche giorno, che cosa sia accaduto al povero ragazzo precipitato da dieci metri mentre lavorava nell’Anfiteatro Flavio.

Diranno, fra l’altro, se la sua fune fosse effettivamente collegata all’imbracatura e se il presidio di sicurezza fosse stato utilizzato correttamente. Non lo sappiamo ancora, e sarebbe di cattivo gusto trasformare un’ipotesi in una sentenza.

Ma proprio per questo episodio sarebbe forse il caso di fare un’osservazione che normalmente resta taciuta.

Accanto al sacrosanto obbligo delle aziende di garantire la sicurezza, di fornire i dispositivi necessari e di vigilare sul loro impiego, esiste anche un obbligo elementare del lavoratore: usare quei dispositivi.

E non soltanto per sé.

Anche per il proprio compagno di lavoro.

Perché un cantiere non è il luogo nel quale ciascuno può decidere, secondo il proprio grado di prudenza o di imprudenza, quanto valga la propria pelle.

Una disattenzione può costare la vita a chi la commette; ma può anche trasformare un collega, un capocantiere, un responsabile della sicurezza in colpevole, imputato o semplicemente in un uomo costretto per tutta la vita a chiedersi se avrebbe potuto fare qualcosa.

Perciò, prima di riempire giornali, televisioni e piazze delle consuete dichiarazioni – “Non si può morire di lavoro”, “È una strage.”, “Bisogna fare di più.” – sarebbe forse opportuno che anche se non soprattutto i sindacati rivolgessero ai lavoratori un appello altrettanto forte e, possibilmente, meno rituale:

“Rispettate le regole di sicurezza. Sempre. Anche quando vi sembrano inutili, anche quando avete fretta, anche quando lo avete fatto cento volte senza che sia successo niente. E pretendete che le rispettino i vostri compagni e che le aziende vigilino perché vengano rispettate”.

Ognuno, insomma, faccia la sua parte: l’azienda deve fornire i dispositivi, imporne l’uso e controllarlo; il lavoratore DEVE usarli. Punto.

Perchè la sicurezza sul lavoro non può diventare una liturgia celebrata dopo il morto.

Prima del morto, di solito, ci sono una fune che nessuno aggancia, un casco che nessuno mette, una regola che tutti conoscono e qualcuno considera superflua.

Dopo il morto arrivano i fiori, i microfoni, le bandiere e le dichiarazioni.

E, qualche giorno dopo, il cantiere riprende tal quale.

All’italiana. Anche su tetto della CGIL.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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