Lo spazio pubblico che deve piegarsi alla norma coranica: il musulmano moderato non esiste
Tutto offende i musulmani nelle nostre città. Dopo il crocefisso nelle aule, dopo i pupazzi di maiale in norcineria, ora tocca ai cani.
Sono najis, ritualmente impuri.
Un detto (hadith) attribuito a Maometto prescrive di lavare sette volte il recipiente da cui un cane ha bevuto. Un altro dice che gli angeli non entrano nella casa dove vive un cane.
La traiettoria delle pretese è lineare e il metodo identico: una prescrizione islamica viene rovesciata sul modo di vivere europeo. Con la pretesa che ad adeguarsi sia chi vi abita da sempre.
A proposito dei cani, la scena gira in mezza Europa, sempre la stessa.
Una donna porta a spasso il suo. Un uomo le si avvicina, le urla che la bestia è najis e che lì non deve stare.
La donna è sola. Gli uomini europei intorno abbassano gli occhi.
Da Londra a Lérida, dall’Aia al Canada, il copione non cambia mai: il bersaglio è chi appare vulnerabile.
Il palcoscenico è il marciapiede, o un parco e la rivendicazione è una sola. Lo spazio pubblico deve piegarsi alla norma coranica.
Non tutti quei video sono veri, alcuni sono montati o rilanciati fuori contesto. Ma la pretesa è reale e quando viene formulata non è un caso isolato.
Segnala un clima, ed è quello di un’occupazione che punta alla nostra sottomissione.
Perché di occupazione si tratta.
In Italia vivono nove milioni di cani. Oltre la metà delle famiglie ha un animale in casa e dove ci sono bambini si arriva a due su tre. In Europa i cani da compagnia si contano a decine di milioni.
Non sono numeri di un’industria. Sono i numeri di una civiltà dell’affetto.
Il legame tra l’Europa e il cane ha radici millenarie. È a Pompei, nel cave canem all’ingresso delle case. È nell’Odissea, dove Argo aspetta Ulisse per vent’anni e muore riconoscendolo.
È in San Francesco, che a Gubbio riconcilia l’uomo con il lupo. È nella benedizione degli animali che ogni anno, per Sant’Antonio Abate, si rinnova in migliaia di parrocchie. Il cane entra nella casa di Dio.
Ma non serve scomodare i secoli. Basta guardare un anziano che al mattino esce con il suo cane.
Per lui quell’animale non è un vezzo: è l’unica compagnia rimasta, l’antidoto a una solitudine che la medicina considera ormai un fattore di rischio per la salute.
Il cane entra negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle aule di tribunale accanto ai testimoni fragili.
Per chi urla najis, invece, non dovrebbe stare nemmeno su un marciapiede.
Chi lancia quell’urlo è un fondamentalista. E va detto senza giri di parole: non può restare tra noi.
Per fortuna c’è chi sostiene l’opposto. Il Gran Mufti d’Egitto ha affermato che il cane è puro e che con lui si può convivere e continuare a pregare. Del resto è un cane, nel Corano, a vegliare sui dormienti della caverna.
Sul cane, insomma, i dottori dell’islam litigano.
E, allora, perché la versione muscolare della fede pretende di imporci una regola che nemmeno tutti i suoi teologi condividono? Perché non è religione. È prepotenza.
Qui cade la favoletta più cara alla sinistra, quella del musulmano moderato. Alzi la mano chi ha mai sentito parlare di un cristiano moderato, di un ebreo moderato, di un buddista moderato.
Esistono credenti che seguono i precetti e altri che li ignorano, in ogni fede. Ma c’è una differenza che nessun buonismo cancella: il libro.
Il Corano è considerato dai fedeli increato, non emendabile. È fermo alla lettera di quattordici secoli fa. E un testo che non si tocca dà sempre ragione a chi lo impugna alla lettera, contro chi prova ad ammorbidirlo.
Ecco perché il musulmano moderato che la sinistra ci racconta è una bufala. Non perché i concilianti non esistano, ma perché non comandano loro.
Il problema non sono i teologi concilianti. È chi trasforma il precetto in pretesa verso chi non crede. È quella la voce che non arretra mai.
E mentre quella voce avanza, chi le tiene aperta la porta? La sinistra la racconta come integrazione, come arricchimento, come pluralismo.
Ma dietro il racconto c’è un conto, e il conto è fatto di quartieri, di liste elettorali, di pacchetti di voti da non perdere.
Chi normalizza l’urlo sul marciapiede non difende una minoranza. Baratta la libertà di quella donna con un pacchetto di voti.
Il prezzo lo paga lei, sola, mentre la sinistra plaude l’inclusione e volta la testa esattamente come gli uomini intorno.
Nessuno chiede a un musulmano di accarezzare un cane, di possederne uno, di rinnegare la propria fede.
Ma lui non può chiedere a noi di rinunciare alla nostra vita perché si offende.
La libertà ha un confine e quel confine si chiama rispetto.
Chi arriva in Europa acquisisce libertà religiosa, non la potestà normativa sul selciato che calpesta.
C’è poi un ultimo particolare. L’aggressività delle pretese, favorita dalle nostre leggi tolleranti. Ogni concessione ha sempre generato la pretesa successiva.
Ogni silenzio è stato scambiato per consenso.
E si è arrivati al punto in cui va difeso perfino il diritto di una donna di portare a spasso il suo cane senza essere aggredita.
Se non riusciamo a tenere nemmeno questo confine, il più elementare, allora non stiamo perdendo i cani.
Stiamo consegnando la nostra civiltà, un marciapiede alla volta.





