I punti di contatto sono il Technate of America di Howard Scott e le idee di Thorstein Veblen
Una cartina del 1940 del Technate of America di Howard Scott ci fa capire come le idee di Donald Trump non nascano, come qualcuno ritiene, da un ego ipertrofico che alimenta un ciuffo giallo (per dirla in termini più brutali dal cervello di un pazzo megalomane), ma da strategie mutuate da studi e da progetti anteriori alla seconda guerra mondiale.
La carta che propongo all’osservazione dei lettori è una carta della Technocracy, Inc. che rappresenta il progetto del “Technate of America”.

La copia più nota e meglio documentata è del 1940, anche se il movimento aveva elaborato il concetto già negli anni Trenta e il Technocracy Study Course era stato pubblicato a partire dal 1934.
La Cornell University la cataloga come Technate of America, autore Howard Scott, 1940, fonte Technocracy, Inc.
Il punto di contatto tra Trump e Scott
Il punto di contatto tra le idee di Trump e il Technate of America di Howard Scott (1940), una sorta di “Lebensraum americano”, è interessante e rivelatorio di qualcosa che alberga nelle menti del Deep State USA da molti decenni.
Il Technate of America di Howard Scott non era semplicemente un progetto economico, ma prevedeva la costituzione di una grande unità continentale autosufficiente, comprendente gli Stati Uniti, il Canada, la Groenlandia, l’America centrale, i Caraibi e parti del Sud America.
La motivazione esplicita era che il continente dovesse possedere le risorse, l’energia, l’industria e lo spazio necessari alla propria sicurezza e al proprio funzionamento.
È esattamente la struttura concettuale che rende possibile il parallelo con Lebensraum (spazio vitale): lo spazio geografico viene concepito non semplicemente come territorio politico, ma come condizione materiale della potenza di una grande unità geopolitica.
Il Lebensraum nazista era inserito in una dottrina razziale, imperialista e di conquista territoriale. Il Technate di Scott aveva invece come centro teorico l’autosufficienza industriale ed energetica e la gestione tecnocratica della produzione. Non sono quindi concetti equivalenti.
La cosa interessante è questa:

Non si tratta di dire che Trump stia riproducendo il Technate. Più precisamente si può affermare che il Technate di Howard Scott può essere letto come un precedente americano della concezione dello spazio continentale come “Lebensraum” (spazio vitale) strategico: un grande spazio integrato, dotato delle risorse necessarie all’autosufficienza e alla sicurezza degli Stati Uniti.
La geopolitica di Trump 2025/26 sembra riproporre, in forma contemporanea e attraverso strumenti negoziali e militari, una parte di quella medesima logica spaziale.
E questo permette di costruire una sequenza molto interessante: Technate 1940, Dottrina Monroe, continentalismo USA, America First, Trump 2025/26 con la Groenlandia come punto di intersezione fra tutte queste mappe.
La differenza fondamentale è che Monroe è una dottrina di esclusione delle potenze extra-emisferiche, mentre il Technate è un progetto di integrazione – autosufficienza continentale.
La linea Trump sembra combinare entrambe le logiche: “questo spazio è americano” e “e potenze concorrenti non devono penetrarvi”. La stessa formulazione ufficiale del 2026 parla esplicitamente dell’emisfero occidentale come area sotto protezione e controllo statunitense.
Questa è probabilmente la chiave interpretativa più interessante per la mappa che vediamo di seguito.

La critica radicale di Scott del capitalismo finanziario
Howard Scott era un ingegnere e soprattutto il principale fondatore e leader del movimento tecnocratico americano. Fondò la Technical Alliance intorno al 1919 e nel 1933 divenne il Chief Engineer di Technocracy Incorporated, posizione che mantenne fino alla morte nel 1970.

Scott partiva da una critica radicale, sia del capitalismo finanziario, sia della politica rappresentativa.
Secondo lui il problema della società industriale era che veniva governata attraverso il “price system”, cioè denaro, prezzi, salari, profitto e mercato, mentre la vera grandezza economica di una società era misurabile fisicamente attraverso: energia, materie prime, capacità industriale, produzione, distribuzione.
La sua proposta era quindi sostituire progressivamente il sistema monetario con un sistema fondato sulla contabilità energetica e affidare la gestione della produzione a tecnici e ingegneri.
Ed è qui che emerge qualcosa che si collega molto bene alla necessaria riflessione sulla capacità industriale reale rispetto al capitale finanziario, ossia all’attuale confronto tra la finanza speculativa, della quale è ancora prigioniera l’Unione Europea, e la necessità di un ritorno alla politica e all’economia reale.
Scott pensava in termini continentali. La Technical Alliance realizzò una grande indagine sulle risorse energetiche e industriali del Nord America, l’Energy Survey of North America. Da questa esperienza nacque l’idea che il Nord America costituisse un’unica gigantesca unità economica e fisica.
Questa unità venne chiamata: Technate. Non semplicemente uno Stato, dunque, ma un sistema continentale integrato di produzione, energia, trasporti e distribuzione.
Nel 1940 Scott pubblicò “America Now and Forever” e fece realizzare la celebre carta “Technate of America”. La sua concezione comprendeva: Stati Uniti, Canada, Groenlandia, America centrale, Caraibi, parti della Colombia, Venezuela, Guyane e prevedeva una cintura di basi strategiche intorno al continente, comprese Groenlandia, Bermuda, Newfoundland, Galápagos e altri punti periferici.
La cosa sorprendente è che Scott arrivò a sostenere che questi territori dovessero essere acquisiti dagli Stati Uniti attraverso acquisto, negoziazione o, se necessario, forza armata, motivandolo con la necessità della difesa continentale.
Quindi la sua mappa non è soltanto economica; è una geopolitica dello spazio continentale.
Se mettiamo in fila: Howard Scott – 1940, Nord America come unità strategico-produttiva, Canada più Groenlandia, più Caraibi, più America centrale, controllo delle risorse e delle vie strategiche, difesa del perimetro continentale e poi guardiamo alla geopolitica americana contemporanea, troviamo una struttura spaziale che merita di essere confrontata.
Una teoria radicale del continentalismo
Possiamo a questo punto asserire che Scott elaborò negli anni Trenta – Quaranta una teoria radicale del continentalismo tecnocratico americano, nella quale il Nord America doveva essere organizzato come un’unica unità energetica, industriale e strategica.
La questione contemporanea di Canada, Groenlandia, Artico, Panama e sicurezza dell’emisfero può essere analizzata come una possibile riemersione di una logica continentale analoga, pur attraverso presupposti politici completamente diversi.
Scott non era semplicemente un nazionalista americano. Il suo obiettivo era superare sia capitalismo, sia socialismo tradizionale attraverso una società amministrata tecnicamente.
Gli studi storici recenti sottolineano infatti le sue radici intellettuali nella scientific management e nell’economia istituzionale di Thorstein Veblen.
La teoria di Thorstein Veblen

Thorstein Veblen (1857 – 1929) è uno dei pensatori più originali dell’economia americana e, soprattutto, il ponte intellettuale che ci permette di capire perché Howard Scott arrivò al Technate.
La cosa importante è che Veblen non ragionava sull’economia soltanto in termini di denaro e prezzi: voleva capire come funziona realmente una società industriale.
La sua idea fondamentale era che l’industria è diversa dalla finanza.
Per Veblen bisogna distinguere due logiche. La prima è quella dell’industria, che prevede: macchine, tecnici, ingegneri, energia, materie prime, produzione, beni reali, mentre la seconda, quella della finanza è composta da business, proprietà, credito, finanza, prezzi, profitto, controllo dell’impresa.
Questa distinzione è fondamentale perché Veblen riteneva che gli interessi finanziari potessero entrare in conflitto con la capacità produttiva dell’industria.
È quanto è avvenuto negli ultimi quarant’anni ed è quanto avviene nell’Unione Europea che, continua pervicacemente, a deindustrializzare il Vecchio Continente.
Veblen critica la classe finanziaria e nel suo linguaggio parla di “vested interests”, cioè interessi costituiti.
Il problema, secondo lui, è che il proprietario o finanziere può avere interesse a limitare la produzione se ciò permette di mantenere prezzi e profitti, mentre l’ingegnere ha interesse a far funzionare al massimo il sistema produttivo.
Da qui una delle sue intuizioni più radicali: la società industriale possiede una capacità tecnica enormemente superiore a quella che il sistema economico riesce effettivamente a utilizzare.
Quindi può verificarsi un paradosso: più capacità produttiva, non necessariamente più produzione, perché interviene il sistema dei prezzi, del profitto e degli interessi finanziari.
È uno dei punti che spiegano il successivo interesse di Veblen per una organizzazione tecnica della produzione.
“Consumo vistoso”, il vizio delle élite
L’altra grande idea di Veblen è quella per cui una parte del consumo non serve semplicemente a soddisfare bisogni, ma a mostrare agli altri la propria posizione sociale.
Nel 1899, ne The Theory of the Leisure Class, coniò il concetto di conspicuous consumption, il “consumo vistoso”: acquistare beni anche per manifestare status, prestigio e appartenenza sociale.
Da qui nasce anche il termine “effetto Veblen” per indicare quei beni per i quali un prezzo elevato può diventare parte del loro fascino proprio perché segnala status.
La parte che interessa molto di più per l’analisi sul Technate è il Veblen di The Engineers and the Price System del 1921.
Veblen arriva a chiedersi chi dovrebbe governare una società industriale estremamente complessa?
La sua risposta non è semplicemente “lo Stato”; è piuttosto chi comprende il funzionamento tecnico del sistema produttivo.
In The Engineers and the Price System immaginò quindi una sorta di “Soviet of Technicians”, un’organizzazione di tecnici incaricata di coordinare produzione, risorse, energia e infrastrutture.
L’obiettivo era eliminare: sprechi; duplicazioni; capacità produttiva inutilizzata; allocazioni irrazionali delle risorse; conflitti fra interessi finanziari e produzione.
Il passaggio concettuale è quindi: mercato finanziario, interesse privato e possibile limitazione della produzione contro sistema industriale, ingegneri e tecnici, coordinamento razionale delle risorse, massimizzazione della capacità produttiva.
Scott prende questa intuizione e la radicalizza.
Veblen dice sostanzialmente: la civiltà industriale è diventata troppo complessa perché il suo funzionamento possa essere spiegato soltanto attraverso il mercato e il profitto.
Scott fa il passo successivo: allora bisogna organizzare l’intero sistema industriale sulla base della sua realtà fisica ed energetica.
E nasce il Technate.
Veblen non è semplicemente un socialista, non parte dalla lotta di classe e non propone la proprietà statale dei mezzi di produzione come soluzione centrale. Il suo problema è soprattutto come può funzionare una civiltà industriale quando il sistema finanziario e il sistema produttivo hanno interessi diversi?
Possiamo sintetizzare in questo modo: Veblen propone che la produzione reale è una cosa e il sistema dei prezzi che la governa è un’altra e Scott ne deduce: allora organizziamo la società sulla produzione reale e, con Technate, organizziamo lo spazio continentale sulla base di energia, risorse, industria e tecnologia.
Technate e “America First” possono essere confrontati non tanto sul piano ideologico, quanto sul problema vebleniano del rapporto fra finanza, tecnologia, industria e spazio geografico.
In altre parole, la domanda diventa: Trump sta tentando di riportare il “business system” americano sotto il primato dell’“industrial system”?
La cartina e la geopolitica
La cosa davvero interessante è la geopolitica
Se guardiamo la cartina iniziale messa in questo articolo, osserviamo il perimetro rosso. Il progetto comprende praticamente tutta l’America settentrionale, il Centro America, i Caraibi e arriva alla parte settentrionale del Sud America.
La logica non era quella di una semplice annessione nazionalistica; era quella di costruire una grande unità economico-energetica continentale autosufficiente.
In questa logica gli Usa sono contemporaneamente isolazionisti ed espansionisti.
Questa, che sembra una contraddizione, in realtà è il cuore del progetto.
La Technocracy Inc. voleva un’America enorme territorialmente, ma proprio per poter essere autarchica.
La documentazione del 1940 presenta esplicitamente il Technate come una unità geografica autosufficiente.
Quindi è un tipo particolare di isolazionismo: non “ritiriamoci perché non ci interessa il mondo”, ma “diventiamo abbastanza grandi e autosufficienti da non avere bisogno del mondo”.
Le “Defense Bases” sono fondamentali
Nella carta si vedono i piccoli simboli lungo linee di collegamento. Sono le Defense Bases.
Questo ci dice che la carta non è soltanto economica, ma è anche una mappa strategico-militare.
Le basi costituiscono una cintura periferica attorno al Technate.
Tra i punti indicati dalla documentazione figurano località estremamente periferiche e strategiche, come: Cape Farewell in Groenlandia; Alaska/Aleutine; Pearl Harbor; Galápagos; Pago Pago; Guyana.
La logica era creare una specie di fortezza continentale protetta da una cintura esterna di basi.
Questo è molto importante perché ci permette di collocare la carta nella geopolitica degli anni immediatamente precedenti alla Seconda guerra mondiale.
La data 1940 è fondamentale
Nel 1940 il mondo è già entrato nella Seconda guerra mondiale. La Germania ha invaso la Polonia nel settembre 1939, la Francia è crollata nel giugno 1940, la Gran Bretagna sta combattendo da sola contro la Germania, gli Stati Uniti non sono ancora entrati in guerra.
In questo quadro, la Technocracy Inc. propone: costruiamo una gigantesca area continentale autosufficiente e militarmente difendibile e teniamoci fuori dalle guerre europee e asiatiche.
Questo colloca la carta precisamente nel dibattito americano fra isolazionismo, interventismo e preparazione militare.
La stessa documentazione della Technocracy sottolineava l’opposizione all’ingresso americano nelle guerre allora in corso. Dopo Pearl Harbor, dicembre 1941, questo paradigma perde gran parte della sua plausibilità politica.
Il Technate non doveva essere semplicemente un nuovo Stato americano più grande. Doveva essere un nuovo tipo di ordine politico. La Technocracy Inc. metteva in discussione la stessa democrazia rappresentativa.
La società sarebbe stata organizzata secondo funzioni tecniche ed economiche, non secondo la tradizionale rappresentanza politica.
Il Technocracy Study Course descrive una struttura continentale suddivisa in “functional sequences” e in unità amministrative razionalizzate.
La carta ha un evidente carattere espansionista in quanto incorpora territori appartenenti a numerosi Stati e imperi coloniali, ma la giustificazione era: questo spazio continentale costituisce una singola unità geografica, energetica e produttiva e dovrebbe essere organizzato come tale.
Una curiosa somiglianza con altri progetti geopolitici dell’epoca
Negli anni Trenta proliferano progetti che immaginano il superamento dello Stato nazionale attraverso grandi spazi geopolitici.
Non sono tutti equivalenti, ma possiamo metterli in parallelo.

Le analogie formali, ovviamente, non significano equivalenza ideologica.
Il Technate è fondamentalmente tecnocratico, energetico e anti-partitico; il nazismo è razziale, nazionalista e totalitario; il panarabismo ha una genealogia diversa ancora.
Il concetto comune è piuttosto quello di superare lo Stato nazionale tradizionale attraverso una grande unità territoriale considerata “naturale” o funzionale.
E c’è un altro elemento sorprendente: energia e territorio. Se guardiamo la documentazione del Technocracy Study Course, il territorio viene praticamente trattato come una macchina energetica.
La domanda è: “Qual è l’area minima necessaria per ottenere risorse, energia, industria, agricoltura e sicurezza sufficienti a far funzionare autonomamente il sistema?”
È una concezione geoeconomica prima ancora che geopolitica.
Il Technate veniva infatti confrontato quantitativamente con il resto del mondo attraverso produzione di: carbone; petrolio; gas; metalli; elettricità; agricoltura; automobili; ferrovie; telecomunicazioni.
In altre parole: la carta geografica è la conseguenza di un modello energetico-economico.
La carta è straordinariamente utile per capire gli anni Trenta, perché fotografa una corrente intellettuale realmente esistita nella crisi del liberalismo di quagli anni.
La Grande Depressione produceva una domanda radicale: il capitalismo e la democrazia parlamentare sono ancora capaci di organizzare una società industriale complessa?
Da questa crisi nascono risposte molto differenti: fascismo; comunismo; New Deal; socialismo; tecnocrazia; corporativismo; pianificazione economica; movimenti isolazionisti.
Technate, Trump e il nonno di Musk
Alcuni osservatori recenti (articoli su The Conversation e altri) hanno notato risonanze di Technate con dichiarazioni trumpiane su Canada e Groenlandia e con una visione di autosufficienza regionale.
Trump e Technate criticano l’inefficienza del sistema politico economico esistente e puntano a soluzioni “tecniche” o manageriali. Il DOGE di Musk (tagli, ottimizzazione) viene a volte letto come eco di gestione da esperti.
C’è un collegamento personale indiretto: il nonno materno di Elon Musk, Joshua Haldeman, fu un leader della filiale canadese di Technocracy Inc. negli anni Trenta – Quaranta.
Questo ha alimentato narrazioni mediatiche su “tecnocrazia 2.0” o continuità ideale, soprattutto dopo l’alleanza Trump-Musk.
Trump è profondamente nazionalista e il Technate scioglieva i confini nazionali in nome dell’efficienza energetica continentale. Trump opera in logica di competizione, deal-making e primato americano.
In sintesi e per concludere
Il Technate, la proposta socio-economica formulata dal movimento Technocracy Incorporated guidato da Howard Scott negli anni ’30 e ’40 negli Stati Uniti, condivide con la filosofia geopolitica del movimento Trumpiano (“America First” e populismo conservatore) alcune sorprendenti assonanze strutturali, pur partendo da presupposti ideologici non sovrapponibili.
Esiste una chiara continuità nella visione dell’America del Nord come fortezza economica e strategica. La rinegoziazione del NAFTA (diventato USMCA), la politica dei dazi contro la Cina e l’Europa e la spinta al reshoring (o nearshoring in Messico) riflettono un’idea geopolitica in cui il continente nordamericano deve ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento globali.
Sebbene Trump rappresenti la deregolamentazione e il capitalismo d’impresa, la sua alleanza con figure della Silicon Valley (come Elon Musk con la creazione del Department of Government Efficiency – DOGE) crea un ponte diretto con il concetto di Technate.
L’idea di smantellare il ceto politico tradizionale in favore di un’efficienza drastica e ingegneristica nella pubblica amministrazione rispecchia l’avversione degli anni ’30 verso la burocrazia dei partiti.
Trump mostra uno scetticismo viscerale verso le istituzioni multilaterali (NATO, ONU, OMC) e le élite finanziarie globaliste (spesso identificate nel Forum Economico Mondiale). La politica estera si basa sul transazionalismo diretto (bilaterale) e sulla ritirata dal ruolo di “poliziotto del mondo”.
Il rapporto non è di discendenza diretta, ma di convergenza funzionale: sia il Technate degli anni ’30, sia l’attuale populismo America First nascono come reazione di rifiuto verso la globalizzazione imperante e la crisi dei modelli democratici tradizionali, cercando rifugio nel consolidamento di una “Fortezza America” autosufficiente.





