La curiosa teoria secondo cui la complessità dell’Arte avrebbe una tessera di partito e Wagner, Dostoevskij e Tolkien sarebbero incidenti di percorso
Ho letto un pezzo di Emiliano Rubbi, pubblicato su Facebook e da cui prende le mosse questa riflessione.
Leggi il post originale di Emiliano Rubbi su Facebook https://www.facebook.com/share/p/1DBwP8ioqF/?mibextid=wwXIfr.
La tesi, in sostanza, è che “nessun grande cantautore è mai stato di destra” e che la ragione sarebbe addirittura antropologica: la grande Arte richiederebbe apertura, complessità, sensibilità, capacità di cogliere le contraddizioni dell’animo umano; la destra contemporanea, essendo invece fondata sulla semplificazione, sugli slogan e sul populismo, sarebbe strutturalmente incapace di produrla.
Da qui la carrellata di De André, Guccini, Dylan, De Niro, Banksy e compagnia bella, tutti arruolati d’ufficio nell’esercito della complessità progressista, mentre gli artisti conservatori vengono accuratamente sistemati nella categoria delle eccezioni: Tolkien era conservatore, sì, ma Tolkien; Eastwood è di destra, sì, ma di una destra libertaria e sofisticata; Ferretti è conservatore, ma in fondo è quasi Ratzinger.
Quando poi arriva un artista di destra che non si presta alla celebrazione, diventa “un caso umano”, “robaccia” o, semplicemente, Povia.
Insomma, un sistema classificatorio straordinario: l’artista di sinistra dimostra la regola, quello di destra la conferma, perché è un’eccezione, quello di destra mediocre dimostra che la destra è mediocre.
Prima, però, una precisazione che non è affatto secondaria. Prima di discutere se Rubbi abbia torto, sarebbe bene distinguere l’autorevolezza professionale dalla validità dell’argomentazione.
Rubbi lavora nel mondo della musica e del cinema, ha prodotto, scritto e realizzato opere: ha dunque tutto il diritto di parlare d’arte e, probabilmente, anche più titolo di molti di noi per farlo.
Ma aver fatto l’artista non conferisce automaticamente una patente di verità sulle leggi dell’Arte. Un musicista può essere un ottimo musicista e sostenere una teoria estetica completamente infondata; uno sceneggiatore può conoscere perfettamente il mestiere e costruire un ragionamento politico assai discutibile.
In altre parole, l’autorevolezza dell’autore non è una prova della correttezza della tesi.
Se Rubbi sostiene che l’Arte abbia, per sua stessa natura, un orientamento politico obbligatorio, questa affermazione va dimostrata. Non diventa vera perché a formularla è qualcuno che lavora nel settore.
Altrimenti dovremmo applicare lo stesso principio a qualsiasi professionista: il cardiologo avrebbe sempre ragione quando parla di economia, il calciatore quando parla di architettura e il regista quando detta le leggi della filosofia politica.
Il problema è che una tesi del genere, oltre a essere parecchio presuntuosa, ha un piccolo difetto: per dimostrare che la destra non può produrre grande Arte bisognerebbe trovare un rapporto necessario tra orientamento politico e talento artistico. E questo rapporto, naturalmente, non esiste.
Si può sostenere che oggi molti artisti siano culturalmente lontani dalla destra populista: è un’osservazione legittima e perfino interessante.
Si può discutere delle ragioni storiche, sociologiche ed economiche per cui una parte consistente del mondo artistico e intellettuale tende verso posizioni progressiste.
Ma trasformare questa constatazione in una legge dell’universo, secondo la quale la complessità dell’Arte sarebbe ontologicamente di sinistra, significa passare dalla sociologia alla teologia.
E soprattutto significa fare esattamente ciò che si rimprovera alla destra: ridurre una realtà complessa a uno schema semplicistico. Solo che qui lo slogan è più elegante, perché viene pronunciato con la A maiuscola davanti ad “Arte” e con qualche riferimento a De André e Guccini.
Da qui vale la pena fare un piccolo esperimento mentale: prendiamo sul serio per un momento questa teoria e proviamo a vedere cosa succede quando la si mette davanti alla storia della cultura. Il risultato, temo, è piuttosto imbarazzante. Perché alla porta, prima o poi, arriva Richard Wagner.
“Maestro, abbiamo finalmente capito tutto: se è grande arte, dev’essere progressista”.
Wagner, probabilmente, avrebbe riso.
E non è nemmeno necessario entrare nel merito della sua biografia politica, del suo nazionalismo o del suo antisemitismo, che erano reali e spesso ripugnanti.
Basta prendere atto di una cosa molto semplice: Wagner è uno dei giganti assoluti della storia della musica e del teatro musicale.
Non c’è bisogno di essere wagneriani, né di giustificare minimamente le sue idee politiche: Tristano e Isotta, Parsifal, la Tetralogia e I maestri cantori di Norimberga non diventano improvvisamente brutti perché il loro autore non avrebbe passato l’esame di idoneità presso il Dipartimento Contemporaneo della Sensibilità Progressista.
Ed è proprio qui che salta il ragionamento: confonde continuamente il valore dell’opera con la rispettabilità politica dell’autore. Sono due cose diverse. Terribilmente diverse.
Altrimenti dovremmo cominciare a fare l’elenco dei peccati politici degli artisti prima di decidere se una loro opera è bella.
“Mi piace questo quadro?” “Un momento: il pittore cosa votava?”
“Questa sinfonia mi commuove”. “Prima ci dica cosa pensava della politica estera”.
“Questo romanzo è straordinario”. !Ha mai detto qualcosa di problematico?!
A quel punto non siamo più nel mondo dell’arte: siamo all’ufficio del personale.
E la storia dell’arte sembra essersi impegnata per secoli a sabotare questa teoria.
Prendiamo Dostoevskij: conservatore, profondamente religioso, monarchico, nazionalista russo, per molti aspetti incompatibile con la sensibilità progressista contemporanea.
Eppure ha scritto Delitto e castigo, I fratelli Karamazov, L’idiota.
Se la complessità dell’animo umano fosse monopolio della sinistra, qualcuno dovrebbe cortesemente spiegare cosa ci facciamo con Dostoevskij.
Poi c’è Tolkien: cattolico, tradizionalista, critico della modernità industriale, diffidente verso le utopie politiche. Eppure ha costruito uno degli universi letterari più complessi e influenti del Novecento.
Poi T. S. Eliot, Ezra Pound, Céline, Mishima e una quantità di altri autori che, per motivi diversi, rendono alquanto difficile sostenere che talento artistico e orientamento politico procedano necessariamente insieme.
A questo punto arriva inevitabilmente la risposta: “Eh, ma questi sono conservatori diversi. Non sono la destra populista di oggi”.
Benissimo. Ma allora abbiamo già cambiato la tesi.
Perché la tesi iniziale non era “molti artisti contemporanei sono lontani dalla destra populista”. Questa sarebbe una proposizione discutibile, ma perfettamente legittima.
La tesi era che la destra, essendo nemica della complessità, non può produrre Arte. E questa è una cosa completamente diversa.
Per dimostrarla non basta trovare molti artisti di sinistra: bisognerebbe dimostrare che l’orientamento conservatore impedisce la grandezza artistica.
Buona fortuna!
Perché appena provi a farlo, ti ritrovi Wagner davanti alla porta. Poi Dostoevskij. Poi Tolkien. Poi Eliot. Poi mezzo patrimonio culturale dell’Occidente che, evidentemente, non ha ricevuto la circolare.
La parte più comica, però, è un’altra. L’autore ci spiega che l’Arte nasce dalla complessità, dalle contraddizioni, dalle pieghe dell’animo umano. Perfetto.
Poi prende una realtà gigantesca e contraddittoria come la destra politica e la riduce a “slogan + semplificazione + populismo = niente Arte”.
Cioè, applica alla realtà esattamente il metodo che sta denunciando.
È come scrivere un trattato contro il manicheismo cominciando con “chiunque non sia di sinistra è culturalmente incapace”.
Non è complessità: è una caricatura.
E vale anche il contrario. Se domani qualcuno scrivesse “la sinistra non può produrre grande arte perché è ideologica, collettivista, conformista e incapace di comprendere l’individuo”, gli stessi che applaudono questo articolo sarebbero probabilmente i primi a spiegargli che sta facendo una generalizzazione idiota.
Avrebbero ragione. La generalizzazione sarebbe idiota. Ma lo è anche quando cambia segno.
E poi c’è la domanda che il pezzo evita accuratamente: se la sinistra fosse davvero la parte politica naturalmente predisposta alla complessità, alla cultura, alla sensibilità e all’intelligenza, dove sarebbe esattamente questa superiorità nella politica concreta?
Perché la sinistra non è fatta soltanto di De André, Guccini e Banksy. È fatta anche di partiti, amministratori, ministri, parlamentari, burocrazie, campagne elettorali, comunicazione politica e banalità quotidiane.
Schlein non è Simone Weil. Fratoianni non è Gramsci. E, già che ci siamo, Meloni non è Tolkien.
La politica reale è piena di persone normali, spesso mediocri, che cercano voti. Da una parte e dall’altra. Gli artisti sono un’altra cosa.
E forse è proprio questo che il pezzo non riesce a capire: l’artista non è il testimonial del partito.
De André non ha bisogno della tessera del PD per essere De André. Guccini non ha bisogno che Meloni lo approvi per essere Guccini. Wagner non ha bisogno di essere riabilitato politicamente per essere Wagner. Tolkien non ha bisogno di essere trasformato in un progressista postumo per poter essere letto dai progressisti.
L’Arte non è un territorio occupato militarmente da una parte politica. È proprio per questo che la politica cerca continuamente di appropriarsene.
Salvini cita De André? Meloni cita Guccini? Possiamo discutere se lo facciano in modo intelligente, strumentale, incoerente o ridicolo. Ma non esiste una legge secondo cui per citare un artista bisogna sottoscrivere l’intero pacchetto ideologico dell’artista.
Altrimenti dovremmo impedire ai comunisti di leggere Tolkien, ai liberali di ascoltare De André, ai cattolici di guardare Kubrick e ai conservatori di andare a teatro.
Sarebbe un mondo ordinatissimo.
E completamente cretino.
E qui si apre un’altra voragine nella teoria della “sinistra naturalmente amica dell’Arte”. Che cosa facciamo, allora, della quantità enorme di cultura prodotta da artisti e intellettuali ebrei, sionisti o comunque legati alla storia culturale del sionismo tra XIX, XX e XXI secolo?
La mettiamo in una stanza separata, con l’etichetta “politicamente problematica”?
Cominciamo a distinguere le opere buone da quelle che possiamo ancora permetterci di apprezzare sulla base delle convinzioni politiche dell’autore?
E se domani scopriamo che uno dei nostri poeti, musicisti, scrittori o registi preferiti era sionista, che facciamo: ritiriamo l’applauso?
È proprio questo il punto: appena cominciamo a giudicare l’Arte attraverso la patente politica dell’artista, il meccanismo diventa rapidamente grottesco. Perché funziona in entrambe le direzioni.
Ieri si poteva chiedere all’artista se fosse abbastanza anticomunista; oggi qualcuno può chiedergli se sia abbastanza antisionista. Ieri si potevano espellere dalla cultura i “nemici del popolo”; oggi si rischia di costruire nuovi tribunali morali nei quali l’opera deve prima superare l’esame ideologico dell’autore.
Cambiano i giudici, cambia il vocabolario, ma il vizio è identico: pretendere che la cultura debba essere prima politicamente certificata e soltanto dopo artisticamente valutata.
E allora torniamo al punto di partenza: se davvero pensiamo che l’Arte sia complessità, contraddizione, libertà e capacità di vedere l’essere umano oltre le proprie appartenenze, dovremmo essere particolarmente prudenti quando cominciamo a compilare liste di artisti autorizzati e non autorizzati.
Perché il giorno in cui l’Arte avrà bisogno del visto politico per essere considerata Arte, avremo perso esattamente quella complessità che dicevamo di voler difendere.
La cosa più divertente, infine, è che il testo pretende di difendere la complessità costruendo una visione del mondo nella quale una delle metà dell’universo politico è antropologicamente incapace di produrre bellezza.
Questa sì che è una visione complessa.
Talmente complessa che può essere riassunta così: “Se è arte, è sinistra. Se è destra, non è arte. Se è grande ed è di destra, non è quella destra”.
Un sistema perfetto, perché non può essere smentito: se trovi un grande artista di destra, basta dichiararlo “diverso”. Se ne trovi uno mediocre, diventa la conferma della regola. È il genere di teoria che non teme i fatti perché ha già previsto di espellerli dal campione.
E allora sì, possiamo tranquillamente continuare a discutere di Guccini, De André, Ferretti, Eastwood, Dylan e di chi abbia votato per chi. Ma sarebbe il caso di smettere di usare l’Arte come certificato di superiorità morale.
Perché l’Arte non chiede il permesso ai sacerdoti della cultura, non compila questionari ideologici e soprattutto non vota. Gli artisti sì, quando possono. Le loro opere no.
E se una teoria sull’Arte deve necessariamente mettere fuori gioco Wagner, Dostoevskij, Tolkien, Eliot e una quantità sterminata di artisti e opere che non rientrano nello schema, forse il problema non è che questi signori non abbiano capito la teoria. Forse è la teoria che ha qualche problema.
Anzi, a questo punto mi permetto di concludere con il rigore filosofico che la situazione merita: dopo tutta questa dissertazione sulla complessità dell’animo umano, sulla superiorità estetica della sinistra e sull’impossibilità ontologica per la destra di produrre Arte, resta una sola domanda.
Ma non sarà mica, per dirla con il ragionier Fantozzi, una cagata pazzesca?





